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Caponero Capobianco: no al caporalato

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Ma il caporalato è finito? No, anzi, imperversa ancora. Certo, molti di noi hanno nelle orecchie le parole di Roberto Saviano, il suo racconto della storia di Yvan Sagnet, il camerunese studente di economia a Torino che guidò, due anni fa, la rivolta dei raccoglitori di pomodoro nelle campagne pugliesi. Tanto che, lo scorso anno, è stato istituito il reato di caporalato: sfruttare come animali degli immigrati per lavori massacranti, e quasi non retribuiti, non dovrebbe essere più permesso.

Il condizionale è d’obbligo, guardare per credere il documentario proposto da Zalab.Org. Bisogna prendersi sei minuti per vedere, tutto d’un fiato, Caponero Capoblanco di Rossella Anitori e Antonio La Forgia. E’ la seconda uscita delle schegge di Za, brevi documentari che il sito propone mettendo a nudo le più gravi emergenze democratiche dell’Italia di oggi.

Si svegliano quando è ancora buio; ammassati nei furgoni percorrono un labirinto di strade sterrate fino ai campi dove lavorano a testa bassa per oltre dieci ore. Sono i braccianti della grande piana del pomodoro italiano. Migliaia di migranti africani condannati dalla mancanza di alternative ad nutrire il grande serbatoio di lavoro nero che sostiene i profitti dell’industria agroalimentare. Non conoscono buste paga, contratti né diritti. Vengono reclutati dai loro stessi connazionali, i “capineri”, dietro a cui si nasconde il “padrone bianco”. Due facce della stessa medaglia, quella di un sistema che dal 2011 la legge riconosce come reato, ma che nelle campagne italiane è ancora la regola.

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