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Domenico era un operaio tra quelli più anziani in fabbrica, aveva 60 anni, ma ne dimostrava almeno 5 di più: aveva cominciato  a lavorare dai 14 o anche prima. La sua famiglia infatti era una delle più povere del paese: era nato in uno degli ultimi casoni della bassa padovana, tra le galline, i due conigli spelacchiati che sua madre teneva per cercare di ingrassarli e metterli in pentola e il cane “Lupo”…così lo chiamavano. Suo padre? Mai visto…era uno sbandato datosi all’alcool e chissà che fine aveva fatto. Ogni tanto Domenico narrava ai compagni – quelli vecchi che lo compativano e lo ascoltavano, anticipando ormai le sue battute prevedibili –qualche storia della guerra oppure della sua vita dificile e prediligeva raccontare delle donnacce, quelle di strada che aveva avuto e che continuava a frequentare.

La fabbrica dove lavorava era il laboratorio di minuteria metallica degli Zanetti di Pontescuro: una ditta che negli anni d’oro fatturava bene e i proprietari si erano fatti la villa, viaggiavano sempre con auto di grossa cilindrata ed avevano in magazzino una serie di auto d’epoca, perché il paron vecio era appassionato e ne aveva collezionate almeno 5 o 6. Gli Zanetti avevano assunto Domenico da loro per pietà, sapevano da che vita di miseria veniva e soprattutto avevano avuto pena per il ricordo della della madre che era stata sempre una brava donna ed aveva cresciuto da sola le due sorelle più piccole e lui giù alla casa vicino al mulino dopo che i tedeschi durante il rastrellamento avevano ucciso suo marito e portato via il figlio maggiore.

Domenico però aveva qualche trascorso torbido: con una famiglia così e soprattutto senza un padre, talvolta beveva anche se non aveva sete; gli piaceva fermarsi al bar già di mattina prima del turno di lavoro e la sera prima di tornare. Era sempre vissuto da solo. Le donne? aveva avuto una storia seria da giovane con una ragazza che avrebbe voluto sposare e lei se ne era scappata con uno di passaggio in paese e poi nessun’altra storia seria. Si sapeva però che andava a prostitute e gli piacevano soprattutto quelle dell’est. Per un paio di mesi se ne era tenuta una in casa: in quella specie di dimora diroccata che aveva giù lungo l’argine, quello che iniziava svoltando dopo il panificio. Stava su per miracolo, quella casa, in realtà una bicocca malandata che non sistemava da anni e non puliva mai. Era già tanto se non gli cadeva addosso. Così era anche lui: un uomo ormai vecchio, fragile, e con quella tara del sesso a pagamento che lo aveva rovinato.

Giù in fabbrica i giovani lo prendevano in giro e  qualche volta addirittura si prendevano gioco di lui, provocandolo sulle donne che aveva avuto e sulle sue performances giovanili di cui spesso si vantava, dicendo che i maschi non erano più quelli di una volta e che erano diventati debosciati e incapaci e attaccava con le solite storie. Domenico era stato uno che si arrabbiava, uno che a volte cercava rogne, specie quando aveva bevuto e si era fatto almeno un litro di alcool, ma allora non aveva più la voglia né l’energia per farlo e per affogare tutti i pensieri della sua vita si limitava a bere ma con la balla buona e mite. Al massimo faceva qualche battuta alle donne giù in paese che passavano in bici veloci pedalando e mostrando un po’ le gambe…

Vicino alla macchina dove lavorava si era ricavato un angolino tutto suo e i paroni così come il caporeparto lo tolleravano anche se ci aveva attaccato qualche gigantografia di donne nude. Eppure lui era anche uno di chiesa…o almeno si considerava così e alla messa la domenica mattina non mancava mai, ovviamente dopo esser passato al bar a farsi un caffè corretto e tornarci dopo il rito per un bicchiere di quello buono e  giusto per la domenica.

Tutti in fabbrica ricordano quel giorno di dicembre del 2005: ancora oggi il 24 ci si scambia i saluti a fine turno dopo la sirena delle 12:00 e ci son due fette di panettone e un bicchiere per brindare ( i paroni vogliono ancora rispettare la vigilia di Natale e fare gli auguri alla vecchia maniera): per un attimo gli operai chinano il capo e biascicano due parole di  preghiera per Domenico.

Se ne era andato infatti quel 24 dicembre di neve e gelo in silenzio dentro la fabbrica dove aveva passato una vita. Si era accasciato accanto alla macchina e vicino alle sue foto di ragazze cui era affezionato. Un infarto lo aveva portato via in pochi minuti e lui non aveva chiamato nessuno e nessuno se ne era accorto; cadendo a terra, aveva strappato e tirato a sé il crocifisso che nei giorni precedenti aveva appeso alla parete, chissà forse se la sentiva o semplicemente era in una di quelle crisi religiose che ogni tanto lo colpivano.

Solo dopo un po’ accorsero i vicini di macchina, i due operai macedoni che erano arrivati qualche mese prima e sapevano solo qualche parola di dialetto e quando intervennero lo chiamarono più volte: Menego… Menego…così lo avevano sempre chiamato in fabbrica e per tutti era sempre stato Menego Taja, perché tutti ormai glielo dicevano quando attaccava con quelle storie delle sue donne. Domenico adesso non c’era più.

Lo ricordiamo oggi che è il 24 dicembre, lo ricordiamo come uno di noi, un pover’uomo che dalla vita non ha avuto nulla oltre al lavoro in fabbrica di 50 anni. Ora restano ancora le foto delle sue donne, ma non stanno più appese alla parete, sono giù nell’umidità del magazzino, invecchiate tra la roba vecchia, i pezzi da buttare e le macchine in disuso, in attesa anch’esse di essere portate a rottamare.

Domenico sta comunque nei nostri cuori tra la donna nuda e il crocefisso…

Bruna Mozzi

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