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C’era un tempo non troppo lontano in cui le strade del Laos, specialmente tra le montagne del Nord, non erano che sentieri. Al viaggiatore che desiderava muoversi nelle viscere di queste foreste non restava che utilizzare i fiumi che le attraversano. Autostrade d’acqua in cui scorrevano sottili barche di legno, prima a remi, poi a motore. Le strade asfaltate sono arrivate di recente, anche se in molti casi il loro stato sembrerebbe affermare il contrario. Le migliori sono ovviamente quelle costruite dal magnanimo e onnipresente vicino cinese a beneficio dei grandi camion che fanno la spola fra le nuove cave e miniere. Il trasporto fluviale delle merci è praticamente scomparso, quello delle persone invece sopravvive lungo alcuni corsi d’acqua, incluse le tratte frequentate dai turisti. Tra le più scenografiche c’è la discesa del Nam Ou, che nasce dalle montagne degli Akha a Phongsali e sfiorando Muang Ngoi e altri villaggi si fa strada tra le montagne di roccia carsica fino a donare le sue acque al principe dei fiumi, il Mekong.

È così che ci siamo riaffidati a lui, che avevamo lasciato diviso nelle mille code del suo delta in Vietnam. Quando lo vediamo scorrere largo, placido e blu, l’acqua scura del Nam Ou si perde nella corrente. La barca vira seguendo il corso e si dirige verso l’antica capitale del primo regno che ha riunito molti dei territori del Laos odierno, Luang Prabang. Arrivando in barca, ci si accorge immediatamente della felice collocazione di questa cittadina di appena settantamila anime, dove le vesti arancioni dei monaci sono inferiori in numero solo ai turisti. Il Mekong incontra qui un altro dei suoi affluenti, che abbraccia il centro storico contornandolo di palme e orti improvvisati lungo il terreno lasciato dal fiume nella stagione secca. Tutt’intorno una cornice di verdi colline a perdita d’occhio.
Il traffico di auto e motorini nelle strade del centro, come nel resto del Laos settentrionale, è quasi inesistente. Il silenzio è un dono grato agli abitanti dei monasteri e una sensazione di pace circonda le case e gli alberghi, tutti, anche i più nuovi, costruiti in legno e muratura nello stile tradizionale del periodo coloniale. Il vero piacere di chi visita sta nel percorrere la cittadina fino ai suoi estremi per poi attraversare un ponte di bamboo e scoprire che tutto intorno la gente continua a vivere nell’universo rurale, occupandosi perlopiù di artigianato: si tesse il cotone a mano o con telai di legno e lo si colora in maniera naturale, si crea una carta increspata con foglie di varie piante con cui si creano libri e lampade da rivendere nel mercato notturno della città.
Spendiamo una giornata intera nell’addentrarci tra i templi buddisti, a meravigliarci dello sguardo sereno delle statue che essi racchiudono e del mondo lontano di cui parlano le decorazioni dorate sulle pareti nere dei due templi più antichi, quelli risparmiati dal saccheggio della città del 1887 ad opera della Bandiera Nera, un manipolo di banditi venuti da nord. Un mondo mistico e ricco di mistero con cui gli europei non erano mai venuti a contatto prima del diciassettesimo secolo. Il tempo del milione di elefanti di cui si fregiavano i re, quando questi animali erano la minaccia principale degli eserciti. Il tempo in cui leggende e testi sacri venivano riportati su manoscritti fatti di foglie di palma e custoditi come una reliquia nei santuari buddisti, arrivando intatte fino ai giorni nostri, quelli in cui i monaci imparano l’inglese.
Il monachesimo rimane comunque una parte fondamentale del buddismo e della società in Laos. Le famiglie fanno di tutto perché almeno uno dei figli trascorra un periodo di noviziato in un monastero. Qui i ragazzini possono ottenere una educazione che è spesso un privilegio. A Luang Prabang poi, si lavora affinché i monaci tornino a possedere quelle conoscenze che sono state minacciate dal primo periodo del regime pseudo comunista attuale, marcato inizialmente dall’avversione verso la tradizione religiosa. Da una parte si infonde la pratica della meditazione, elemento chiave nella storia dei Buddha; dall’altra si trasmettono le arti pratiche che permettono la sopravvivenza del valore artistico della città: la scultura, l’arte decorativa, il restauro.
Così, mentre noi ci meravigliavamo del mosaico di specchi con cui negli anni ’60  sono stati decorati gli esterni di due cappelle minori, tonache arancioni si arrampicavano sul tetto del Sim, la sala di ordinazione del Wat Xieng Thong, il monastero cinquecentesco della città, per sostituire le vecchie tegole cadenti con una nuova copertura dello stesso tipo. A giudicare dai frammenti e dalla polvere, non proprio il lavoro certosino a cui ci hanno abituato i grandi restauri dei tesori artistici europei, ma pur sempre una rispettosa maniera per salvare e tramandare la grande tradizione di questa gloriosa città.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

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