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Ripiegato su se stesso, morbosamente impegnato a vivisezionare all’infinito la propria storia, incapace di guardare al di fuori dei propri confini e verso il futuro, e ancora: palcoscenico dei soliti noti che tirano le fila degli eventi, sistema ben oliato refrattario a ogni tipo di contaminazione. L’elenco potrebbe continuare, ma le critiche principali che vengono mosse all’Alto Adige stanno in sostanza riassunte in queste brevi frasi e si ritrovano, volendo vedere il bicchiere mezzo vuoto, anche nello spettacolo in lingua tedesca Bombenjahre, una produzione del Vbb fino al 24 febbraio in programmazione al Teatro comunale di Bolzano. In realtà di motivi per andarlo a vedere ce ne sono molti. E almeno dieci che lo rendono imprenscindibile per chiunque voglia capire qualcosa in più dell’Alto Adige di ieri, ma anche di oggi.

  • 1. Lo spettatore diventa attore

IMG_7185La formula ideata dal regista Alexander Kratzer prevede la divisione del pubblico in quattro gruppi contraddistinti da un colore e tre fasi ben precise da esperire in modo successivo. All’introduzione generale – presentazione di alcuni dei protagonisti degli anni delle bombe di ieri e di oggi – seguono, a seconda del gruppo di appartenenza, prima un giro nei tredici container e nel bus allestiti tra foyer, primo piano ed esterni del teatro dove i protagonisti – dai membri del Bas Arnold Dibiasi e Sigmund Roner al loro difensore dell’epoca Erwin Walcher, dal membro latitante dei “Puschtra Buam” Siegfried Steger in collegamento Skype a Oskar Niedermair, che a 17 anni fu il più giovane membro del Bas, dal giornalista Gerhard Mumelter che affronta il tema dal punto di vista dei media a Vinicio Marcomeni, membro della Digos e autore delle indagini riguardanti i gruppi terroristici – si trovano faccia a faccia con il pubblico, rispondendo alle loro domande e instaurando un vero e proprio ponte fra passato e presente. Nella seconda fase seguono gli interventi di venti minuti ciascuno del docente universitario Rolf Steininger prima e l’austriaco Claudius Molling, austriaco d’origine sudtirolese che aiutò il Bas trasportando armi ed esplosivo oltre il Brennero. La palla passa infine agli studenti delle scuole superiori, che dall’alto di una vera e propria installazione umana danno voce alle diverse anime dell’Alto Adige di nuova generazione contemperando tutte le sfumature: dalla ragazza che si proclama “italiana di madrelingua tedesca” al giovane nordafricano di fede musulmana dichiaratamente contrario a “ogni forma di terrorismo”, dall’epigono dei duri e puri difensori dell’ascendenza austriaca al grido di “ein Tirol” al figlio di una famiglia africana dall’italiano ancora stentato che evoca il dramma dei migranti e auspica un futuro di pace e convivenza per tutti.

  • 2. I protagonisti sono essi stessi spettatori

Lo si vede simboleggiato nella scena finale, dove gli attori coinvolti siedono su una platea posticcia allestita alle spalle degli studenti, osservandoli e facendo da contrappunto al pubblico. Il confronto è il cuore dello spettacolo, che chiama in causa gli attori in un gioco di rappresentazione, autorappresentazione e osservazione.

  • 3-Una lezione di storia contemporanea

Dietro il dialogo con i 39 protagonisti, le video-interviste a coloro che non hanno potuto partecipare fisicamente – fra cui le registrazioni dell’epoca di Silvius Magnago e i ricordi di Martha Ebner, illustre capostipite femminile della dinastia Athesia, appartenente a una famiglia di optanti e pronipote del canonico Michael Gamper – c’è il lavoro certosino del curatore storico dello spettacolo, il giornalista Christoph Franceschini, autore del documentario “Bombenjahre”, che ha raccolto il materiale dell’epoca e collaborato alla ricostruzione storica del periodo compreso fra la fine degli anni Cinquanta e l’approvazione del “Pacchetto d’autonomia” alla vigilia degli anni Settanta.

  • 4-Influsso del passato sulla politica odierna

Capire la Südtiroler Freiheit ed Eva Klotz, figlia del “martellatore della val Passiria” Georg Klotz, non si riesce mai fino in fondo. L’interpretazione psicanalitica cela, ovvio, il pericolo del giustificazionismo. Ma viene da chiedersi quanto della Klotz di oggi – nei confronti della quale naturalmente gli analisti più gentili parlano di “ossessività”, di “incancrenimento”, di “monomania” – sia il frutto di una violenza respirata fin dai primi anni di vita, accompagnata dall’assenza della figura paterna e, per lunghi periodi, anche di quella materna. è esplicito invece l’esponente democratico Ubaldo Bacchiega, al primo mese di gestazione all’epoca della “Notte dei fuochi”, nel far risalire le proprie deformità fisiche che lo costringono a tutt’oggi in sedia a rotelle – dalla nascita all’età di vent’anni ha dovuto subire poco meno di una ventina di interventi chirurgici – allo choc causato alla madre dal terrore di quella “notte bianca della rivolta sudtirolese”. Anche il ruolo del difensore dell’italianità e studioso degli anni delle bombe Mauro Minniti, giornalista e consigliere provinciale, si inserisce in questo quadro.

  • 5-L’Alto Adige in una dimensione italiana e internazionale

L’intervento del professor Steininger da un lato, la presenza di Claudius Molling dall’altro, e ancora il convitato di pietra Bruno Kreisky e la politica tirolese e austriaca nei confronti dell’Alto Adige sono il contrappunto fondamentale al fronte italiano rappresentato dall’oppressione e dall’italianizzazione forzata, che trova una “liberazione” solo con il governo Moro e l’approvazione del Pacchetto di Autonomia.

  • 6-Spazio agli aspetti concreti

Passeggiare attraverso i container, salire sul Traenenbus con cui Rosa Gutman Roner si recava a far visita agli uomini detenuti a Verona insieme alle altre donne dell’epoca, parlare di persona con Steininger, sentire da Molling come concretamente venivano trasportate armi e munizioni, fornisce un quadro mentale concreto di come agivano, si nascondevano e portavano avanti la propria lotta i membri del Bas.

  • 7-Una via per il futuro

“I nostri ragazzi hanno capito molto più di noi, sono molto più avanti di noi sul fronte della convivenza e certi problemi neanche se li pongono più”. Secondo Christoph Franceschini è quella la chiave di lettura del passato e la scena finale dello spettacolo lo conferma. Mettendo in scena i ragazzi e le loro diverse prospettive nei confronti del domani – dagli oltranzisti dell’identità tirolese agli altoatesini d’adozione che, forse, scoprono solo ora il passato violento della loro nuova terra – si dipinge un Alto Adige moderno in cui il problema dell’identità non si pone neanche più. Che ciò avvenga per incapacità di riflettere, o per una presa d’atto dell’inutilità della riflessione stessa, poco cambia. L’idea è che la storia va avanti, nonostante tutto.

  • 8-La fotografia di una storia che vive

IMG_7194La spettatrice che sale sul Traenenbus e saluta Rosa Gutman Roner ricordando per un breve attimo gli anni di scuola passati insieme, l’adolescente che si rivolge a Sigmund Roner e gli rivela di aver avuto sua moglie come insegnante di scuola da un lato, ma anche la presenza degli “Spitzenpolitiker” del momento – dal Landeshauptmann Arno Kompatscher, “beccato” a fare la fila al botteghino da normale cittadino fra i cittadini al suo giovane assessore Philipp Achammer, dall’ex sindaco di Bolzano Luigi Spagnoli ai Verdi al completo Riccardo Dello Sbarba, Hans Heiss e Brigitte Foppa, dall’ex assessora Sabina Kasslatter-Mur a esponenti delle principali categorie professionali della provincia – rivela come gli anni delle bombe e i loro strascichi rappresentino ancora, lo si voglia o no, uno snodo della storia e una chiave di lettura della realtà altoatesina. Un confronto forse inapplicabile, ma che farebbe bene anche alla Padova del “processo sette aprile” o all’Italia degli anni di piombo.

  • 9-La musica

Del notevole allestimento scenico va sottolineata la presenza della banda musicale Franui, già coprotagonista nello spettacolo della passata stagione del Vbb dedicato agli anni delle Opzioni (anche in quel caso i protagonisti erano i testimoni dell’epoca), che – anche se in alcune fasi sovrabbondante e troppo lungo – ha fornito l’adeguato accompagnamento musicale allo spettacolo.

  • 10-Spinta alla ricerca

La domanda di fondo cui lo spettacolo si proponeva di dare risposta – “Si sarebbe arrivati all’autonomia senza bombe e senza morti’” – alla fine non riesce, ovviamente, ad essere evasa fino in fondo. La giustapposizione delle opinioni priva di un’analisi definita spinge lo spettatore a approfondire la ricerca e a farsi una propria idea di ciò che è accaduto. Apre quindi interrogativi più che dare risposte: argomento criticato da molti (“mancava l’analisi, la lettura”) ma che personalmente trovo molto giornalistico e filologico.

Bombenjahre – fino al 24 febbraio al Teatro Comunale di Bolzano: info e biglietti

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