Un anno da insegnante nello Zhejiang. Diario cinese / 1

Stefano Battain - 23 luglio 2015

Hangzhou e la “golden week” d’ottobre. Diario cinese / 2

Stefano Battain - 23 luglio 2015

Alterrative in Chiapas, fra diritti delle donne e caracol zapatisti

Stefano Battain - 23 luglio 2015
Hangzhou, il Lago dell'Ovest di notte
Tre specchi d'acqua che riflettono la luna, Hangzhou
Ezln

Cinque continenti, 22 paesi, 266 giorni per un giro del mondo dalle modalità un po’ alternative. Anzi, Alterrative: questo è il nome del progetto che sta portando Stefano Battain e Daniela Biocca a scoprire e toccare con mano organizzazioni impegnate nella difesa del diritto alla terra, dell’accesso alle risorse e dei diritti delle donne. Teto e Bobiù, come li chiamano gli amici, hanno già una loro storia da raccontare: si sono conosciuti da cooperanti, in Tanzania, e proprio da quelle latitudini è nato un amore sfociato poi in un matrimonio. Interessi comuni e tanta curiosità, voglia di toccare con mano realtà disparate e interessanti nel pianeta. Ecco quindi che nasce l’idea del loro giro del mondo. Questa è la sesta tappa: il Chiapas, con il racconto di un’associazione di mutuo aiuto gestita da donne e con una lettera ai “compagni zapatisti”. Qui le tappe precedenti: Tunisi, il Marocco, Spagna e Portogallo, la California di San Francisco e Città del Messico. Qui il sito del progetto.

Dalla grande città di Città del Messico, il nostro viaggio procede verso la terra Maya: attraversiamo lo stato del Quintana Roo nello Yucatan e raggiungiamo San Cristobal de las Casas, in Chiapas, tra le montagne della Sierra Madre. In questa parte di viaggio avremo come compagni Roberto e Betty del Colectivo Lajkin che ci accompagneranno nella scoperta del bellissimo e complicato Chiapas e che ci faranno conoscere realtà e persone che porteremo con noi nel resto del viaggio e oltre. Una delle prime persone che conosciamo è Maria. Maria è arrivata un po’ di anni fa all’hogar (casa, focolare, ndr) comunitario di Yach’il Antzetic per chiedere accoglienza. Inizialmente l’hogar era una casa dove mamme troppo giovani e spaventate lasciavano i loro neonati affinché qualcuno se ne prendesse cura. Nel 1996 nasce formalmente l’associazione Yach’il Antzetic grazie anche alla volontà di Luz Maria Ruiz Garcia, sorella del vescovo Samuel Ruiz Garcia, mediatore durante il conflitto in Chiapas tra EZLN e il governo federale messicano.

Yach’il Antzetic (che in lingua tzetzal significa “donne nuove”) è uno spazio autogestito che accoglie donne indigene e meticce, ragazze madri che vivono una gravidanza non pianificata e che hanno subito violenza, e accompagna le neo mamme e i loro bambini in un percorso di crescita integrale continuo. Il percorso è collettivo e permetterà alle giovani donne di alimentare insieme l’amore e il rispetto per la vita, di riprendere la vita nelle loro mani, migliorare la qualità della loro vita, di reinserirsi positivamente nella società e di trasformare l’ambiente in cui vivono.

Maria ci spiega l’impegno di Yach’il Antzetic nella promozione di una cultura dei diritti e del rispetto tra le persone in generale, e di donne e bambini in particolare, una cultura non discriminatoria, guidata dai valori di solidarietà che permetta lo sviluppo libero e consapevole delle persone, al fine di contribuire alla creazione di una società non violenta e solidale. Le donne sono il fulcro dell’associazione. Maria ci dice che tantissime ragazze, molto giovani, anche di 14 anni di età, arrivano a Yach’il Antzetic perché hanno concepito una gravidanza non pianificata, molto spesso conseguenza di violenze sessuali perpetrate, molte volte, da familiari. Sole, senza alcuna rete di appoggio, dalle comunità rurali raggiungono l’associazione inizialmente con l’idea di interrompere la gravidanza o di dare il bambino in adozione. Ma qualcosa poi cambia. Inizia cosi il delicato lavoro di Yach’il Antzetic, che accoglie queste ragazze e presenta loro un mondo completamente nuovo: il loro. Le giovani donne imparano a conoscere il proprio corpo e i propri sentimenti, a sviluppare una maggiore coscienza delle proprie emozioni, ad esplorare il proprio io e la relazione con il proprio bambino. Si tratta di un percorso complesso che allo stesso tempo permette alle ragazze di sviluppare competenze ed abilità, che trasforma le donne in donne nuove, soggetti di diritto e capaci di prendere decisioni proprie in maniera consapevole.

Ascoltiamo con attenzione Maria che ci spiega e ci mostra le varie attività che compongono il percorso di presa di coscienza: dall’artigianato, alle attività di autofinanziamento, dalla vita comunitaria al parto umanizzato. L’associazione, e in questo caso proprio Maria (che è una partera, cioè un’ostetrica), seguono le ragazze-madri affinché vivano un parto nelle migliori condizioni di salute ed emotive. In questo processo si riconoscono come persona, capaci di prendere autonomamente le proprie decisioni. Rispettando la cultura e le tradizioni delle donne indigene e meticce, attraverso la pratica dell’ostetricia, della fitoterapia, lo studio della loro sessualità, le donne migliorano la propria autostima e rielaborano la loro identità di genere, migliorando anche la consapevolezza circa le cure sanitarie, l’alimentazione, i diritti sessuali e la salute riproduttiva. Le donne che invece scelgono l’adozione, vivono spazi di riflessione profonda sui loro diritti, i diritti dei minori e la famiglia adottiva, che viene accompagnata durante tutto il processo di inserimento del nuovo nato all’interno di un nucleo famigliare. Maria spiega come attraverso il percorso di auto-stima e il parto umanizzato è diminuito negli anni il numero delle adozioni e dei parti cesarei. Ci racconta anche la discriminazione degli indigeni nel sistema sanitario federale e della crescente pratica del cesareo anche nei casi in cui non è necessario, promosso dai dottori che, eseguendo un’operazione chirurgica, ricevono ulteriori finanziamenti da parte dello stato.

L’associazione svolge attività anche al di fuori delle mura del centro di accoglienza, con iniziative di formazione, educazione popolare e sensibilizzazione nelle comunità e nelle scuole su diritti delle donne, parità di genere, comunicazione non violenta, sessualità e salute riproduttiva. Rapimenti, stupri, percosse, sono considerati come fatti quasi normali nella società messicana, violenze ricevute da padri, fratelli, amici: nel paese sei donne su dieci subito una qualche forma di violenza e le statistiche registrano una media di sei donne uccise ogni giorno. Yach’il Antzetic ha recentemente iniziato a lavorare con le coppie: Maria dice che, di solito, si imbattono inizialmente in un po’ di resistenza da parte degli uomini, ma dopo alcuni incontri quasi tutti si aprono e sono pronti a rimettere in discussione i parametri di genere e di diritti con i quali sono cresciuti. Al momento lavorano con sei coppie ma sperano di ricevere un numero sempre maggiori di adesioni. Un processo lento, per passaparola, cosi come arrivano le ragazze dalle campagne circostanti San Cristobal de las Casas.

Un processo reso ancora più lento e complicato dalla recente riduzione dei finanziamenti di cui godeva il centro fino a due anni fa. Il taglio dei fondi ha portato la riduzione dello staff e la riduzione dei tempi del percorso di coscientizzazione delle partorienti, che invece di tre mesi ora è di un mese, quindici giorni prima e quindici giorni dopo il parto. Maria e le altre ragazze dello staff ruotano per tenere il centro aperto 24 ore, per poter ricevere le ragazze che arrivano dopo ore di cammino in cerca di accoglienza. Molte ragazze, dopo il parto, scelgono di non tornare nelle proprie comunità e di rimanere in città e allora Yach’il le assiste anche nella ricerca di un lavoro e di un posto sicuro dove poter continuare a vivere la loro vita di donne nuove. È incredibile ascoltare la storia delle ragazze che, dopo aver vissuto momenti estremamente dolorosi e difficili, sono riuscite a trovare se stesse, definire la loro strada, fiorire nuovamente lasciando il bello entrare nei loro cuori e nei cuori dei loro figli, che ritrovano la gioia e la straordinaria forza di aiutare altre donne che come loro vogliono diventare donne nuove. Grazie Maria.

Stefano e Daniela

Lettera ai compas del caracol “Torbellino de nuestra palabras” (Mulinello delle nostre parole).
Alla giunta di buon governo “Corazon del arcoiris de nuestra esperanza” (Cuore dell’arcobaleno della nostra speranza).

Cari compas,

Sono già passate un paio di settimane da quando io e Daniela, per alcuni giorni, abbiamo visitato alcune delle vostre comunità, che come abbiamo imparato si chiamano “basi d’appoggio” ma per noi sono le “basi della speranza”. Abbiamo letto in questi giorni che il malgoverno, come voi lo chiamate, attraverso i gruppi di poveracci comprati a suon di pesos continua ad ostacolare il vostro processo di autonomia, il vostro cammino di speranza e pace, con l’intimidazione, la violenza e la distruzione materiale. Questo ci addolora, ma sappiamo che le idee non muoiono e il vostro impegno quotidiano per costruire “un mondo che contenga tanti mondi” è più vivo e forte che mai, nonostante la idra del capitalismo stia usando tutti gli strumenti a sua disposizione per ostacolarvi. Sappiamo che, nonostante tutto, questa idra è debole e inefficace perché fatta di denaro, menzogne e corruzione mentre i vostri occhi, le vostre voci, i vostri sorrisi parlano di libertà, giustizia e dignità.

Il “comandar-obbedendo” – spiegato con frase che in territorio zapatista “il popolo comanda e il governo obbedisce” – sembra un ossimoro ma non lo è. Dovrebbe essere piuttosto una regola base della democrazia quando invece molti governi che si dicono democratici obbediscono più ad organismi internazionali senz’anima e senza legittimazione democratica piuttosto che al proprio popolo, perché temono che le loro menzogne e le paure che seminano con i loro mezzi di informazione prima o poi cessino di fare effetto. Ci ha sorpreso, piacevolmente, sapere che i vostri giovani rappresentanti, il vostro governo, non hanno libertà di iniziativa ma devono sottoporre ogni nuova idea al volere popolare delle assemblee di base, ma soprattutto che chi comanda obbedendo deve anche rendere conto pesos dopo pesos di come vengono usati i pochi soldi del caracol.

Possiamo ancora sentire sotto ai nostri denti le croccanti tostadas di mais che abbiamo assaporato insieme ai vostri fagioli, accompagnati da un dolce caffè caldo, frutti della vostra terra che ancora vi ringraziamo per avere condiviso con noi. Forse la nostra visita è stata troppo breve, ma è stata altrettanto intensa e aver posto il nostro cuore vicino al vostro durante gli scambi di abbracci e le strette di mano ha toccato nel profondo la nostra anima, sconvolta dal vedere tanta coscienza dei problemi locali, nazionali ed internazionali che ci affliggono, e al tempo stesso stupefatta nel vedere la vostra forza e determinazione a resistere con pace e dignità. Abbiamo visto donne, uomini e bambini, famiglie unite nel creare l’autonomia dalla comunità e quotidianità perché, come dite voi: “la nostra lotta è prolungata, bisogna camminare senza fretta ma senza pausa”. Quale scelta più azzeccata dunque del caracol, la lumaca, per rappresentare il lento cammino rivoluzionario delle comunità zapatiste che non lascia indietro nessuno, mentre il resto del mondo (o quasi) va sempre più veloce, lasciando indietro chi non può correre, lodando chi è più svelto, furbo e approfittatore.

Prima di incontrarvi in Chiapas, molte persone ci avevano detto che gli zapatisti e l’EZLN non esistevano più, noi invece vi abbiamo trovati più vivi che mai, in questi mesi abbiamo potuto constatare che anche il pensiero di Zapata è vivo e cammina su tante gambe, indigene e non, e che in questa grande patria americana soffia il vento del suo pensiero. In alcuni luoghi ancora si godono i frutti di aver dato la terra a chi la lavora nonostante l’invecchiare di chi comanda non permetta di vedere il futuro e il presente con chiarezza e trovare soluzioni adeguate. In altri paesi, dietro la menzogna del socialismo del ventunesimo secolo la terra e il lavoro rimangono nelle solite sporche mani di pochi privilegiati, applicando ricette vecchie e antiquate spacciandole per rivoluzionarie, quando invece il potere, quello dall’alto, cambia colore, cambia pelle ma rimane sordo al grido degli ultimi, de los de abajo (di quelli dal basso) e continua a saccheggiare la madre terra.

Il cuore degli zapatisti grida terra e libertà, la libertà di poter lavorare la terra in pace per poter dare cibo, un tetto, salute ed educazione ai propri figli e figlie con dignità e speranza. Terra e quindi cibo, cibo essenziale anche per poter continuare e lottare, lottare per vivere un po’ meglio la propria vita su terre ancestrali, secondo ritmi secolari, invece che mendicare un lavoro in città dove conservare l’identità è quasi impossibile e la mera sopravvivenza diventa l’obiettivo dell’intera esistenza. Il vostro “pensafare”, pensiero e azione, si concretizza dal punto di vista agricolo in terra coltivata senza prodotti chimici che costano, sono dannosi e rendono dipendenti dal mercato, nutrire le proprie comunità con cibo sano e di qualità prima che vendere i propri prodotti, mantenere il suolo fertile, amare quel suolo che è vita, risparmiare acqua, conservare i semi, tutte scelte consapevoli e coraggiose. Un modo di “pensafare” in alternativa al modello agricolo dominante, fatto di pesticidi e fertilizzanti chimici che danneggiano il suolo, uso intensivo dell’acqua e introduzione di semi geneticamente modificati e monocoltivazioni deleterie per il delicato equilibrio della ricchissima biosfera del Chiapas.

Condividere quello che c’è, lavorare insieme superando le difficoltà e gli egoismi, collettivizzare la terra, il tempo, il cibo come unica alternativa al vivere delle briciole somministrate dal malgoverno che, anche se benefiche nel breve periodo, dividono le comunità, creano differenze e invidie. Gli zapatisti scelgono di giorno in giorno di lavorare sodo, lavorare tanto, lavorare insieme senza aspettare che il governo arrivi con cemento, soldi o cibo, frutti avvelenati che si ritorcono contro la comunità creando un vincolo fatto di dipendenza, assistenzialismo e manipolazione.

Siamo venuti da voi provando a imparare dal vostro “camminare-domandando” e alle nostre domande avete risposto con onestà e sincerità, non rispondendo a quelle che in quel momento non potevate. Riguardo al futuro, ci avete risposto che il vostro futuro è continuare a camminare-domandando lungo i sentieri zapatisti continuando la lotta e la resistenza iniziata venti, trenta, cinquecento anni fa. Un futuro a cui tenete e che sapete dipendere dai bambini e dalle bambine di oggi che voi avete deciso di educare in senso pieno, per diventare membri al servizio della comunità, invece che mandarli ad istruirsi nelle scuole di città gestite dal malgoverno dove gli studenti dimenticano la lingua indigena, vengono preparati alla vita nelle città e non apprendono quasi nulla che possa servire nelle loro comunità d’origine, in campagna.

Questa lettera vuole essere di ringraziamento per l’opportunità di aver visto da vicino come voi state costruendo in autonomia, con giustizia e dignità un mondo che contenga tanti mondi, piano piano e dal basso. Le emozioni che avete scatenato nei nostri cuori sono state molto forti e in poco tempo avete lasciando un solco indelebile nella nostra anima, speriamo che le nostre strade si incroceranno di nuovo incontrandoci di nuovo nel cuore dell’arcobaleno della nostra speranza.

Con affetto, stima e riconoscenza,

Stefano e Daniela

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