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A Nordest Di Cambridge (Cervelli in fuga: Liuba)

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Li chiamano cervelli in fuga, ma sono molto di più. Sono persone. Sono i ricercatori e dottorandi italiani che, per scelta o necessità, lavorano e studiano all’estero, a tanti chilometri da casa. La storia di Liuba (Cambridge, USA) su Quadrante Delta.

 

 

A 6468 km da casa.

Liuba, post-doc a Cambridge (USA).

Trent’anni al mondo e mai una volta che abbia osato l’ovest. Nata sulla costa est del profondo sud Italia, università nel cuore del produttivo nord est (Padova), scuola di dottorato sul punto più a nord est d’italia che c’è (Trieste), qualche mese a Londra che a vederla sulla mappa, anche lei un pò spostata ad est lo è. E quando finalmente decido di lasciar fare al destino, tentando qualcosa che è poco più di una lotteria, ecco che mi ritrovo qui, sulla costa a nord est degli Stati Uniti: Boston, Massachusetts. Dovrei dire Cambridge per essere precisa, perché è qui che abito e lavoro. Ma il rischio è sempre quello di vedersi ricollocata, nell’immaginario dell’interlocutore, in Europa, qualche chilometro più nord di Londra (perché gli Americani hanno ammesso di aver copiato, mettendo un “New” davanti alla loro York, ma non davanti alla loro versione di Cambridge? Una domanda che mi tormenta…).

Se invece dico Harvard University lascio meno spazio al dubbio. 375 anni celebrati l’anno scorso con una festa nell’Harvard Yard, il cuore del primo campus universitario al mondo. Di Harvard ce n’è una sola e quella sì, l’hanno inventata loro! Con il metodo più razionale ed efficace della storia: investire (tanto, cioè proprio tanto) per partecipare alle campagne acquisti ed assicurarsi i migliori giocatori al mondo. Qualsiasi cosa “migliore” significhi… Non che da noi il metodo non lo si conosca. Solo che, appunto, lo si applica al calcio. Materia che non conosco e che mi astengo dal commentare. Se non quando interpellata dai miei attuali concittadini che la seconda cosa più frequente che mi dicono è “Italia? Toti?”. è lì simulo per avere una chance di conversazione. No, dai il Pupone piace anche a me! Per restare in tema, qui a Cambridge, la prima sfida da combattere è un derby: Harvard versus MIT. A pochi isolati, infatti, sorge il non-Harvard e tutto cambia. I palazzi in mattoncini rossi alternati al verde di parchi e giardini, diventano imperiosi edifici d’avanguardia, palazzi senza spigoli e sculture dal dubbio significato, come tutto quello che per noi profani, cade nella categoria “arte contemporanea”. è il Massachusetts Institute of Technology, il giovane nerd (e comunque 150 anni) che sfida la vecchia signora.
Questa è la Cambridge Americana, in debito però, con tutto il resto del mondo per essere quello che è. Per intenderci: quasi due anni che sono qui e un canterbrigiano (nativo di Cambridge) più un paio di bostoniani tra le mie conoscenze; otto membri nel mio laboratorio e solo due di essi Americani. Una miscellanea di gente da ogni dove, tutti con storie incredibili (o comunque più fighe della mia!), da quella volta che sono stato a cena con Malcom X, a quell’altra che sono arrivato negli States come perseguitato politico, per quel libro lì che ho scritto contro il regime, tradotto in 268 lingue! E non siamo neanche a Boston! Lì dall’altra parte del fiume (Charles River), nel caso Cambridge ti venisse a noia, la città dei Kennedys: decine e decine di Musei, un Theatre District di tutto rispetto, Little Italy d’ordinanza, la freedom trail (2.5 miglia e due secoli e mezzo di storia, attraverso I luoghi della rivoluzione Americana, partita proprio da qui). Tutto questo e di più spalmato sulla costa del North East (appunto), a picco sull’Oceano. E quindi anche: le spiagge enormi del New England (il “new” questa volta c’è!), i villaggi di pescatori dove rimpinzarsi di lobsters (c’è chi, come piatto tipico locale, ha le aragoste e chi le orecchiette con le cime di rapa. Eppure per me vincono ancora le seconde!), isole raggiungibili in pochi minuti di traghetto, balene, onde per i surfisti. E quindi I surfisti!
Per darmi un tono di obbiettività, dovrei trovare un lato da criticare. Ecco, in inverno fa freddo, tanto freddo.

Ma se vivessi a Milano, Londra o Parigi non sarebbe molto peggio? Qui almeno c’è la benedizione del vento dell’oceano che spalanca le porte al sole tutto l’anno. La politica. Ma che dire? Che qui non c’e stata storia per il povero Romney, nella sua corsa contro Obama (chè se si fosse votato solo in Massachusetts, si sarebbe fatto per alzata di mano, tanto il risultato era scontato)? Che l’esile compagnA Elizabeth Warren ha scalzato il suo avversario con tanta non-chalance, nella corsa al Senato per il Massachusetts? Gli Americani e il mito della loro non-europeicità nei rapporti personali, che da quello che ho capito io sta per superficialità, estemporaneità e freddezza. Beh sì, forse quando ti incontrano ti salutano con un “aiuduin’?” (come stai?), ma non aspettano la risposta, perché non intendono veramente sapere come stai. Quando entrano in ascensore e ti hanno vista ogni singolo giorno negli ultimi 12 mesi, non sentono di doverti un “hi!” se prima non c’è stata occasione di una presentazione formale (orrore nell’ottica educativa con cui sono stata cresciuta!).

Vabbè e allora? Con una generalizzazione, motivata da mie personalissime statistiche, gli Americani spaccano! La loro pragmatica mi rassicura, il loro spirito imprenditoriale in ogni aspetto della vita, mi entusiasma. E per dirla tutta, se venite da queste parti, dimenticatevi hamburger giganti, patatine fritte e persone over-sized. Qui corrono tutti, e sempre, in qualsiasi stagione, qualsiasi ora del giorno, col pancione del settimo mese di gravidanza e il passeggino dei primi mesi di vita. Corrono talmente tanto che mi sono messa a correre anche io!
La verità è che mi sento Alice nel Paese delle Meraviglie (nella versione di Aldo Busi). Con la stessa sensazione di esserci capitata per caso e per fortuna, e con lo stesso spirito di scoperta di chi sa che è solo di passaggio. Il vantaggio è che non mi resta abbastanza tempo per cambiare tutto questo. E così, è certo, tra un anno andrò via di qui dolorosamente, portandomi dentro il sogno Americano. Dove andrò? Ad ovest. Lo giuro!

 

(Fine quarta puntata. Siamo a 23849 km da casa.)

Antonio Pilello

3 comments

  1. Tutto bello, sia come scritto, sia come e’ stato vissuto. Invidio il tuo entusiasmo, ma… non sei in America! Vai ad ovest, davvero, ora sei ancora in Europa; poi ne riparliamo.

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