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Redazione Padova - 24 dicembre 2012

Precari, mal pagati, ma non schizzinosi

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Attivista, amico, lecchino: che tipo da congresso sei?

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Saranno ormai 30 anni che i sociologi spiegano e raccontano, soprattutto a se stessi, di quanto un convegno non serva per produrre conoscenza, quanto soprattutto per auto-celebrare chi vi partecipa. Questi sono i 10 atteggiamenti che ho riscontrato più spesso, fra le persone che fanno domande ai convegni. Potrei scriverci una etnografia, prima o poi, ma in fondo è più divertente scrivere nel blog:

  1. the protagonist: il microfono è mio e me lo gestisco io. Inizia una domanda, non la finisce, espone una teoria senza capo né coda, parla per 15 minuti, è convinto di aver scoperto un modo unico per dialogare con il relatore, il quale è costretto a far finta di dargli retta, in alcuni casi; o lo schernisce, sorridendogli in faccia, in altri;
  2. il caritatevole: in genere è l’organizzatore del convegno, o il moderatore della sessione. Si rende conto che una relazione è andata male, che è assolutamente impossibile comprendere cosa volesse dire l’oratore e “per non lasciarlo solo contro il destino funesto” gli fa una domanda generale a cui il relatore in genere non sa rispondere;
  3. il/la lecchin*: ha uno status generalmente più basso dell’oratore. È partito da casa, dalla mattina, col solo intento di farsi vedere dal relatore. È sedut* in prima fila ed ha la mano pronta per fare la domanda ancor prima che il relatore termini il suo intervento. La domanda che fa è assolutamente inutile, ma il relatore la gradisce sempre, perché, per quanto famoso, un po’ di narcisismo fa sempre bene
  4. il caso umano: più frequente nei convegni di psicologia, psichiatria, o su argomenti “sensibili” quali le discriminazioni. In genere prende la parola per ultimo, perché fino alla fine ha “vergogna” ma non troppa di raccontare la propria storia. Quando tutti sono pronti per uscire, e gli organizzatori stanno già per chiudere le luci della sala, eccolo alzarsi e raccontare tutta la propria biografia, la sua condizione difficile, le volte che ha dovuto piangere “perché nessuno lo capiva”. Quando provano a togliergli la parola, si oppone, dicendo “che il convegno parla di noi, e io ho diritto di parola”, dopo che la sala si svuota, in genere finisce la domanda.
  5. l’attivista. Chiama fascisti i comunisti e comunisti i fascisti. Se la prende con tutti. Sostiene che l’errore non è conoscitivo, ma epistemologico. E che siamo tutti schiavi del capitalismo. Qualche volta ha ragione. Ma lui pensa di avercela sempre.
  6. sparare sulla Croce RossaIn genere è un pari status, più spesso una donna contro un’altra donna, ancora più spesso una dottoranda contro una dottoranda. La domanda è cattivissima, e ha l’unico scopo di smontare tutto quello che la relatrice ha detto. In genere, genera solidarietà e imitazione: quando si comprende che il relatore è debole, tutti vogliono partecipare al rituale di degradazione.
  7. l’amicoE’ in genere un pari status, fa domande collegando la propria relazione a quella del relatore successivo. Sa quanto vali, e quando non hai detto tutto quello che potevi dire, ti aiuta a tirarlo fuori.
  8. il metodologo. La metodologia comincia prima del metodo: è un atteggiamento, la ricerca di un problema di validità, di attendibilità, di trasparenza e accessibilità della base dati, che è riscontrabile in chiunque, e comunque. Se prende la parola il metodologo è solo per farti notare che hai sbagliato.
  9. lo spacciatore di captatio benevolentiae. Quando fa una domanda è solo per ottenere un invito da visiting, in qualche università straniera. Studia a memoria l’opera omnia dell’autore, anche gli scritti di cui luilei si vergogna di più, prepara la domanda perfetta e non la fa durante il convegno, no, è troppo furbo: aspetta il coffee break.
  10. due persone che si apprezzano veramente: non si fanno domande.

Vincenzo Romania

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