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The FrontmanHo da poco finito di leggere “The Frontman: Bono (nel nome del potere)”, il libro inchiesta di Harry Browne sugli intrecci affaristici del cantante degli U2 edito in Italia da Alegre. Ho riflettuto a lungo se scrivere su questo libro qualche riga. Contiene molti fatti interessanti ma l’avevo trovato un poco esagerato: è vero, Bono & Co sono degli spregiudicati investitori immobiliari, spostano i capitali dove gli conviene per eludere le tasse e soprattutto si sono prestati, nel nuovo millennio, a promuovere un’idea di aiuto al Terzo Mondo (certo, Bono lo considera proprio così: Terzo Mondo con i negretti che vanno aiutati dal bravo uomo bianco) in linea con le peggiori teorie economiche mai comparse sulla faccia della terra.

Ma tutto sommato, con un pizzico di benevolenza (sono cresciuto a pane e U2) si poteva pensare a un ragazzo di Dublino dalle idee politiche confuse, dalla religiosità bigotta (il libro di Browne su questo contiene spunti interessanti) e concedere a Paul Hewson il beneficio del dubbio. Diciamo almeno la buona volontà di un pasticcione volitivo.

Poi questa mattina svegliandomi con il lancio del nuovo iPhone 6 con gli U2 sul palco a presentare il loro nuovo album, con preview disponibile ovviamente su iTunes, mi sono messo alla tastiera.

Su come gli U2 da faro del rock ad inizio anni 90 siano riusciti a dilapidare un capitale di immagine e di cultura si potrebbe scrivere un trattato. Ma basta anche ascoltare il brano che hanno appena presentato e confrontarlo con quelli di venti anni fa per farsi un’idea. Per me la parabola segue, più che gli album, quella della qualità dei loro concerti (l’ultimo che ho visto nel 2010 a Milano era semplicemente inguardabile). In parte poi, sono nato nel 77, ho fatto coincidere questa parabola discendente con il dissolversi del Novecento, l’imporsi di anni zero confusi e dilacquati, la faticosa ricostruzione di una prospettiva storica nell’assenza di ideologie. Il sincretismo impegnato e semplificato da Bignami proposto da Bono ha funzionato negli anni 80 della crisi morale diffusa, si è trasformato in impeto estetico negli anni Novanta (decisamente la parte migliore), si è ricoperto d’oro e banalità nel passaggio del Millennio quando il nostro ex eroe ha iniziato a trasformare i concerti in sermoni e ha preteso di parlare a nome dell’Africa e dei poveri. Accanto a Bush junior, Tony Blair e i vertici del fondo monetario.

Non è un caso se The Frontman tratta principalmente due “ere” degli U2: gli anni Ottanta e il Bono impegnato del nuovo millennio. Gli anni Novanta, in cui gli U2 si sono principalmente impegnati nella ricerca musicale, non vengono quasi trattati.

The frontman

E’ il Bono politico e imprenditore che ci costringe – anche controvoglia – a cambiare le lenti e confrontare parole, intenti ed effetti concreti sul mondo. Il socio di Facebook e il grande alleato di Apple, i due giganti della Rete che stanno “recludendo” in sistemi chiusi l’utopia di Internet come luogo di scambio paritetico, è sempre andato a braccetto con i poteri economici, si è prestato a fare da stampella “buona” per governanti a prescindere dagli impegni concreti, ha inseguito soldi e potere. Niente di male? Lo fanno tutti? Ma non tutti ci hanno ammorbato i concerti con discorsi moralisti e promosso campagne i cui effetti concreti sono da ridiscutere.

L’apice di The Frontman è la controcopertina che contiene una fulminante sintesi di Wu Ming 1 che ne ha curato la versione italiana:

The Frontman non si limita a smarscherare il luccicante principe del chiagni e fotti Bono Vox, ma sfascia l’intera narrazione tossica sui nababbi buoni, i miliardari impegnati, i Live Aid per smacchiare la coscienza, i turlupinatori che parlano di fame in Africa e sono culo e camicia con le multinazionali che devastano l’Africa e il mondo. Diffidate dei ricchi & famosi che si proclamano in guerra contro la povertà. Si avrà una vera guerra alla povertà quando i poveri insorgeranno contro i ricchi. E se mai verrà quel giorno, non sarà un buon giorno per Bono

A Wu Ming 1, per sua stessa ammissione, “Bono è sempre stato sul cazzo”. A me diciamo da oggi.

Luca Barbieri

 

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