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Buon anno cinese (la grande migrazione)

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© Silvia Sartori. Decorazioni di Capodanno cinese presso la Pagoda di Longhua, Shanghai, Febbraio 2011.

Shanghai – It’s that time of the year again.
Lo avverti dalle prime lanterne rosse che compaiono sulle hall di palazzi e condomini, lungo strade ed incroci.
Lo percepisci – sì, quasi fisicamente – dall’irrequietezza generale che comincia a serpeggiare tra i cinesi, per il solito, grande, enigma dell’anno: riuscirò a trovare un biglietto per tornare a casa?
Lo intuisci dal progressivo esodo dalle grandi città che, per l’unica volta durante l’anno, assumono allora la parvenza di “città normali”, a portata d’uomo: libere dalle folle, cadenzate da un ritmo, per una volta, lento.
Ahimè, cominci anche a sentirlo dalle prime raffiche di petardi, l’inizio di una escalation che arriverà a sfociare, nei giorni di massima, in scenari di bellica memoria.

Capodanno cinese. La data esatta cambia di anno in anno, tra gennaio e febbraio, secondo il calendario lunare. Quest’anno cadrà presto: il 22 gennaio si dirà addio all’Anno del Coniglio per dare il benvenuto a quello del Drago. Capodanno cinese, ovvero la Cina che decide di mettersi in pausa e di trastullarsi un po’. Questa creatura enorme, iperattiva in qualsiasi circostanza, chiude i battenti per qualche settimana e si rinchiude negli affetti familiari, si prodiga (più del solito) in cucina e si sbizzarrisce senza remore con petardi e fuochi d’artificio.

E’ il momento dell’anno più speciale per i cinesi. Prima di tutto, perché per la stragrande maggioranza di loro, poveri e ricchi che siano, è l’unica occasione in cui tornano a casa. Anche l’esercito di studenti universitari, manovalanza e lavoratori migranti – domestiche, operai, carpentieri, ecc. – ha una pausa dal lavoro e torna a casa. Per molti di loro, madri e padri, è l’unica occasione per rivedere i propri figli (o, spesso, l’unico figlio), left behind nel villaggio natale con i nonni.

E’ un fenomeno che, a me, evoca scenari epici.
Una sorta di fuga dall’Egitto, versione XXI secolo.
Quasi un’evacuazione di massa.

La migrazione stagionale annuale piu’ grande al mondo quest’anno prevede circa 3 miliardi 200 milioni di viaggi di passeggeri tra l’8 gennaio e il 16 febbraio. Le stime sono, come sempre, a‘ la chinoise: 34.88 milioni di voli, 235 milioni di viaggi in treno e 2 miliardi 850 milioni di viaggi su strada.

Viaggi epici, tra pullman, treni e, talora, persino tratti a piedi.
Viaggi che arrivanoa durare anche giornate intere, attraversando migliaia di chilometri.
Ovunque, e’ un ammassarsi di sacchi, borse, scatole, fagotti e valigie.

Quelli del Capodanno cinese, poi, sono i giorni piu’ freddi dell’anno, con abbondanti nevicate e altri disagi che ostacolano i traporti: folle bloccate in stazioni per giorni, passeggeri che continuano il viaggio a piedi per ore tra zone innevate non sono aneddotica da science-fiction.

Tuttavia, la vera, grande, sfida rimane ancora il riuscire a procurarsi i biglietti, soprattutto quelli dei treni, che abitualmente sono acquistabili solo dieci giorni prima della data di partenza, scatenando cosi’ una mastodontica “caccia al tesoro” collettiva.  Da quest’anno e’ stato attivato anche un servizio di acquisto online e telefonico che consente di comperarli a partire da dodici giorni prima della partenza, il che pare stia parzialmente alleviando il consueto problema di infinite code all’alba e di giorni interi spesi agli sportelli.  Ma non e’ finita qui. Tutti quelli che sono riusciti a tornare a casa, durante le vacanze dovranno poi ricominciare le peripezie per riuscire a trovare un biglietto per tornare al luogo di lavoro o nella citta’ in cui studiano.

“World’s greatest journey begins”
, titolava ieri il quotidiano Shanghai Daily appunto.

E io?
Se tutto fila liscio, io quest’anno me la svigno. Away from the cities, away from the crowds ma soprattutto – mi auguro – away dai petardi.
Anche quest’anno è stata un’impresa pressoché impossibile riuscire a trovare un biglietto per un posto qualsiasi fuori dalla Cina. Cominciai a cercare sin da ottobre. Solito ritornello: voli esauriti e prezzi saliti alle stelle (andare a Tokyo, hardly two hours away from Shanghai, mi costava più che rientrare a casa per Natale!). E così ho escogitato un Piano B: scappo in frontiera. Rimango cioè nel Regno di Mezzo ma I’ll make my way in una zona di confine, in piena natura, abitata da minoranze etniche.
Con l’augurio – lo confesso – che, proprio in quanto minoranze etniche, festeggino il Capodanno diversamente o siano meno partecipi della tradizione cinese stricto sensu (leggi: niente petardi), living on come nulla fosse cambiato, luna compresa.

Silvia Sartori

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