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Bomba a Taba: attentato contro il Sinai e i beduini

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IMG_1837A quante persone ho detto, in questi mesi, che il Sinai è un posto tutto sommato sicuro per viaggiare? Scrivo a caldo, sapendo che la maggior parte dei lettori, dopo la bomba (o il missile – ancora non si sa) che ha squarciato un pullman di turisti uccidendo almeno cinque coreani, penserà probabilmente che sono un coglione o un pazzo scriteriato.

Vedo l’immagine del viale davanti all’Hilton di Taba, lì a poche decine di metri dal confine con Israele, devastato dall’esplosione. Immagino lo strazio, il caos, in un posto che solo lo scorso dicembre viveva una calma irreale. Abbiamo attraversato la frontiera tra Eilat e Taba a piedi in una calda mattina di dicembre. Al di là della frontiera, che è sorvegliatissima tanto dall’esercito israeliano che da quello egiziano, il nulla: solo qualche tassista accaldato ad aspettare il nulla turistico.

Abbiamo atteso quasi un’ora sotto il sole per vedere se qualche altro turista solitario fai-da-te si sarebbe aggregato a noi per dividere la spesa del taxi. Scena incredibilmente opposta una settimana dopo: siamo rientrati in Israele (dopo la solita snervante perquisizione, dopo le solite ridicole domande su libri che parlavano di Palestina) alla sera. In senso contrario abbiamo incontrato centinaia di turisti occidentali che – con tour organizzati – si sarebbero recati  proprio come i poveri coreani al Monastero di Santa Caterina per vedere l’alba dal Monte Sinai.

In mezzo, in quella settimana, in Sinai abbiamo incontrato gente splendida: sia a Dahab, che nel deserto. Il nostro era un viaggio alla scoperta del Sinai alternativo a Sharm El Sheik, quello dei resort e dei grandi hotel. Ricordo come fosse ieri il giovane ragazzo alla biglietteria del monastero di Santa Caterina, affollato di turisti di tutte le nazionalità: “Dite agli italiani che qui non è pericoloso. Che qui abbiamo bisogno dei turisti e siamo accoglienti”.

E’ una terra strana il Sinai. A nord, verso il confine con Israele, la regione è infiltrata di jihadisti. E visto che di fronte si possono scorgere le sponde dell’Arabia Saudita non è poi così strano. Per il resto non comandano per intero i beduini e di sicuro non comanda l’esercito egiziano che controlla il territorio con spauriti checkpoint e isolati compound che – come dimostra anche l’attentato di oggi – non servono a nulla. Solo a rassicurare fintamente i turisti all-inclusive dei resort che invece, spiace dirlo, sono quelli a maggior rischio attentato.

“E’ ovvio – ammettevano i beduini con i quali parlavamo – che se i pullman dei grandi tour operator credono di venire nel deserto senza coinvolgerci fanno un errore. Noi vogliamo i turisti, ma vogliamo anche costruire un’economia che dia ricchezza alla popolazione e che sia sostenibile”. Si sono sempre autoamministrati – e lo fanno tuttora: hanno i loro tribunali interni alle tribù, la loro economia, una religione che fa della natura il suo fulcro e dell’islam la sua faccia, e certo, due-tre kalashnikov a testa. Ma non sono certo loro, i beduini, i responsabili del massacro di Taba. Questa bomba è anche contro di loro. Finché ci si ostinerà a cercare a una soluzione militare in Sinai senza coinvolgerli non si riuscirà mai a controllare il territorio e non si andrà da nessuna parte.

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