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Ma di cosa stiamo parlando? Il gesto di un vecchio imbolsito che pulisce una sedia in diretta tv – numero da cabaret pronto ad entrare nella storia – ha conquistato apertura di giornali e siti internet. Ne parleremo per giorni, ragionando di comunicazione e sondaggi. E così, mentre le timide proposte di Bersani su crescità ed equità non scaldano nemmeno la Casa del popolo, e Monti fa e farà i conti con la grosse koalition che lo sostiene che al momento ha più esponenti che voti, a un mese dalle elezioni continuiamo a parlare del nulla.

Per fortuna che c’è l’Europa viene da dire. Leggete questa frase:

“Bisogna ritrovare la dimensione sociale dell’unione economica e monetaria, con misure come il salario minimo in tutti i Paesi della zona euro, altrimenti perderemmo credibilità e approvazione della classe operaia, per dirla con Marx”.

A pronunciarla ieri è stato Jean-Claude Junker, presidente dell’Eurogruppo, ed esponente del Partito popolare europeo.

I sindacati – dice l’Unità – sono tiepidi. Ma questa non è una sorpresa. Salario minimo, reddito di cittadinanza. Concetti rivoluzionari, ma non quanto si pensa in Italia, già realtà per i disoccupati di quasi tutta Europa. Almeno, inizieremmo a ragionare di qualcosa che dia speranza e narrazione a questa Italia del futuro. Non c’è da essere timidi, magari onesti e coraggiosi. Noi non sappiamo se il salario minimo sia una misura giusta o meno per il nostro paese. Ma iniziare a chiederlo ai nostri candidati, invece di aspettare l’ennesimo numero da cabaret, è un buon inizio per riportare il dibattito sui problemi concreti della gente.

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