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monumento

La campagna elettorale per il ballottaggio per l’elezione del sindaco di Bolzano è stata dominata da temi di stringente attualità. Dopo la questione “fascismo-antifascismo”, scatenata dalle frasi pronunciate in un’intervista dall’esponente di Casa Pound eletto in consiglio comunale, si è passati al dibattito sulle celebrazioni della prima guerra mondiale e sulla fondamentale questione delle bandiere tricolori da esporre davanti agli edifici pubblici. Fortuna che domani si vota, altri due giorni e Andreas Hofer e le guerre napoleoniche avrebbero fatto la loro irruzione nelle pagine politiche dei giornali, ancora una settimana e la questione dell’appartenenza etnica di Ötzi avrebbe spaccato in due l’opinione pubblica locale.

Nel frattempo, i quotidiani hanno potuto riempire le pagine con le dichiarazioni e le opinioni dei rappresentanti dei partiti sulla prima guerra mondiale, i siti internet dei quotidiani nazionali hanno potuto dilettarsi in sondaggi sulla fondamentale questione del tricolore esposto sui palazzi provinciali di Bolzano (contando sulla spontanea volontà degli italiani di aggregarsi in gruppi distinti su questioni “simboliche” di nessuna concretezza) e tutti abbiamo potuto esprimere una opinione sulle nostre bacheche Facebook dove, dopo pochi post, siamo tornati a darci reciprocamente dei “comunisti” e dei “fascisti”.

Potrebbe anche essere considerato un simpatico gioco per superare la noia di questa campagna elettorale, se non fosse che la passione per il passato di molti politici bolzanini sta diventando un’ossessione.

In un contesto in cui una legge elettorale provinciale esclude dal voto 2600 maggiorenni residenti e il sistema elettorale rischia di impedire la governabilità (il tutto motivato con le solite questioni storiche), il sindaco Spagnolli ha usato il Monumento alla vittoria e le semirurali come biglietto da visita per la rielezione, mentre il programma elettorale di Alessandro Urzì inizia con queste parole: “Ai bolzanini, la città che non c’è più, quella che vogliamo fare tornare a vivere, la Bolzano di dieci anni fa”.

“Lo sguardo dritto e aperto nel futuro” che cantava Pierangelo Bertoli non fa, evidentemente, per l’Alto Adige. Ma c’è un altro punto del programma di Urzì che fornisce uno spunto interessante: “La biblioteca civica attuale non può essere luogo di accoglienza di sbandati e senza tetto ma un luogo alto di Cultura”. Un punto che fa emergere un problema di memoria selettiva. Perché si finge di non ricordare che la Biblioteca Civica, da anni, avrebbe dovuto trasferirsi nel nuovo polo bibliotecario interetnico, ma la passione di alcuni per un edificio storico di nessun valore artistico (le ex scuole Pascoli) ha rallentato tutto.

Così, mentre si litigava sui muri del passato, qualcuno ha pensato bene di riempire le sale di un accogliente luogo pubblico per proteggersi dal freddo e trovare un minimo di conforto. Che possa essere la metafora di tutto l’Alto Adige?

Nel caso, non resta che sperare nelle persone che sono arrivate qui per costruirsi il futuro, gli “indigeni” preferiscono guardare indietro.

Massimiliano Boschi

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