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Cara Fabbrica / Luigi del Biri

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Luigi, per gli amici Gigi, negli anni Cinquanta viveva alla Stanga, abitava di fronte al Biri, all’inizio di via Turazza. Poco più avanti c’era l’ingresso degli operai che riparavano carrozze ferroviarie. Si vedeva un apposito binario che le portava dalla stazione all’officina.

I genitori di Gigi avevano un bar gelateria e un alimentari acquistati da suo padre, a forza di risparmi e di straordinari come commesso di salumeria da Zulian, lì vicino: quello era stato il suo riscatto dalla miseria che nel dopoguerra significava fame e dolore. Nel bar lavorava anche una sua sorella (Severina) la zia di Gigi che si presentava come una moracciona ben in carne, dal seno imponente e dalle curve ben delineate, occhi grandi e labbra sempre ben tinte di rosso fuoco. Aveva fatto innamorare molti in quartiere ed ogni volta che passava e c’erano degli operai, riceveva apprezzamenti non proprio da sacrestia e fischi prolungati con tono prima alto e acuto, poi basso, più sensuale e malizioso. Lei non ci faceva più caso e si sentiva fiera e forte perché era fidanzata, anzi “eternamente” fidanzata, con un tale Lucio di Noventa, che poi fece fortuna brevettando un macchinario per la lavorazione del compensato.

Al mattino gli operai arrivavano in bici silenziosi e mogi, con certe facce dall’espressione assonnata, i visi lunghi e le pedalate lentissime: parcheggiavano la bici sulla rastrelliera nel cortile della ditta, staccavano la borsetta di cuoio attaccata alla canna della bici, ne controllavano per l’ennesima volta il contenuto, quasi a voler portare con loro un po’ di casa; mogli o madri avevano preparato la gavetta con la minestra o la pasta e chiuso in una piccola bottiglia un quartino di vino. Avrebbero consumato il tutto poi di fretta nella breve pausa per il pranzo, assiepati e stretti sui gradini davanti agli uffici, al sole d’inverno e all’ombra d’estate.

Luigi era ancora un ragazzo, ma gli piaceva molto stare ad osservare la fabbrica dal balcone di casa e tutto il suo mondo era quello, a parte la scuola o la messa la domenica mattina, col vecchio prete dai capelli candidi, mite ed amato da tutti, una pasta d’uomo. La sera un cerchio di gente, gli “aficionados”, si trovava per la briscola con suo padre, nel retrobottega, tra cartoni di prodotti e gabbie di bottiglie del latte. Gigi cresceva precocemente, imparando molte cose della vita, anche in anticipo, ascoltando i loro discorsi, sulle donne, la politica, l’umanità in genere. Gli habitués erano un romano, direttore della fabbrica INSA, un rappresentante, il più anziano, tendente alla pennichella improvvisa, un fornitore di biscotti e dolciumi che spesso portava con sé Gigi per i suoi giri di lavoro e qualche altro personaggio, come il barbiere, un tipo ambiguo che aveva messo in giro la voce che si era fatto pure la figlia, una adolescente carina, con i capelli castani a caschetto e gli occhi grandi. Ma tutto finiva in battute, forse non gli credevano fino in fondo.

A volte Gigi nel pomeriggio, quando aveva finito la scuola e i compiti (era alle medie) portava le spese della salumeria a domicilio, in particolare al Biri perché c’era  una signora, moglie di un calciatore del Padova calcio di Nereo Rocco, che gli piaceva moltissimo: era “la signora bella”. La zia Severina lo prendeva un po’ in giro per questo. Però Gigi imperterrito sognava la “signora bella” anche di notte e al mattino talvolta si ritrovava col letto bagnato e imbarazzato di fronte ai rimproveri di sua madre. Incominciava a leggere dei libri: dal veneto parlato in casa, che allora si tendeva a considerare un dialetto poco presentabile, era passato, grazie a una brava professoressa di lettere che gli dava qualche ripetizione di latino, a Jules Verne e ai libri di Jerome, i quali lo fecero innamorare della letteratura.

Così scorrevano quei giorni, non particolarmente felici, ma pieni di attesa per l’avvenire che per altro sembrava non arrivare mai, tra i fumi delle ciminiere, il traffico della rotonda e i burci pieni di carbone, che scaricavano dietro casa per rifornire il gasometro.

Il suo universo crebbe incontrando precocemente anche sorella morte, così come la chiamava Don Cirillo: succedevano incidenti mortali sulla rotonda trafficatissima, ma uno in particolare lo colpì. Un operaio a cui suo padre aveva appena servito il caffè, salito sulla moto per andarsene a casa, urtò lo scambio dei treni e scivolò di traverso, facendo una capriola in aria e battendo la testa sull’asfalto. Gigi accorse subito, precipitandosi giù per le scale del condominio dove abitava e fece in tempo a vedere il corpo steso a terra, che tremava tutto, ormai era in coma. Lo portarono via che era già morto.

Gigi cresceva in fretta e suo padre decise che non lo avrebbe fatto studiare se non alle scuole professionali. Sarebbe bastato un breve corso di preparazione al lavoro: erano anni difficili quelli del dopoguerra e le difficoltà a casa sua durarono fino agli anni sessanta e oltre. Scelse di entrare nella fabbrica vicino a casa sua che ancora produceva per l’estero e i paesi emergenti: in fondo gli pareva di conoscerla a fondo. In realtà non l’aveva mai visitata all’interno, se non quella volta che, accompagnato da un operaio, il Turi di Mira che si attardava sempre la sera per gli straordinari, era entrato una mezz’oretta ad esplorare le sale con le macchine, i torni e le frese e ne era rimasto affascinato. In poco tempo passò dai libri al tornio a cui si legò per decenni.

Gigi entrò all’INSA a 18 anni e vi rimase fino al giorno della pensione. Vide fatti e fattacci nei 50 anni di lavoro e la carriera gli fu facile. Ma c’è un episodio che vale la pena di raccontare e avvenne ad uno dei suoi colleghi sindacalisti: un tipo basso, dal viso spigoloso e dalla fronte stretta. Uno del Sud, un siciliano di Enna, arrivato a Padova negli anni sessanta a cercar fortuna. Si era fatto strada come sindacalista sin dalla metà degli anni settanta. In quegli anni la vita dei sindacalisti era tanto intensa quanto difficile e pericolosa: erano malvisti dal paròn perché considerati nullafacenti e venivano accusati di corrompere la classe operaia e di contagiare anche le mele buone con le poche mele marce del sindacato. E pure gli operai, o almeno la gran parte di loro, li odiavano e li guardavano in cagnesco perché con gli scioperi facevano perdere giornate buone di paga: e poi chi le avrebbe sfamate le bocche a casa? e con che soldi si sarebbe pagato l’appartamento o l’affitto? Le proteste venivano specialmente dai giovani, spesso accasatisi da poco tempo e con figli piccoli a carico ed altri in arrivo. Ce n’erano due o tre di grandi e grossi, con due spalle da far paura, che avevano minacciato Salvatore già parecchie volte e gli avevano fatto dei danni all’auto, strisciando la fiancata tutto intorno e un’altra volta forandogli le gomme proprio nel parcheggio della fabbrica. Avevano anche cominciato a fargli delle telefonate anonime a casa e a minacciare moglie e figlia piccola.

Successe tutto quel novembre del 1977: Gianni si stava intrattenendo a parlare con Salvatore alla fine del pomeriggio di lavoro e, nonostante il freddo penetrante e il vento che tagliava viso e mani e si insinuava anche nelle pieghe della sciarpa, entrambi erano lì fermi discutere del prossimo sciopero. Gigi aveva aderito ad alcune contestazioni e sit-in di occupazione: a casa, suo padre, ormai vecchio, ma ancora dal piglio deciso, glielo aveva impedito, prima cercando di farlo ragionare e poi minacciandolo di mandarlo fuori di casa. Ma lui era andato lo stesso…

Erano lì fermi nella luce fioca del lampione quando sbucarono dall’angolo più nascosto del parcheggio i tre tipi nerboruti ben incappucciati che cominciarono ad avvicinarsi minacciosi e appena furono vicini a Salvatore e Gigi, presero a ceffoni e pugni il primo e a spintonare il secondo. In pochi minuti, nell’impossibilità di difendersi, Salvatore e Gigi si ritrovarono a terra sanguinanti. Salvatore in particolare si lamentava di una ferita profonda alla testa nella parte posteriore del capo, all’altezza della nuca, dopo che lo avevano cacciato a terra con violenza a forza di pugni e che aveva sbattuto la testa sullo scalino dove di solito gli operai si mettevano a mangiucchiare o a fumare nelle pause. Gigi se la cavò con molto meno e con tanta paura. Poi avrebbe narrato l’episodio anche alla Polizia, ma i tre erano incappucciati e non era facile inchiodarli.

Poi col tempo le acque si calmarono, Salvatore dopo un paio di mesi guarì del tutto e fu trasferito definitivamente al sindacato a Padova e non lo si vide più almeno per un paio d’anni.

Poi sarebbero arrivati gli anni Ottanta e la fabbrica sarebbe cambiata molto. Ma questa è un’altra storia…

Ora Gianni è un pensionato felice, vive in provincia in una bella e confortevole casetta con giardino spesso contornato di nipoti e nipotini. Ogni tanto lo si può vedere seduto all’ombra del pergolato intento o a sfogliare un vecchio album di ricordi della fabbrica e dei colleghi o a leggere un buon libro: le due passioni che ha sempre avuto.

Anche questa è storia di fabbrica…

Bruna Mozzi

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