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L’ateneo romeno

A prima vista Bucarest potrebbe sembrare una città caotica, grigia e succube di un traffico senza regole. Il suo viso e la sua anima sono stati deturpati dall’ architettura comunista e dal regime di Nicolae Ceausescu. Il viaggiatore che vuole scoprirne l’antico volto deve armarsi di pazienza e, alla stregua di un archeologo, cominciare a rimuovere  il fango deposto sui gioielli della città negli ultimi decenni. Ma lo sforzo è ripagato. Una volta rimossa la polvere grigia dei palazzi del socialismo reale, la città si apre al visitatore come uno scrigno pieno di vestigi preziosi.

 

Tra i vicoli stretti e polverosi del centro storico, oggi in pieno rifacimento, si ritrovano i quartieri antichi che ricordano Bisanzio. Le case a due piani, con le botteghe degli artigiani a pianoterra e i chioschi sporgenti in legno al piano superiore, ricordano il quartiere Fener di Istanbul. Per tutto il Settecento, Bucarest è stata sotto l’influenza dei principi provenienti dalle sponde del Bosforo. E ancora oggi qua e là, tra giardini segreti, si intravedono le piccole chiese ortodosse, la vera eredità bizantina. Tra quelle mura dipinte viene orgogliosamente custodita l’anima mistica di un popolo latino ma ortodosso. Varcare la soglia di una di queste chiese riporta indietro nei tempi dei basilei, gli antichi imperatori bizantini. Le messe cantate, il fitto incenso e le icone dorate fanno respirare l’aria quattrocentesca di Costantinopoli. L’ortodossia è l’impronta più visibile dell’appartenenza culturale dei romeni all’Oriente. Così come la lingua costituisce l’ancoraggio culturale dei romeni al mondo occidentale.

 

E, proprio l’appartenenza alle lingue neolatine ha trasformato Bucarest nella città più francofona d’Europa, a partire dalla metà dell’Ottocento. Tutt’oggi il francese è lingua con cui si insegna in tanti atenei romeni e segno di appartenenza all’élite culturale del Paese. Dal 1840 in poi tutte le grandi personalità romene si sono formate nella capitale francese, importando nelle terre native non solo la lingua di Voltaire, ma anche lo spirito e la cultura francesi. Anche il volto della città è cambiato molto. L’architettura ha preso spunto dalla Parigi di quei anni. Alla vecchia città bizantina è stata affiancata la nuova Bucarest d’ispirazione francese. La città è stata ridisegnata da architetti parigini. Larghi boulevard sono stati tracciati tra l’Università e l’area nord della capitale. Viali che convergono nella grande piazza dell’Arco di Trionfo, che non può non ricordare l’ansia da grandeur francese.

I grandi palazzi cittadini, ed anche molti di quelli privati, sono stati costruiti in stile liberty. I giardini pubblici, Cismigiu ed Herastrau, sono d’ispirazione francese, e ricordano i famosi Jardin du Luxembourg parigini. Per i vialetti di questi giardini sono passati Ionesco, Eliade e Cioran negli anni Trenta, prima della loro partenza definitiva per la Francia. E, sicuramente i loro incontri nei giardini parigini hanno a che fare con la nostalgia di casa. L’Opera, l’Università, l’Ateneo Romeno, il Circolo Militare, la sede della Banca Nazionale sono tutte testimonianze in pietra della fratellanza forte tra la Francia e la Romania.

Ma l’impronta più forte dell’emulazione francese è lo spirito bohémien che caratterizza i giovani studenti della città. Colpisce la loro voglia di vivere, di divertirsi, l’apertura verso lo straniero che rende Bucarest una delle città più vive d’Europa.

Nessun’altra città rispecchia meglio il connubio tra oriente e occidente come Bucarest, essendo la capitale che ha saputo far convivere il misticismo bizantino con lo spirito parigino.

 

Teodor Amarandei

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