<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>AND - A Nordest Di che... &#187; Afghanistan</title>
	<atom:link href="http://www.anordestdiche.com/cat/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.anordestdiche.com</link>
	<description>diari dal mondo e reportage di viaggio</description>
	<lastBuildDate>Sat, 18 May 2013 02:47:20 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.4.2</generator>
		<item>
		<title>Il Tajiko al Bazaar di Herat</title>
		<link>http://www.anordestdiche.com/senza-categoria/il-tajiko-al-bazaar-di-herat/</link>
		<comments>http://www.anordestdiche.com/senza-categoria/il-tajiko-al-bazaar-di-herat/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 05 May 2013 04:54:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Diari]]></category>
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.anordestdiche.com/?p=19183</guid>
		<description><![CDATA[Herat, 17 ottobre 2010 Questa sicuramente è una delle ultime giornate che trascorrerò al Bazaar di Herat. Presumibilmente fra un mese dovrebbe terminare la mia permanenza in Afghanistan e sicuramente d’ora in avanti, non avrò abbastanza tempo da dedicare al [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em class="size-medium wp-image-19247" title="Kleiderbasar in Herat">Herat, 17 ottobre 2010</em></p>
<p>Questa sicuramente è una delle ultime giornate che trascorrerò al <strong>Bazaar di Herat</strong>.</p>
<p>Presumibilmente fra un mese dovrebbe terminare la mia permanenza in Afghanistan e sicuramente d’ora in avanti, non avrò abbastanza tempo da dedicare al Bazaar.</p>
<p>Cercavo Ismael che avevo conosciuto la prima domenica che ero venuto al Bazaar, ma non l’ho trovato.</p>
<p>Mentre passeggiavo tra le bancarelle, i miei sguardi curiosi sono caduti sulla “mercanzia” di Abdul, un venditore di oggetti di pietra afgana.</p>
<p>Mi ha colpito la lavorazione artigianale delle pietre e quello che da mani “artistiche” sia venuto fuori: bicchieri, tazze, mini-sculture rappresentanti animali, “sopramobili” di vario genere, pietre tagliate in ovale…</p>
<p>Abdul, è un uomo sui quaranta credo, dalla lunga barba e dai lungi capelli crespi e viene dal Tajikistan.</p>
<div id="attachment_19247" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2013/05/Herat_clothes_bazaar.jpg"><img class="size-medium wp-image-19247" title="Kleiderbasar in Herat" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2013/05/Herat_clothes_bazaar-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">fonte: wikipedia commons</p></div>
<p>Con grande sapienza mi ha mostrato i suoi oggetti e per ogni singolo pezzo illustrandomi ciò che volesse rappresentare, mi ha spiegato le procedure di lavorazione e la qualità di pietra utilizzata.</p>
<p><em>“Questo è lapislazzulu, questa è perla di Iran, questa è kuchi afgana, questo è “star zaffiro”, o meglio più comunemente chiamata “Stella di Kabul…”.</em></p>
<p>Mi ha detto questo indicandomi con l’indice le sue pietre una per una…</p>
<p>Ho parlato un po’ con lui, mi ha raccontato che viene dal Tagikistan, per l’appunto, lavora come minatore in una cava, estrae le pietre dove le compra, le lavora e le rivende…</p>
<p><em>“Vengo da un villaggio vicino Dushanbe, la capitale, e momentaneamente per questioni lavorative mi sono trasferito qui ad Herat…” – </em>ha detto.</p>
<p>“<em>Parlami un po’ del tuo paese, Abdul” – </em>gli ho chiesto.</p>
<p><em>“Anche da me, la situazione di sicurezza è molto fluida e permane il rischio di attentati terroristici o altri episodi violenti.</em></p>
<p><em>Solo la capitale appare relativamente tranquilla, mentre le altre zone rurali e di confine, soprattutto verso l’Afghanistan, sono tutt’ora minate e hanno segni di degrado. Questo verso la città di Kulyob, nella regione del Pamir, dove occorre prestare tanta attenzione, per quanto riguarda la sicurezza.”</em></p>
<p><em>“A livello politico, rispetto all’Afghanistan, come siete messi?&#8230;” – </em>gli ho chiesto.</p>
<p><em>“Dopo essere stata una Repubblica Socialistica sovietica, dopo la rivoluzione Russa del 1917, oggi siamo una Repubblica presidenziale, con una Costituzione varata nel 1994.</em></p>
<p><em>E’ un territorio prevalentemente montuoso con la catena del Trans-alay e il Pamir per l’appunto.</em></p>
<p><em>Anche durante il periodo sovietico, come Paese, abbiamo mantenuto la nostra vocazione Islamica, grazie alle resistenze del Partito islamico di rinascita che ha scatenato in passato numerose ribellioni e guerre civili, da cui ancora oggi cerchiamo di venire fuori.</em></p>
<p><em>Nel ’97 ci sono stati numerosi trattati di pace tra il leader Democratico e le fazioni oppositrici islamiche finche i ribelli sono stati poi confinati qui in Afghanistan. Infatti numerosi miei compatrioti vivono qui da diversi anni ormai.</em></p>
<p><em>Il 95 per cento della nostra popolazione è musulmana e il 90 per cento è di etnia sunnita, mentre le altre minoranze sono Cristiane di origine russa, stabilitesi da noi, durante il periodo “sovietico”.</em></p>
<p><em>Io sono mussulmano.</em></p>
<p><em>Un po’ per i disordini ormai presenti da decenni e un po’ per il tipo di lavoro che svolgo, spesso sono in giro alla ricerca di pietre, mi sposto dal Tajikistan all’Afghanistan, e trovo “rifugio” ed ospitalità da amici e compatrioti…”.</em></p>
<p>Abdul mi ha poi spiegato che a causa del tipo di lavoro e di vita, la passione per le pietre e i suoi continui spostamenti, non lo hanno portato fino ad ora a farsi una famiglia tutta sua.</p>
<div>
<p>Su tutto quello che mi ha detto del suo Paese, ho cercato conferma in giro e ho visto che esattamente tutto ciò che mi ha raccontato corrispondeva veramente alla realtà dei fatti.</p>
<p><strong>QuattroGi</strong></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.anordestdiche.com/senza-categoria/il-tajiko-al-bazaar-di-herat/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Soraya, un matrimonio afghano</title>
		<link>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/soraya-un-matrimonio-afghano/</link>
		<comments>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/soraya-un-matrimonio-afghano/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 09 Dec 2012 09:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Diari]]></category>
		<category><![CDATA[Isaf]]></category>
		<category><![CDATA[matrimonio afghano]]></category>
		<category><![CDATA[soraya]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.anordestdiche.com/?p=16440</guid>
		<description><![CDATA[27 agosto 2010 Senza farmelo ripetere, ho colto “a volo” l’invito di Alex: sono andato subito a trovarlo. La mia visita, inizialmente indirizzata a conoscere un po’ il suo lavoro, in realtà si è rivelata essere occasione per conoscere nuove [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><em><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/12/matrimonio-afghano.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16441" title="matrimonio afghano" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/12/matrimonio-afghano-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>27 agosto 2010</em></p>
<p><strong>Senza farmelo ripetere</strong>, ho colto “a volo” l’invito di Alex: sono andato subito a trovarlo.</p>
<p>La mia visita, inizialmente indirizzata a conoscere un po’ il suo lavoro, in realtà si è rivelata essere occasione per conoscere nuove parole afgane, altre tradizioni e culture di questa terra…</p>
<p>La sede della radio, piena di uffici, è gestita sia da militari italiani che da civili afgani (In realtà c’ero già stato quando avevo conosciuto Fahrid, Haroon e Seeta). E&#8217; munita di una grossa   strumentazione radiofonica e con tutto ciò che serve per la comunicazione in un edificio abbastanza grande, è molto frequentato.</p>
<p>Appena sono entrato, Alex mi ha ricevuto nel suo ufficio e mi ha invitato a un buffet in atto proprio in quel momento: <em>“Si festeggia il matrimonio di qualche giorno fa, di Soraya, una ragazza che collabora con noi qui in radio” – </em>mi ha detto.</p>
<div>
<p><strong>La ragazza in questione, Soraya per l’appunto, l’ho conosciuta e ha raccontato che la “</strong><em>awroussi”</em>, la sua cerimonia di nozze è stata celebrata in una zona poco lontana da Herat, qualche giorno prima.</p>
<p>Sui trent’anni, di carnagione olivastra, occhi e capelli nerissimi e un po’ lontana dalle forti tradizioni afgane, come lei stessa ha poi raccontato, è stata molto disponibile nel parlare e con un italiano, alternato a un discreto inglese, abbiamo avuto così un dialogo.</p>
<p>La tavola del buffet, imbandita di tante leccornie che a vederle facevano invito anche se non si capiva bene quello che fosse, troneggiava in mezzo alla sala.</p>
<p>Alex mi ha fatto un po’ da accompagnatore, visto che non conoscevo nessuno e dopo il discorso di ringraziamento di Soraya ai partecipanti, l’accesso al buffet è iniziato.</p>
<p>A centro-tavola una presentazione di vari dolci è stata la prima cosa che ha colpito la mia curiosità ma anche un po’ quella di tutti.</p>
<p><em>“Questa si chiama “Shirini-Khori”, ed è la presentazione in bella vista di alcuni dolci tipici afgani che di solito la famiglia della donna offre a quella dell’uomo durante la cerimonia di fidanzamento, secondo la tradizione afgana.</em></p>
<p><em>Anche se non è per un fidanzamento che siamo qui, ma per festeggiare il mio matrimonio che tra l’altro già c’è stato, l’ho voluta ugualmente per far conoscere a chi non sa, qualcosa sui nostri cibi e le nostre tradizioni che rientrano nella cultura di questo paese” – </em>ha esordito Soraya.</p>
<p>I dolci che formavano l’enorme composizione, erano di vario genere: pasta sfoglia, frutta, salse, marmellate…</p>
<p>A primeggiare i <em>“kolcha”, </em>biscotti afgani indicatici da Soraya.</p>
<p><strong>Oltre alla parte dei “dolci”, il buffet prevedeva anche una “zona del salato”</strong>. Ci è stata offerta una sorta di pasta sfoglia ripiena di cipollotti e patate: Soraya l’ha chiamata <em>bolami.</em></p>
<p>Dal <em>bolami </em>si è passati alla <em>pakora, </em>di cui mi aveva già parlato Uahid, in questo caso accompagnata con una pastella preparata con ceci.</p>
<p>Insieme a tutto questo c’era del <em>naan, </em>il tipico pane afgano con delle marmellate di frutta.</p>
<p>Da bere succhi di frutta, quindi il “rani”, acqua e <em>chai, </em>il tè afgano.</p>
<p>Soraya ha parlato un po&#8217; del suo matrimonio…</p>
<p><em>“Mi sono sposata in una zona poco fuori Herat, la cerimonia nuziale si è tenuta in una sala presa in affitto dai miei suoceri, che come i miei genitori e a differenza mia e di mio marito sono molto tradizionalisti nel fare le cose secondo l&#8217;usanza del nostro paese.</em></p>
<p><em>In questa sala c’è stato sia il rito matrimoniale che la festa. Si usa che i genitori dello sposo comprano la “chila”, l’anello nuziale, per la sposa e i nastri gemelli che durante il rito sia lo sposo che la sposa indossano sulla fronte.</em></p>
<p><em>Sia lo sposo che “khanum”, che sarebbe la sposa quindi io in questo caso, durante la “nikka”, cioè la cerimonia di giuramento che viene fatta prima del rito nuziale, indossano un abito tradizionale di colore verde, il colore dell’Islam ma anche della primavera e del “nuovo inizio”.</em></p>
<p><em>La “nikka” avviene in questo modo: gli sposi nel loro abito tradizionale e tutti i familiari e gli altri invitati solo uomini, seduti intorno ad un tavolo.</em></p>
<p><em>La sposa, la sola donna presente al rito, indossa un abito di velo con maniche lunghe.</em></p>
<p><em>I due sposi con atteggiamento solenne durante il rito hanno gli occhi bassi. Il mullah che è colui che celebra il rito, interroga i testimoni e legge versetti del Corano.</em></p>
<p><em>Gli sposi in questo caso prestano giuramento e firmano i certificati”.</em></p>
<p><em>“Questo è il rito, ma la celebrazione e la festa vera e propria come avviene?” – </em>ho azzardato a chiedere.</p>
<p>Soraya con un sorriso ha risposto: <em>“Successivamente al rito, gli sposi si cambiano: di solito lo sposo mette uno smoking e la sposa indossa un “pari” di velo bianco, l’abito da cerimonia matrimoniale per la donna. </em></p>
<p><em>Gli sposi, con ai lati i rispettivi genitori, avanzano tenendosi per mano verso una pedana e dietro di loro una…come dite voi?&#8230; ecco…processione di parenti con intorno ospiti plaudenti.</em></p>
<p><em>Mentre gli sposi si dirigono verso i loro posti per accomodarsi ed iniziare il banchetto, un parente tiene il Corano sopra le loro teste: simbolo di protezione.</em></p>
<p><em>Si diffonde dagli altoparlanti la musica e inizia la festa.</em></p>
<p><em>Quando parte la musica, di solito “qawali” e “roya”, uno è un genere musicale pakistano, l’altro un genere solo per uomini, ci sono balli e canti in festa.</em></p>
<p><em>Gli sposi restano seduti sul “loro trono”, tenendosi per mano, sotto gli occhi di tante persone e qui si svolge il rito dell’ “Ayena Masshaf”: uno specchio davanti a loro, che hanno in testa un velo, riflette la loro immagine in modo che solo gli stessi sposi la possano vedere&#8221;.</em></p>
<p><em>&#8220;Intorno gli invitati ballano il tradizionale “attan”, una tipica danza afgana, saltando a ritmo del suono della tabla, il tamburo indiano&#8221;.</em></p>
<p><em>&#8220;La festa successivamente di solito si sposta a casa degli sposi dove si continua a danzare e a bere tè fino al sorgere del sole”. – </em>ha raccontato.</p>
<p>Soraya mentre raccontava del matrimonio, di tanto in tanto accennava qualche “smorfia” di sorriso questo perché simpaticamente non condivide più queste scelte “legate alla cultura”, come poco dopo ha ammesso: <em>“Il mio matrimonio è andato più o meno in questo modo, sinceramente sia io che mio marito non condividiamo più questo “modo di vivere”, ma per rispetto ci siamo in qualche modo adeguati soprattutto a ciò che i nostri genitori desideravano”.</em></p>
</div>
<p style="text-align: right;"><strong> Quattro Gi</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/soraya-un-matrimonio-afghano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La tv in Afghanistan</title>
		<link>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/la-tv-in-afghanistan/</link>
		<comments>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/la-tv-in-afghanistan/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 17 Nov 2012 06:13:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Diari]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.anordestdiche.com/?p=15953</guid>
		<description><![CDATA[26 agosto 2010 In occasione della “cena di saluto” in onore di Demis, un ragazzo con il quale ho condiviso più di cinquanta giorni ormai di “Afghanistan”, ho conosciuto Alex, un militare che fa parte del Gruppo “Psy-Ops”, una “cellula” [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>26 agosto 2010</em></p>
<p><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/11/afghanistan-television-tolo-2011-5-23.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15954" title="afghanistan-television-tolo-2011-5-23" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/11/afghanistan-television-tolo-2011-5-23-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>In occasione della <strong>“cena di saluto”</strong> in onore di Demis, un ragazzo con il quale ho condiviso più di cinquanta giorni ormai di “Afghanistan”, ho conosciuto Alex, un militare che fa parte del Gruppo “<strong>Psy-Ops”, </strong>una “cellula” facente parte dell’Esercito Italiano che qui in Afghanistan opera attraverso la <em>comunicazione </em>e mantiene i rapporti con la <em>popolazione locale.</em></p>
<p>Mi ha spiegato in che cosa consista il suo lavoro: <em>“Studiamo le abitudini e  le culture del posto, cosa la gente legge, come si informa e di conseguenza chi possiede in casa una televisione, che cosa guarda”.</em></p>
<p><em><strong>“Studiando queste loro abitudini</strong>, troviamo il modo per andare incontro alle esigenze di queste persone, quali mezzi utilizzare e come comunicare con loro per poterci avvicinare e trovare in qualche modo un legame o un punto di incontro.</em></p>
<p><em>Per esempio sappiamo che nei villaggi e intorno alle città, “gli anziani” per tradizione sono i soli a possedere un televisore o una radio, gli altri abitanti si rivolgono a loro se c’è da sapere qualcosa…Il punto di ritrovo per la gente nei villaggi sono i “bazaar” al coperto, dove si riuniscono per discutere e leggere giornali o documenti di vario genere&#8221;. – </em>mi ha spiegato Alex.<em> </em></p>
<p><em>“I media, nelle varie zone e province come sono strutturate e come sopravvivono a quello che l’Afghanistan subisce?” – </em>Ho chiesto incuriosito.</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;">“</span></em><em>I media in tutta l’Afghanistan, sono stati per anni tenuti sotto pressione se non impossibilitati a lavorare. La loro rinascita è in massima parte dovuta agli aiuti internazionali giunti sotto forma di strumentazione ed equipaggiamenti, programmazione e formazione professionale. I media elettronici hanno ottime possibilità di sviluppo ad Herat che, rispetto alle altre province della regione occidentale (Farah, Badghis, Ghor), ha una distribuzione di energia elettrica più stabile e continua. A ciò si aggiungono la maggiore apertura dei centri urbani e la più elastica interpretazione dei precetti religiosi data dal nuovo governo che hanno finora permesso una certa diffusione della televisione satellitare e una censura ma restrittiva sulle televisioni locali”.</em></p>
<p><strong><em>“La radio e la televisione</em></strong> – ha continuato Alex &#8211; <em>giocano un ruolo decisivo in un Paese che durante il governo talebano ha avuto punte di analfabetismo prossime all’80% della popolazione. Ancora oggi, in alcune aree rurali, si può arrivare anche oltre il 90%.</em></p>
<p><em>I programmi preferiti restano generalmente quelli di intrattenimento e svago. La musica continua ad avere un canale preferenziale nei palinsesti televisivi e radiofonici.</em></p>
<p><em><strong>La componente femminile continua ad avere difficoltà ad accedere pariteticamente ai media</strong>, sia per la tradizionale posizione della donna, subordinata all’uomo, sia per l’alto tasso di analfabetismo delle donne.</em></p>
<p><em>In generale, comunque, quest’ultime preferiscono programmi musicali e sulla condizione sanitaria. Le notizie internazionali “incuriosiscono” più di quelle nazionali, anche se entrambe si collocano ai primi posti in termini di preferenze sui palinsesti.</em></p>
<p><em>La fascia oraria di maggiore ascolto di radio e TV è compresa tra le 18:00 e le 21:00, orario in cui le attività lavorative finiscono perché fa buio e si ha più tempo libero.</em></p>
<p><em>Ovviamente, i temi affrontati nelle trasmissioni, devono tener presente i comportamenti culturali e tradizionali fortemente influenzati dalla religione che costituisce sempre un’unità di misura da cui è difficile prescindere. Mediare la portata innovativa e l’impatto sociale di certi temi con queste tradizioni è impresa difficile specialmente per le emittenti private. Mentre le emittenti governative non sono condizionate dalla necessità di auto-sostentarsi e di reperire fondi per la loro sopravvivenza, le radio e le televisioni private sono fortemente condizionate dalla necessità di fare ascolto e di avere quanti più contratti possibili, siano questi pubblicitari o meno. </em></p>
<p><em>Infatti, per questo motivo per esempio, radio e tv private sono generalmente più aperte nella messa in onda di musica occidentale o di canzoni cantate da donne.</em></p>
<p><em>Se vogliamo parlare di “progresso” nel campo dell’emancipazione femminile, occorre prendere in considerazione messaggi che risultino di interesse anche per l’uditorio maschile.</em></p>
<p><em>Per incrementare invece il senso critico della popolazione e sviluppare le capacità di analisi dei problemi da prospettive diverse, potrebbero essere molto apprezzati anche programmi di dibattito su temi di interesse nazionale, purché guidati da moderatori in grado di gestire un dibattito bilanciato e corretto”.</em></p>
<p>Alex, ha in pratica, impegnato tutta la serata parlandomi del suo lavoro e dell’interesse a livello mediatico in Afghanistan, non risparmiandomi tutta la “panoramica” connessa.</p>
<p><em>“Vieni pure a trovarci mentre siamo al lavoro, saremmo ben contenti di mostrarti ciò che facciamo” – </em>mi ha detto a fine serata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><strong> Quattro Gi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/la-tv-in-afghanistan/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Le mogli-bambine di Herat</title>
		<link>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/le-mogli-bambine-di-herat/</link>
		<comments>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/le-mogli-bambine-di-herat/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 16 Oct 2012 06:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Diari]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.anordestdiche.com/?p=14919</guid>
		<description><![CDATA[23 agosto 2010 Come promesso, la giornalista, una “free lance” di nome Gina Di Meo, ci ha fatto pervenire il materiale, si è trattato di materiali video e fotografico che ritraggono il centro nel suo interno e le immagini delle [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>23 agosto 2010</em></p>
<p><strong><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/10/Alcune-delle-ragazze-intervistate-da-Gina-Di-Meo-allinterno-dl-centro-di-Herat-Foto-di-Gina-Di-Meo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-14920" title="Alcune delle ragazze intervistate da Gina Di Meo all'interno dl centro di Herat (Foto di Gina Di Meo)" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/10/Alcune-delle-ragazze-intervistate-da-Gina-Di-Meo-allinterno-dl-centro-di-Herat-Foto-di-Gina-Di-Meo-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Come promesso, la giornalista, una “free lance” di nome Gina Di Meo, ci ha fatto pervenire il materiale, si è trattato di materiali video e fotografico che ritraggono il centro nel suo interno e le immagini delle ragazze in questione che danno le loro testimonianze, tradotte in un inglese comprensibile dalla direttrice che le protegge.</strong><br />
In precedenza avevo già trattato il problema delle donne afgane, di come sono costrette a vivere, di come sono continuamente sottomesse e di come le autorità, sopratutto l&#8217;attuale Governo, non faccia nulla per loro e per sconfiggere questa piaga.<br />
Questa volta, dopo aver visionato video e foto, vorrei descrivere, le storie raccontate da alcune ragazze incontrate all&#8217;interno del centro.<br />
Il centro è stato voluto nel 2005 da Suraya Pakzad, l&#8217;attuale direttrice della struttura. Grazie a queste immagini, sono venuto a conoscenza di storie tristi e raccapriccianti, che parlano di b<strong>ambine e ragazze costrette in primis dalle loro famiglie, poi da “pseudo &#8211; mariti”, ad essere utilizzate come merce di scambio per poter far fronte alle esigenze che la comunità (la famiglia, per l&#8217;appunto), richiede.</strong><br />
Nei filmati la direttrice del centro è ritratta con le stesse ragazze e aiuta a riportare le testimonianze di alcune di loro alla giornalista, che le intervista.<br />
Questo è uno dei centri esistenti in Afghanistan: lo scopo è quello di cercare di restituire alle ragazze vittime di questo mercato quell&#8217;infanzia e quella giovinezza, sin da subito negata, sperando di poterle recuperare, facendole conquistare quella fiducia nella vita e nelle persone, persa nell’adolescenza.<br />
Responsabili di tali situazioni, sono principalmente le famiglie, le quali rispetto, amore e assistenza a queste figlie e mogli non hanno mai dato. Le ragazze hanno dai dieci ai trent&#8217;anni di età, raramente o mai hanno conosciuto sorrisi, carezze, attenzioni che solitamente una madre, un padre o un marito possono dare. L&#8217;unica condizione che hanno vissuto è stata quella della schiavitù, e sentendole parlare, ognuna di loro ha da raccontare una storia diversa rispetto all&#8217;altra , storie che fanno capire quanto a volte la crudeltà umana non conosca limiti.<br />
I motivi principali che hanno spinto le famiglie a concederle in sposa ad un&#8217;età che dovrebbe essere vissuta in piena spensieratezza e libertà, sono tutti prettamente di natura economica. I video ritraggono prima l’incontro tra la giornalista e la direttrice, che illustra la funzionalità e la struttura del centro, successivamente vengono presentate le &#8220;ospiti&#8221; ed alcune di loro sono intervistate. Le donne raccontano le proprie storie, indicando anche gli obiettivi e le speranze che ora hanno, necessari a far fronte al loro “reinserimento”.<br />
Le immagini, successivamente al momento del colloquio tra Gina Di Meo e la direttrice nel suo ufficio, si spostano in un grande salone, facente parte dell&#8217;intera struttura, dove tutte le ragazze sono riunite in un grande cerchio.<br />
Si tratta per la maggior parte, di adolescenti e giovani donne, qualcuna ha ancora gli occhi pieni di paura e terrore: testimonianza di quanto hanno subito e quanto sia ancora difficile la loro situazione.<br />
<strong>Nel video vengono presentate Pari, Banafsha e Nafisa, poco più che bambine, portano ancora i segni delle percosse psico-fisiche e vengono ascoltate le loro testimonianze.</strong> Suraya Pakzad racconta la storia di ogni ragazza, cerca di far parlare anche loro, ma a mala pena riescono a rivolgere lo sguardo all’obiettivo della videocamera. La prima ragazza presentata è Pari. Mentre si parla di lei, la signora Pakzad le tiene una mano e l’abbraccia. Lei timidamente e con lo sguardo rivolto verso il basso, riesce solo a pronunciare qualche parola:</p>
<p><strong>“Pari, non sa quanti anni ha, forse 12.</strong> E’ stata costretta a sposarsi un anno e mezzo fa ed è ospite del centro da sei mesi &#8211; ci dice Suraya Pakzad – Il marito abusava di lei e dopo un anno di violenze domestiche è riuscita a scappare”. “Ora – riferisce ancora la direttrice – stiamo lavorando per farle ottenere il divorzio e farla tornare nella sua famiglia di origine. Il pericolo maggiore, però, è che il marito se la riprenda con la forza, perché per la legge sono ancora sposati. E’ importante che Pari riesca a tornare dai suoi genitori, stiamo lavorando molto perché loro comprendano quali sono i diritti di una bambina e che in nessun caso possa essere trattata come un oggetto di compravendita” – Suraya Pakzad parla un inglese sufficientemente comprensibile rivolgendo un dolce sguardo di affetto alla ragazza.<br />
La giornalista si rivolge alla ragazza, la quale ha ancora gli occhi impauriti, e le chiede: “Sei spaventata?” Pari abbracciata alla direttrice, che rappresenta in questo momento la sua salvezza e speranza, timidamente e quasi sottovoce, dice qualcosa nella sua lingua, tradotta così: &#8211; “Pari dice che ora non ha paura perché a proteggerla c’è un gruppo di donne. Invece, quando viveva nella casa di suo marito era continuamente intimorita dal suo atteggiamento violento: la trattava come una schiava e spesso la picchiava”. Ancora la giornalista le chiede: “Come sei riuscita a scappare?”<br />
La ragazza pronuncia qualcosa che sicuramente, un po’ ancora per la paura, un po’ per l’emozione, non riesce a proseguire. Fa intervenire la sua “referente”: “Pari viveva a Shindad, un distretto della provincia di Herat; un giorno, stanca delle continue violenze del marito che la trattava come una schiava, è scappata ed è tornata a casa della sua mamma, che fortunatamente l’ha portata qui, nel nostro centro”.</p>
<p>Da Pari, la videocamera si sposta sul volto di un’altra ragazza, Banafsha, ritratta sempre con la stessa Suraya Pakzad,la quale, tenendola quasi seduta sulle sue sua gambe, come una madre può fare, ci dice: “Banafsha ha undici anni. Si è sposata due anni fa, quando aveva solo nove anni…Immaginate – insiste e aggiunge la signora Pakzad – ,una bambina di appena nove anni che ha bisogno di vivere ancora tutta la sua infanzia, costretta a sposarsi per far fronte ai problemi economici della propria famiglia.<br />
Suo padre ha otto figli ed è senza lavoro. Lei è diventata merce di scambio per mille dollari. In casa del suo sposo non ha mai ricevuto un gesto d’amore, le toccava fare le pulizie, fare il bucato e preparare da mangiare. Quando è scappata, non sapeva precisamente dove andare, era solo consapevole che qualunque altro posto sarebbe stato migliore, piuttosto che vivere in quella casa.<br />
Ora è contenta, non vede l’ora di ottenere il divorzio e tornare a scuola. Da grande vorrebbe fare l’assistente sociale per aiutare le donne che sono nella sua stessa situazione.” La giornalista rivolgendosi alla ragazza le chiede: “Dove sei andata quando sei scappata?” Ovviamente, risponde la direttrice per lei: &#8211; “Si è recata al Dipartimento delle donne afgane, perché sapeva che lì si rivolgevano tutte coloro che avevano subìto violenze.” La giornalista, ancora chiede: &#8211; “Che cosa ricordi di questo particolare periodo della tua vita?”. La ragazzina rispondendo, fa uno sguardo molto intimorito e, stringendosi alla sua direttrice, la guarda e dopo aver fatto la traduzione, dice qualcosa con un filo di voce, che la signora Pakzad traduce: “Banafsha mi riferisce che non ha voglia di ricordare, i giorni trascorrevano uguali, senza amore e senza rispetto, solo violenza” aggiunge.<br />
La giornalista per “smorzare” le chiede: “Sei felice ora?”.<br />
Banafsha dopo aver ascoltato ciò che le è stato tradotto, accenna un sorriso e dice qualcosa che viene interpretato così: “Si, lo è. Banafsha è ritornata alla sua infanzia e alla sua famiglia, ora la rispettano per quella che è: una bambina e non un’adulta.”<br />
Ancora viene chiesto: “Che cosa intendi fare ora?”. La direttrice risponde per lei: “Vorrebbe tornare a scuola per completare il suo corso di studi, vorrebbe essere libera come un uccello per volare ovunque desideri.” chiude con un sorriso.<br />
E la giornalista chiede: “Che cosa vorresti diventare?”.<br />
“Anche lei vorrebbe fare l’assistente sociale per aiutare le donne che potrebbero vivere la sua stessa situazione”. Riferisce la signora Pakzad dopo aver ascoltato la sua risposta. “Ti piacerebbe risposarti ed avere bambini?” Azzarda la giornalista.<br />
La ragazza dopo aver ascoltato la domanda tradotta, scuote la testa Suraya Pakzad traduce il gesto: &#8211; “Banafsha non ha intenzione di farlo, è rimasta troppo scioccata dalla sua triste esperienza”.</p>
<p>L&#8217;inquadratura ora si sposta su un&#8217;altra bella ragazza, un po’ più grande delle altre, di nome Nafisa, che è la terza ad essere intervistata. <strong>La signora Pakzad la presenta: &#8220;Nafisa ha 15 anni ed è stata concessa in sposa cinque anni fa. Se avesse indosso un burqa e fatto vedere solo le mani, tutti avrebbero pensato a quelle di un uomo &#8211; dice quasi affranta la direttrice, poi continua -. Le mani di Nafisa infatti, sono grosse come quelle di un muratore”.</strong><br />
“Suo marito le ha fatto costruire quattro stanze. Ogni mattina quando usciva le chiedeva di preparare 100 mattoni di fango, quando la sera tornava a casa doveva prepara la cena e poi la portava nei campi.&#8221; E, continua: &#8211; &#8220;La portava la sera perchè durante il giorno aveva vergogna di far vedere ai vicini che faceva lavorare la moglie nei campi. Poi lui si sdraiava sull&#8217;erba e si addormentava, solo all&#8217;alba la portava a casa.<br />
Durante il giorno, la piccola non riusciva a stare in piedi per la stanchezza ma andava avanti lo stesso: era terrorizzata dal pensiero che se non preparava tutti i mattoni, sarebbe stata picchiata&#8221;. La ragazza, durante le parole della sua &#8220;protettrice&#8221; non riesce a dire nulla, è evidente che sia ancora scossa da tutto ciò che ha dovuto subire”. La giornalista tenta di farle una domanda, chiedendo anche a lei: “Cosa vorresti fare ora?&#8221;. Non riesce a rispondere, lo fa la Pakzad per lei: &#8220;Il suo più grande desiderio è di tornare dai suoi genitori, stare con loro anche se non riescono a darle tre pasti al giorno.” Spiega ancora: “Le basta anche nutrirsi solo una volta, l&#8217;importante è tornare dalla famiglia”.<br />
Sono tutte storie tristi, storie di infanzia negata che danno una netta spiegazione a quello che è realmente l&#8217;Afghanistan. E raccontano come alle donne sostanzialmente non venga dato nessun tipo di valore umano. Questo materiale dà un&#8217;idea tangibile di quanto si possa fare per ottenere che situazioni come queste possano scomparire, colpendo le coscienze di tutti. E questo centro ne è un esempio.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>QuattroGi</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/le-mogli-bambine-di-herat/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ferragosto in Afghanistan</title>
		<link>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/ferragosto-in-afghanistan/</link>
		<comments>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/ferragosto-in-afghanistan/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 19 Sep 2012 21:50:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Diari]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.anordestdiche.com/?p=14080</guid>
		<description><![CDATA[15 agosto 2010 In questa giornata di Ferragosto, pensavo a un solito giretto al bazaar, ma a un&#8217;ora circa di aereo da quì. Mi son spostato verso sud, passando dalla regione nord-ovest di Herat, a sud, in quella di Helmad, [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/09/camp_bastion-flight-line-ukmod-060914.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-14081" title="camp_bastion-flight-line-ukmod-060914" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/09/camp_bastion-flight-line-ukmod-060914-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a>15 agosto 2010</em></strong></p>
<p>In questa giornata di Ferragosto, pensavo a un solito giretto al bazaar, ma a un&#8217;ora circa di aereo da quì. Mi son spostato verso sud, passando dalla regione nord-ovest di Herat, a sud, in quella di Helmad, dove dal &#8220;Comando Italiano&#8221; si va verso quello &#8220;Britannico&#8221;.</p>
<p>Ho avuto “un posto speciale” per un&#8217;operazione da svolgere in giornata e ne approfitto perché sono uno di quelli che dovrò andare per l&#8217;appunto, in giornata a Camp Bastion per ritirare alcuni rifornimenti.</p>
<p><strong>Mi accomodo in aereo, è un C130.</strong></p>
<p>“E’ un aereo molto grande, robusto e affidabile, capace di volare anche per sedici ore di continuo”, ci spiegano i nostri accompagnatori di viaggio.</p>
<p>Questi sono voli di routine da queste parti, e servono per permettere a personale e materiali, di spostarsi da una base all’altra, all’interno dell’Afghanistan.</p>
<p>I ragazzi che ci accompagnano, durante il volo, raccontano un po’ del loro lavoro.</p>
<p>Fanno parte dell’equipaggio fisso di volo, è personale della nostra Aeronautica militare: assistono i piloti dei C130 durante i loro voli, sono spessissimo fuori casa, hanno alle spalle ore e ore di volo…</p>
<p>Anche quando non sono in missione all’estero e lavorano in Italia, continuano a volare, o per addestramento o per semplici viaggi per portare personale o materiale da un Ente all’altro dell’Aeronautica.</p>
<p><strong>Il volo è la loro passione, ci raccontano, e a stare in un ufficio “morirebbero” anche se condurrebbero sicuramente una vita più comoda e agiata.</strong></p>
<p>Alcuni di loro hanno famiglie e figli che in Italia li aspettano: “Per loro è un sacrificio superiore al nostro”, dice un ragazzo che è seduto al mio fianco, “almeno noi lo facciamo con piacere perché siamo appassionati, ma per chi è a casa che ti aspetta è dura, sono questi i momenti di tristezza che abbiamo, soprattutto quando siamo qui, ma ci consola il fatto che tutto ciò che facciamo, è per l’Afghanistan&#8221;.</p>
<p>Di fronte a noi, un altro più “anziano” ci osserva e appena il suo collega smette di parlare, ci sorride richiamando la sua attenzione: “<strong> A me mancano due anni per la pensione, volo da quando avevo venticinque anni, e a ogni missione, a ogni volo che partecipo, per me è sempre un’emozione in più…”.</strong></p>
<p>Quando gli chiediamo quali sono o sono stati i momenti più belli delle sue missioni, ci risponde: <strong>“Ogni volta che sei tra le nuvole è sempre bello, ma ciò che mi fa aprire il cuore, è quando trasportiamo e distribuiamo generi alimentari e farmaci a chi ne ha bisogno,</strong> e qui in Afghanistan ci capita spesso: sono questi i momenti che mi fanno essere fiero di essere un militare italiano e far parte del nostro Stato”.</p>
<p>Atterriamo a Camp Bastion, base militare inglese, non lontano da Lashkar Gah, capoluogo della provincia di Helmand, per l&#8217;appunto, nel mezzo di una zona desertica, lontano da aree abitate, dove si respira solo polvere e il sole è cocente: <strong>qui è la zona dell&#8217;Afghanistan dove si produce più oppio, ed è la prima regione al mondo, così come ne è la zona più &#8220;calda&#8221; nella guerra contro i talebani.</strong></p>
<p>Un Ferragosto atipico il nostro: penso ai milioni di italiani che stanno affollando le nostre spiagge tra traffico e confusione, qui invece, oggi, sembra ci sia pace e tranquillità, per fortuna&#8230;</p>
<p>Non lontano da qui, si arriva a Musa Qaleh, che fino all&#8217;anno scorso era considerata una zona ad alta concentrazione di insorti talebani, come un po’ tutta la provincia di Helmand, ora la situazione sembra migliorata, anche se le perdite tra le truppe NATO continuano ad esserci.</p>
<p>Proprio qui, due giorni fa, fonti ISAF, comunicavano che due soldati sotto Comando NATO, di nazionalità americana, mentre operavano, hanno perso la vita a seguito di ferite riportate dopo aver subìto attacchi da insorti terroristici.</p>
<p>L&#8217;agguato si è consumato nella zona sud dell&#8217;Afghanistan e dei due militari morti, inizialmente non ne era stata precisata la nazionalità, solo dopo alcune ore si è saputo che fossero americani.</p>
<p>Un inizio del ramadam, &#8220;contornato&#8221; da sangue, insomma, assolutamente non di buon auspicio, a poco più da un mese dalle elezioni politiche previste.</p>
<p><strong>Girando per Camp Bastion, ho notato un&#8217;ingente presenza di militari americani: motivo che ci spiega perchè risulta essere una loro roccaforte e se ne contano circa 40 mila in tutta la provincia.</strong></p>
<p>Questa base è in un punto di snodo. Da qui, con gli elicotteri si va avanti fino a portare i militari verso le varie postazioni, tra cui quelle di prima linea come Musa Qaled, dove sono attestati gli americani.</p>
<p>I voli tra nuvole di polvere, sia per elicottero che per aereo, sono continui e permettono di distribuire i militari fra tutte le postazioni sparse nella provincia.</p>
<p>Come oggi, Ferragosto, che qui è una giornata come tutte le altre, in giro si vedono militari che anche se non sono impegnati nei servizi di controllo, sono comunque sempre in addestramento, cercando, soltanto nei momenti di riposo, di avere una parvenza di vita normale.</p>
<p>A uno di loro abbiamo chiesto come si fa a convivere ogni giorno con la paura, e a sopportare tutto quello che questo genere di vita impone. Lui senza un minimo di esitazione e con atteggiamento deciso: &#8220;Noi sappiamo a che cosa andiamo incontro e lo facciamo perchè, il nostro compito è quello di portare a termine una missione ed è questo il motivo per il quale ci siamo arruolati e continuiamo ad addestrarci&#8221;.</p>
<p><strong>Stupiti per la ferma compostezza delle sue parole, non ci siamo sentiti di chiedere altro&#8230;.</strong></p>
<p>Terminato la nostra visita, siamo tornati ad Herat: &#8220;Missione compiuta&#8221;.</p>
<p><strong>Ritorniamo in aereo, lo stesso aereo che ci ha portato qui. Il nostro viaggio è stato brevissimo, ma molto intenso: un altro lato della guerra, quello della parte americana, dove il quantitativo di personale impiegato è il piu&#8217; alto di tutta la Coalizione. Qui la guerra fa piu&#8217; vittime. </strong>E’ un&#8217;altra realtà afghana, un po’ diversa paesaggisticamente da quella di Herat, perchè più calda e polverosa e forse più dura per la presenza di una più alta concentrazione di guerriglia.</p>
<p>Con un&#8217;esperienza in più da raccontare e una nuova realtà vissuta in pochi istanti, ritorniamo ad Herat, tra la nostra gente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><strong> Quattro Gi</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/ferragosto-in-afghanistan/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ramazan in Afghanistan</title>
		<link>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/ramazan-in-afghanistan/</link>
		<comments>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/ramazan-in-afghanistan/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 Aug 2012 06:53:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Diari]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.anordestdiche.com/?p=12751</guid>
		<description><![CDATA[Afganistan, 2010 Da oggi inizia il &#8220;Ramadan&#8221;. &#8220;Ramazan&#8221;, dicono quì. Poi ho scoperto &#8220;Ramazan&#8221;, anziché &#8220;Ramadan&#8221;, oltre che in Afghanistan, si dice anche in Iran, Turchia ed India&#8230; Le notizie che ci sono arrivate, in questa giornata di festa per [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/08/ramazan.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-12752" title="ramazan" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/08/ramazan.jpg" alt="" width="264" height="191" /></a>Afganistan, 2010</em></p>
<p>Da oggi inizia il &#8220;Ramadan&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ramazan&#8221;, dicono quì.</p>
<p><strong>Poi ho scoperto &#8220;Ramazan&#8221;, anziché &#8220;Ramadan&#8221;, oltre che in Afghanistan, si dice anche in Iran, Turchia ed India&#8230;</strong></p>
<p>Le notizie che ci sono arrivate, in questa giornata di festa per tutti i musulmani del mondo non è delle migliori, purtroppo!</p>
<p>Nella parte Ovest dell&#8217;Afghanistan, quindi molto vicini a noi, esattamente a Farah, nel primo pomeriggio di oggi, due kamikaze, nei pressi di una Moschea sono arrivati imbottiti di esplosivo.</p>
<p>L&#8217;esplosione è avvenuta in maniera prematura dalle cinture che gli stessi indossavano, provocandone la morte, ma non altre vittime&#8230;</p>
<p>Un attentato fallito, in pratica.</p>
<p>A quanto pare, subito dopo la deflagrazione, l&#8217;Imam che era fuggito, è stato arrestato perchè sospettato di avere legami con i terroristi&#8230;</p>
<p>Sarebbe stata l&#8217;ennesima strage, qui in Afghanistan, e proprio in questo giorno di festività sacra per i fedeli.</p>
<p>Da oggi si inizierà col mese di digiuno da cibo, bevande, fumo&#8230;determinato dall&#8217;avvistamento della luna crescente &#8230; mi spiegava Uhaid, oggi.</p>
<p><strong>Lo conosco da qualche giorno Uhaid. Fornisce a noi ospiti alcuni servizi molto utili: dalla tecnologia, quindi internet, alla manutenzione delle strutture degli alloggi, una persona capace di fare un sacco di cose.</strong></p>
<p>Oggi l&#8217;ho incontrato quando è venuto a sistemare la caldaia per l&#8217;acqua calda nel nostro alloggio.</p>
<p>Tra una battuta e l&#8217;altra abbiamo parlato del &#8220;Ramadan&#8221; che inizia oggi e che durerà per un mese, circa.</p>
<p>Uhaid è afghano, di etnia &#8220;Dari&#8221; (in Afghanistan esistono i Dari, i Pashtoon e gli Uzbechi in minoranza&#8230;) e ha sempre le mani sporche di grasso.</p>
<p>Non si capisce che lavoro faccia, si sa solo che dove mette lui le mani sistema sempre tutto&#8230;</p>
<p>C&#8217;è un problema di elettricità:&#8230; chiamate Uhaid, non c&#8217;è acqua calda: chiamate Uhaid&#8230;, internet non va: &#8230;c&#8217;è Uhaid, i telefoni non funzionano: &#8230;Uhaid&#8230;</p>
<p>E&#8217; colui che risolve i nostri piccoli problemi giornalieri&#8230;</p>
<p>Molto pulito, composto ed educato, Uhaid parla bene l&#8217;italiano, sui trent&#8217;anni, non è sposato ma conta di farlo, è musulmano.</p>
<p>Un paio di volte abbiamo sentito &#8220;il richiamo dell&#8217;imam&#8221; che annunciava l&#8217;inizio del &#8220;Ramadan&#8221; e in alcune ore della giornata gli operai che lavorano nei &#8220;nostri&#8221; cantieri hanno lasciato il lavoro per dedicarsi alla preghiera: li ho visti raccolti tra di loro per il rito.</p>
<p><em>&#8220;Il Ramadan, è il mese più sacro dell&#8217;anno per noi musulmani &#8211; </em>mi ha raccontato Uhaid -. E’<em>, in pratica, il mese del calendario lunare islamico nel quale ognuno di noi pratica il digiuno, uno dei cinque pilastri dell&#8217;Islam, che sono: Shahada (testimonianza di fede), Salat (preghiere rituali), Zakat (elemosina canonica), Sawm (digiuno per, l&#8217;appunto), Hajj (Pellegrinaggio alla Mecca)&#8221;.</em></p>
<p><em>&#8220;Ramadan, significa &#8220;mese caldo&#8221; o &#8220;secchezza&#8221;. In Afghanistan, come Iran, Turchia e India è chiamato &#8220;Ramazan&#8221;, che è il nono mese del calendario islamico, calcolando dall&#8217;inizio, prendendo come riferimento il primo avvistamento della luna nuova, che per esempio quest&#8217;anno in Afghanistan è avvenuto proprio oggi 11 Agosto&#8221;.</em></p>
<p><em>&#8220;<strong>In questo periodo sacro, i cinque sensi, vengono mortificati come atto di padronanza di sè stessi e come gesto di obbedienza a Dio.</strong> Dall&#8217;alba al tramonto quindi, non si può mangiare, bere, fumare, avere rapporti sessuali, litigare, rimproverare, calunniare, mentire. In questo periodo, mentre lavoriamo, ci vedrete molto &#8220;tranquilli&#8221; caratterialmente e &#8220;debilitati&#8221; dalla fatica del lavoro e ci vedrete di volta in volta pregare, come ti è capitato di vedere già da oggi&#8230;&#8221;.</em></p>
<p><em>&#8220;Ah&#8230;dimenticavo, ovviamente dal digiuno sono esonerati coloro che hanno problemi di salute, i bambini fino a 14 anni, le donne durante il ciclo mestruale, durante la gravidanza e nei 40 giorni dopo il parto&#8221;.</em></p>
<p><em>&#8220;In questo consiste sostanzialmente il Ramadan, io personalmente farò tante rinunce, tra cui a mangiare &#8220;pakora&#8221; che sarebbe carne cotta con verdure, &#8220;bolami&#8221; che sarebbe del fritto, cibi che mangio volentieri e di cui vado matto. Dovrò accontentarmi solo, nelle ore in cui sarà possibile mangiare, di &#8220;aush&#8221; che è verdura, per la precisione cavolfiori, carne di &#8220;gosfand&#8221;, di pecora, e bere solo &#8220;ob&#8221;, acqua e nient&#8217;altro&#8221;&#8230;</em>- ha continuato Uhaid con un sorriso&#8230;</p>
<p>Queste parole mi hanno affascinato e sono rimasto piacevolmente colpito e interessato sull&#8217;argomento di cui tanto si parla, ma poco si sa!</p>
<p>Io e Uhaid ci siamo salutati, al suo &#8220;<em>Salaam!&#8221;, </em>ho risposto: <em>&#8220;Khoda hafez&#8221;, &#8220;arrivederci&#8221;, </em>come lui mi ha insegnato.</p>
<p>Non ho voluto perdere neanche il mio <em>&#8220;Tashakur&#8221;, </em>ossia: <em>&#8220;grazie&#8221;</em>, per quello che oggi mi ha insegnato.<em> </em></p>
<p><strong> QuattroGi</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/ramazan-in-afghanistan/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Dal barbiere pakistano alla bomba al deposito di carburante</title>
		<link>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/dal-barbiere-pakistano-alla-bomba-al-deposito-di-carburante/</link>
		<comments>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/dal-barbiere-pakistano-alla-bomba-al-deposito-di-carburante/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 19 Jul 2012 15:14:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.anordestdiche.com/?p=11701</guid>
		<description><![CDATA[DAL BARBIERE PAKISTANO Il locale molto piccolo: giusto gli attrezzi essenziali per il mestiere, due o forse tre sedie per far accomodare chi intanto attende il proprio turno, uno specchio grande quasi quanto la parete, un piccolo lavabo di ceramica [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/07/bomba.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-11702" title="bomba" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/07/bomba-300x225.png" alt="" width="300" height="225" /></a>DAL BARBIERE PAKISTANO</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Il locale molto piccolo: giusto gli attrezzi essenziali per il mestiere, due o forse tre sedie per far accomodare chi intanto attende il proprio turno, uno specchio grande quasi quanto la parete, un piccolo lavabo di ceramica sotto, la poltrona per il cliente&#8230;.</p>
<p>Questa è la &#8220;barberia&#8221; quì all&#8217;interno del &#8220;Campo&#8221;.</p>
<p>Sembra una di quelle barberie di una volta, forse qualcuna ancora c’è in qualche piccolo paesino disperso, da noi in Italia: mi ha ricordato quella che frequentava mio nonno&#8230;</p>
<p>Qui ad Herat, la barberia è gestita da <em>Mhusharaph, </em>un Pakistano sulla quarantina e che è sempre pronto a &#8220;servirci&#8221;.</p>
<p>Prezzi irrisori per taglio di capelli e barba, Mhusharaph mi è sembrato molto contento di lavorare per noi.</p>
<p>Di corporatura magra, leggermente scuro di carnagione, capelli e baffi nerissimi, è una persona piacevole: calmo, sempre col sorriso, educato, gentile&#8230;esprime serenità.</p>
<p>Non ho avuto possibilità di scambiare tante parole visto il sovraffollamento di clientela, oggi nella sua &#8220;sala&#8221;.</p>
<p>Riceve tutti i giorni, tranne il venerdì musulmano, ovviamente&#8230;perchè il venerdì quì è festa&#8230;</p>
<p>Parla molto bene l&#8217;italiano. Mentre mi rasava, mi guardavo intorno: a un angolo dello specchio una foto, probabilmente vecchia di qualche anno, ritrae lui, Musharaph, sorridente e in posa in una barberia, quasi sicuramente nel suo paese, ed accanto alla foto un quadro fatto di tessuto, decorato di arazzi colorati e dorati, raffigurante una moschea, con sotto alcune scritte in arabo.</p>
<p><em>&#8220;E&#8217; la Moschea Blu di Herat &#8211; </em>mi ha detto Mhusharaph, notando che guardavo incuriosito il disegno &#8211; <em>&#8230;e sotto, quelle scritte sono alcuni versi del Corano” &#8211; </em>mi ha ancora specificato in un italiano molto chiaro.</p>
<p>Ho sorriso e col cenno del capo ho annuito: <em> &#8220;Da quanto tempo sei quì?&#8221; &#8211; </em>ho chiesto.</p>
<p><em>&#8220;Ormai sette anni, neanche in Pakistan avevo grosse possibilità, così grazie a un amico mi sono trasferito ad Herat, che mi ha dato possibilità di conoscere voi, &#8230;ed eccomi qua!&#8230;Finché siete qui io ci resto a lavorare&#8230;vediamo come sarà il futuro!&#8221;</em></p>
<p>&#8220;<em>Hai famiglia?&#8221; &#8211; </em>gli ho chiesto.</p>
<p><em>&#8220;Moglie e due figli, tutti in Pakistan, mando loro dei soldi&#8230;.Spero di trasferire anche loro qui&#8230;se le cose andranno bene&#8221;. </em>Nel dire queste parole, ha aperto un cassetto sotto la specchiera e ha tirato fuori una foto, un po’ consumata, che ritraeva lui stesso, Musharaph, con una donna in carne e due bambini, più o meno in età preadolescenziale, tutti vestiti in abiti tipici arabi.</p>
<p><em>&#8220;Questa foto è dell&#8217;anno scorso, eravamo a un matrimonio musulmano di un parente&#8221; </em>- mi ha informato.</p>
<p><em>&#8220;Complimenti, Musharaph&#8221; &#8211; </em>gli ho risposto.</p>
<p>Finito di radermi e accorgendomi della coda di gente dopo di me che aspettava il proprio turno, ho pagato, ho stretto la mano a Musharaph e gli ho detto: <em>&#8220;In Italia, in questi casi si dice &#8220;In bocca al lupo per tutto&#8221;, Musharaph, salam!&#8221;.</em></p>
<p>Lui mi ha sorriso, sono andato via&#8230;<em> </em></p>
<p><strong>PASQUALE</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>A volte capita: persone che vedi ogni giorno, e che sono tanto vicine a noi, non si conoscono in fondo o per colpa della routine giornaliera o per le abitudini che ognuno di noi ha. Il tempo da dedicare a loro è sempre poco.</p>
<p>Da un mese son quì, sto imparando a conoscere meglio persone che fino a poco fa, in Italia per lavoro vedevo ogni giorno. Ma non instauravo nessun rapporto con loro: ora lo sto facendo.</p>
<p>Il contesto è nettamente diverso, la lontananza da casa si fa sentire e si cerca in qualche modo di costruire quì la nostra casa, attraverso legami e amicizie che nascono.</p>
<p>Ad esempio sto conoscendo molto meglio Pasquale, che in Italia, comunque incontravo. Non avrei mai pensato di trovare in lui una simile personalità interessante.</p>
<p>Ho notato che è una persona sempre pronta e disponibile in qualsiasi evenienza, non invadente e allo stesso tempo generosa. Quindi la persona giusta al momento giusto.</p>
<p>Spero di avergli dato anch&#8217;io buone impressioni&#8230;</p>
<p>Da quando siamo ad Herat, abbiamo trovato dei punti che ci accomunano, è sveglio, sa’ dare consigli, pareri, opinioni: mi piace confrontarmi con lui.</p>
<p>Stasera, per &#8220;rompere&#8221; la monotonia siamo andati a mangiare una pizza insieme, alla solita pizzeria aperta all&#8217;interno del &#8220;Campo&#8221;, nulla di speciale, ma soddisfacente.</p>
<p>La pizza non era male e tra un bicchiere di birra e qualche parola ci siamo confrontati.</p>
<p>Pasquale è sposato, ha due figli, parla bene inglese, tedesco e francese, ora sta cercando di studiare arabo, lavora nello stesso ente dal quale dipendo anch&#8217;io, è motivato in quello che fa e spera un giorno di lavorare in qualche ambasciata da qualche parte del mondo.</p>
<p>Gli piacciono tanto i rapporti coi civili in ogni &#8220;teatro&#8221; e &#8220;territorio&#8221;, ama molto la sociologia e da quando è qui come me, cerca contatti e relazioni con le persone del posto. Ecco perchè tra noi è nato subito un dialogo e una sorta di collaborazione.</p>
<p>Vorremmo avvicinare qualche giornalista inviato qui in guerra e procurarci qualche fonte che ci parli della situazione tra le persone più deboli, bambini, donne, anziani&#8230;e quello che la guerra gli sta togliendo, oltre che interessarci direttamente anche dei &#8220;contatti&#8221; tra la popolazione, ma alle volte notiamo che qualcuno ci guarda con diffidenza, quando azzardiamo una domanda di troppo&#8230;</p>
<p>Questo è stato ciò di cui abbiamo parlato durante la cena e speriamo che il nostro &#8220;progetto&#8221; vada in porto, in qualche modo.</p>
<p>_______________________________________________________</p>
<p><strong>ESPLOSIONE AL DEPOSITO DI CARBURANTE.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Herat, 8 agosto 2010</em></p>
<p>Era sembrata una giornata tranquilla quella di oggi, una domenica come tante: un giro al solito mercatino per vedere le solite bancarelle di tappeti, lapislatzu, pashmine e tanti altri prodotti tipici&#8230;</p>
<p>E&#8217; abitudine per chi vive qui, frequentare di tanto in tanto questi posti affollati, e per noi che siamo di casa, rimane comunque sempre una novità.</p>
<p>Un modo come tanti per incontrare gente, conoscere persone nuove: entrare, insomma, all&#8217;interno della vita afghana.</p>
<p>Terminato il nostro giro si è tornati nei &#8220;rifugi&#8221;: nei nostri uffici tra carte e solite pubblicazioni.</p>
<p>In pochi istanti, intorno alle 14.00, una forte vibrazione, accompagnata da un sordo rumore di esplosione ci ha riportato indietro di venti giorni: l&#8217;incubo che abbiamo vissuto quando, sempre quella mattina del 16 luglio, un kamikaze si è fatto esplodere a pochi metri dalla base.</p>
<p>Usciti dal nostro ufficio e sporgendoci lungo il bordo della strada, ancora un&#8217;enorme colonna di fumo nero ha ricoperto la visuale che avevamo in lontananza fino a qualche chilometro più in là.</p>
<p>Da dove siamo noi , cioè fuori dal centro abitato, non abbiamo notato nessun altro tipo di movimento se non, i soliti elicotteri che dall&#8217;aeroporto si sono sollevati in volo, ancora per lo stesso motivo, ancora nelle stesse modalità.</p>
<p>La notizia non si è diffusa in maniera tanto tempestiva, ma nel giro di un&#8217;ora circa, abbiamo letto &#8220;l&#8217;Ansa&#8221; che ha pubblicato l&#8217;accaduto.</p>
<p>Ancora un&#8217;autobomba, ancora una volta un attacco kamikaze, questa volta lanciatosi, a quanto pare, contro una cisterna di un deposito di benzina nella zona occidentale del paese, sulla strada verso l&#8217;aeroporto, dove operiamo.</p>
<p>Questa volta però un bilancio più grave: ben quattro vittime della polizia afghana!</p>
<p>Anche oggi come già successo, si è chiusa la nostra giornata in maniera nera.</p>
<p>Le &#8220;fonti&#8221; hanno detto che questa volta nell&#8217;obbiettivo c’era la polizia afghana.</p>
<p>Forse un attacco indirizzato al capo della polizia locale qui presente, che però è rimasto illeso, è stata una delle ipotesi diffuse.</p>
<p>Ritorsioni che di tanto in tanto costringono gli uomini in divisa afghana a subire bilanci sempre più pesanti.</p>
<p>La loro preparazione e il loro addestramento, frutto dell&#8217;impegno di nostri colleghi nell&#8217;istruirli, fanno spesso i conti coi ricatti che il più delle volte sono costretti a subire: e spesso il terrorismo si ritorce contro di loro perchè considerati &#8220;traditori&#8221;.</p>
<p>Questa è la realtà&#8230;.</p>
<p>Un altro problema non indifferente da queste parti, scenari crudi che fanno parte di una realtà che non riesce mai ad avere fine: la guerra.</p>
<p>Il pensiero e la &#8220;paura&#8221; per noi che siamo qui è nel prossimo mese, quando ci saranno le elezioni: i momenti che si prospettano, saranno ancora più duri&#8230;</p>
<p>Ogni giorno che passa sembra essere un continuo traguardo.</p>
<p>Un insieme di traguardi che, si spera, ci possano portare alla conquista di quella pace che ora come ora, difficilmente sembra arrivare.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>QuattroGi</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>(Giovanni Quattromini)</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/dal-barbiere-pakistano-alla-bomba-al-deposito-di-carburante/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L’Afghanistan raccontato dai giornalisti (del posto)</title>
		<link>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/lafghanistan-raccontato-dai-giornalisti-del-posto/</link>
		<comments>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/lafghanistan-raccontato-dai-giornalisti-del-posto/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 01 Jul 2012 08:40:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.anordestdiche.com/?p=11201</guid>
		<description><![CDATA[1 agosto 2010 ore 22.46 Mi sono ritirato in camera da poco, tutti gli altri miei colleghi sono a una cena, io sono uno dei pochi che non è lì con loro. Non mi piace fare l&#8217;&#8221;asociale&#8221;, ma, un po’ [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>1 agosto 2010 ore 22.46</em></p>
<p>Mi sono ritirato in camera da poco, tutti gli altri miei colleghi sono a una cena, io sono uno dei pochi che non è lì con loro. Non mi piace fare l&#8217;&#8221;asociale&#8221;, ma, un po’ per mal di stomaco, un po’ per la stanchezza, ho deciso di mangiare qualcosa in mensa per poi tornare in camera: devo dire che la cosa non mi è dispiaciuta affatto. Oggi ho provato delle forti emozioni, <strong>ho incontrato i &#8220;miei&#8221; tre giornalisti e ho avuto un bellissimo colloquio con loro&#8230;</strong>Dopo l&#8217;incontro, sono tornato in camera carico di adrenalina. Ho lavorato fino alle due del pomeriggio trascorrendole tra le mie solite carte, documenti e pubblicazioni, dopo sono andato all&#8217;appuntamento che avevo col mio collega e con loro (i giornalisti).</p>
<p><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/07/clip_image002.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11205" title="clip_image002" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/07/clip_image002-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
<p>L&#8217;incontro è stato possibile grazie all&#8217;ausilio di una giornalista italiana &#8220;in divisa&#8221; addetta alle pubbliche relazioni del contingente. Il nome della radio per la quale i tre giornalisti afghani menzionati lavorano è &#8220;Radio West&#8221;, una radio gestita dai militari dell&#8217;Esercito che opera nei teatri di guerra e che serve a promuovere le operazioni NATO nei teatri e a far avvicinare per l&#8217;appunto, i militari qui in missione, ai locali.<strong><em>Farhid, Seeta </em></strong>ed <strong><em>Haroon</em></strong>, questi i nomi dei tre, sono stati puntuali e tutti hanno dato il massimo della loro disponibilità a colloquiare col sottoscritto. Di loro so che hanno circa trent&#8217;anni, si sono laureati presso l&#8217;Università di Kabul e hanno fatto scuola di giornalismo. La persona che ha intermediato questo incontro (la giornalista in divisa), mi ha fatto sapere che i tre giornalisti sono molto motivati a lavorare quì col Contingente, percepiscono uno stipendio, cosa non da poco in Afghanistan, dove poter mangiare è esigenza primaria ed assoluta.</p>
<p>Tra loro c&#8217;è <strong><em>Seeta</em></strong><em>, </em>l&#8217;unica donna dei tre: è l&#8217;esempio più lampante di un Afghanistan &#8220;indirizzato&#8221; a cambiare, a cambiare cioè la situazione della donna in generale, la quale non ha ancora alcun diritto e considerazione&#8230;L&#8217;argomento centrale del colloquio è stato questo. Di <strong><em>Seeta</em></strong><em>,</em> so che a dodici anni, con rito <strong>&#8220;BAAD&#8221;</strong> (che spiegherò), è stata venduta in sposa dalla sua famiglia a un suo cugino e che dopo un po’ è riuscita a fuggire, è stata protetta, ha studiato, sogna di diventare una giornalista importante e di trasferirsi in America&#8230;</p>
<p><strong><em>Farhid</em></strong>, dopo aver studiato giornalismo a Kabul, sogna anche lui un futuro per la sua carriera, sogna una famiglia con <strong><em>Zahina</em></strong>, che sta terminando i suoi studi a Kabul e che sposerà. Come già detto, alle ore 14,00 abbiamo avuto l&#8217;appuntamento con loro, che, grazie all&#8217;intermediazione per l&#8217;appunto, di un ufficiale dell&#8217;Esercito che si occupa delle &#8220;pubbliche relazioni&#8221; per il Quartier generale dove ha il Comando il contingente italiano, hanno accettato il nostro invito e risponderanno ad alcune domande riguardanti il loro Paese.</p>
<p>Il programma, se così si può chiamare, al quale i tre collaborano all&#8217;interno dell&#8217;installazione militare, è di promozione relazionale tra la popolazione afgana e i paesi occidentali, come detto prima. Mio obiettivo: imparare a conoscere in maniera più vera, i problemi che questo Paese sta attraversando e il coraggio e la dignità che <strong><em>Farhid</em></strong>, <strong><em>Seeta</em></strong> e <strong><em>Haroon</em></strong> hanno nell&#8217;affrontarli.</p>
<p>Attraversato il grande piazzale, calcato giorno per giorno da noi, siamo arrivati davanti ad una palazzina bianca. Superata una grossa scalinata esterna in ferro, siamo entrati nel corridoio che separa i tanti uffici dove militari del contingente e civili afghani, operano al raggiungimento degli scopi della missione. Percorsi il lungo corridoio e incrociato un movimentato via vai di uomini e donne in divisa, siamo arrivati davanti alla porta di una sala il cartello affisso su di essa &#8220;Aula Briefing&#8221; ci ha fatto capire che è l&#8217;aula dove avvengono le conferenze e dove i militari preposti ricevono tutte le visite inerenti alle pubbliche relazioni. Di fronte, un altro salone. Ho capito, è la sede della redazione della Radio e dove vengono “divulgate” tutte le attività precedentemente citate. Fermi davanti alla porta dell’aula, in pochi istanti ci ha avvicinati una donna italiana soldato in mimetica. In tenuta da combattimento color verde maculato e con un dolce sorriso, ci ha salutati, facendoci accomodare in aula Briefing. Mentre aspettavamo i tre giornalisti, abbiamo dato uno sguardo alle domande che io e Pasquale avevamo preparato per loro, sistemando anche qualche dettaglio&#8230; Dopo pochi minuti sono apparsi Farhid, Seena e Haroon davanti all&#8217;ingresso. Il nostro referente alzandosi e facendoli sedere di fronte a noi, ce li ha  presentati. Strette di mano e sorrisi con gli uomini, mentre con Seeta, unica donna dei tre, dato che consuetudine afghana vorrebbe che la mano a una donna non fosse porta per stringerla, ci siamo limitati a chinare leggermente il capo e contemporaneamente a poggiarci la mano al petto: come prevede l&#8217;educazione comportamentale nei confronti di una donna in questo Paese. E&#8217; stato giusto attenersi a queste usanze. In un inglese sufficientemente comprensibile, i tre ci hanno fatto intendere il loro piacere e la loro disponibilità nel concederci l’incontro.</p>
<p>Durante il colloquio, i temi toccati riguardavano i pilastri e i valori fondamentali comunemente considerati dagli afghani all’interno della loro società, le loro relazioni interne nei villaggi, nelle tribù, il ruolo della donna e la democrazia; questi ultimi due, si è scoperto, sono argomenti purtroppo ancora non determinanti e con il loro aiuto siamo riusciti a capire se la nostra presenza, intesa come contingente internazionale e quindi il nostro aiuto, sta contribuendo a trovare qualche speranza in più, per affrontare i gravi problemi che attraversa il paese asiatico. Dalle parole dei tre, si è avuta la conferma riguardo a ciò che da tempo si pensava: penetrare all’interno della società afghana nel pieno rispetto delle loro tradizioni è effettivamente la chiave di volta del successo della presenza occidentale qui in questa parte di mondo e quindi di tutta la missione.</p>
<p>(<strong><em>continua</em></strong>)</p>
<p style="text-align: right;"> <strong>Giovanni Quattromini</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>(QuattroGi)</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/lafghanistan-raccontato-dai-giornalisti-del-posto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Quando la morte è dietro l’angolo: sangue italiano in Afghanistan</title>
		<link>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/quando-la-morte-e-dietro-langolo-sangue-italiano-in-afghanistan/</link>
		<comments>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/quando-la-morte-e-dietro-langolo-sangue-italiano-in-afghanistan/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 10:32:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.anordestdiche.com/?p=11155</guid>
		<description><![CDATA[28 luglio 2010 ore 23.30 Dopo una giornata di lavoro&#8230;.un po’ di tranquillità: eccomi qui a scrivere…Negli ultimi giorni, l&#8217;ho fatto meno, trascorro parecchio tempo, rifletto su  quello che l&#8217;autobomba del 16 luglio ci ha lasciato e mi sono immerso [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>28 luglio 2010 ore 23.30</em></p>
<p>Dopo una giornata di lavoro&#8230;.un po’ di tranquillità: eccomi qui a scrivere…Negli ultimi giorni, l&#8217;ho fatto meno, trascorro parecchio tempo, <strong>rifletto su  quello che l&#8217;autobomba del 16 luglio ci ha lasciato</strong> e mi sono immerso nel lavoro, sto prendendo a pieno ritmo la quotidianità e divento pian piano più &#8220;padrone&#8221; delle mie attività, trascorro però gran parte delle giornate lavorative in un ufficio: non è il massimo ma tuttavia me lo faccio andar bene. Il mio ruolo qui è da “dietro le quinte” e mi occupo sostanzialmente di logistica.</p>
<p>Avrei preferito vivere questa esperienza più da &#8220;protagonista&#8221;, stando più in prima fila, uscire con i &#8220;Lince&#8221;, fare pattugliamenti, conoscere di persona i paesaggi, gli scenari, la gente e scoprire personalmente  le realtà, fare, insomma, qualcosa di più utile e ancora più vicina a questa guerra. Sto scoprendo comunque, che anche da &#8220;dietro le quinte&#8221;, a volte si possono avere, pur meno intensamente, possibilità di vivere momenti in qualche modo anche coinvolgenti. Stasera, dopo cena, uscendo dalla mensa, attraversavo il piazzale centrale di &#8220;Camp Arena&#8221;: di solito nelle ore serali e soprattutto durante l&#8217;ora di cena, col buio, a mala pena si riescono ad intravedere le ombre di chi passeggia e si sposta dai locali della mensa fino ad arrivare al bar, per un caffè, un digestivo dopo-cena e una chiacchiera, fuori dalle proprie attività o di chi semplicemente fa due passi per godersi il fresco serale estivo, prima di fare una telefonata a casa o salutare i propri cari con “skype”.</p>
<p>Sono rimasto a passeggiare per il piazzale, a fissare per un po’ il cielo. C&#8217;era qualcosa di strano nell&#8217;aria, oltre ad esserci tante  stelle (molto spesso ce ne sono di notte qui in Afghanistan e il cielo serale è diverso da quello che vediamo in Italia), c&#8217;era una luna splendente, tanto da illuminare quasi tutto il piazzale. Quando in queste sere estive la luna splende così, i suoi raggi sono talmente luminosi, che assomigliano alla luce dei lampioni serali delle città: mi piace guardare la luna sopratutto in queste serate e spesso &#8220;fantastico&#8221; cercando invano tra le stelle l&#8217;Orsa Minore, il Carro, la Via Lattea&#8230;.: <strong>i cieli &#8220;asiatici&#8221; creano spesso delle atmosfere magiche!</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/07/napolitano-bara-militari-324x230.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-11156" title="napolitano-bara-militari-324x230" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/07/napolitano-bara-militari-324x230-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a><br />
</strong></p>
<p>Restavo fermo al centro del piazzale, con lo sguardo rivolto verso l&#8217;alto, mentre intorno a me sentivo i passi della gente&#8230; Ad un tratto e in lontananza, un rumore, poi una luce che ad intermittenza spostava la sua direzione, poi il rumore aumentava&#8230;le luci son diventate due e sembravano spostarsi sempre di più verso di me e sempre più verso il basso&#8230;. <em>&#8220;Che ci fanno a quest&#8217;ora due elicotteri in volo e ad una quota così bassa?&#8221; </em>- mi sono chiesto. &#8221;&#8230;<em>Sarà probabilmente un giro di perlustrazione, qui fuori sarà successo qualcosa&#8230;&#8221;. </em>Sono riuscito a sentire queste parole tra il rumore dell&#8217;elicottero che in quel momento passava proprio sopra di me:<em> </em>è stata la risposta &#8220;inconscia&#8221; di una voce poco distante da me, la voce di qualcuno che nel buio non ho riconosciuto, ma che dalle ombre ho attribuito ad una persona che chiacchierava con un&#8217;altra: anche loro sono rimasti attratti dal passaggio dei due aeromobili.</p>
<p>Le loro parole mi hanno portato a concentrare di più l&#8217;attenzione sui due apparecchi: con lo sguardo ho accompagnato le luci, finché poi sono scomparse. Un po’ esterrefatto, ho ascoltato i commenti di chi era presente con me, ma anche gli altri non mi hanno dato nessuna risposta su quello che al di là del recinto e chissà in quale parte di Herat, poteva essere successo: <em>&#8220;Quando in orari &#8220;strani&#8221; si vedono decollare aerei o elicotteri, vuol dire che qualcosa di serio fuori e da qualche parte sia successo&#8221; </em>ci hanno insegnato durante i briefing iniziali. Confuso e sorpreso, sono tornato in camera. Dagli alloggi in pochi istanti, notizie poco chiare e allo stesso tempo che spiegavano quello che poco prima avevo avvistato, si sono diffuse: un&#8217;esplosione di un ordigno pochi chilometri fuori l&#8217;aeroporto, e che noi che eravamo dentro non abbiamo sentito, ha coinvolto alcuni uomini del nostro contingente! Queste le prime voci.</p>
<p>I minuti trascorrevano e le stesse &#8220;voci&#8221; frammentarie pian piano diventavano più vere e più precise: erano elicotteri partiti in soccorso a seguito di attacchi, avvenuti precedentemente contro alcuni nostri uomini. <strong>In camera ho acceso il computer, su internet alla pagina web dell&#8217;Ansa, già venivano riportate le prime notizie ufficiali: </strong><em><strong>&#8220;Afghanistan: esplosione di un ordigno, nei pressi di Herat, morti due militari italiani.&#8221;</strong> </em>Leggendo l&#8217;articolo, ho subito appreso che due nostri colleghi, pochi chilometri fuori la città di Herat, durante il disinnesco di alcuni ordigni, sono stati colpiti dall&#8217;esplosione di uno di essi e sono morti&#8230;Per cercare conferma più precisa sono uscito fuori dall&#8217;alloggio, ho notato movimenti celeri e rapidi di uomini, mezzi che si spostavano, gente che parlava in maniera &#8220;fugace&#8221; e silenziosa: due dei nostri sono morti questa sera! Ho pensato immediatamente a mio figlio e mia moglie, il primo pensiero è volato subito a loro, qualche collega l&#8217;ho visto anche piangere e la notizia, ormai ampiamente confermata, si è diffusa su tutta &#8220;Camp Arena&#8221;. Alcuni miei colleghi hanno telefonato a casa per tranquillizzare, altri hanno &#8220;portato&#8221; altre notizie più precise: oltre ai due militari morti, un terzo è rimasto ferito. &#8221;<em>A pochi giorni dal mio arrivo vivere in prima persona un evento così forte, non è il massimo.&#8221; -</em> ho pensato. Sono rimasto fuori per un po’, il mio sguardo perso ad osservare lo scenario che si presentava di fronte ai miei occhi, è stato improvvisamente colpito da due o forse tre ragazzi che poco lontani da me, trafficando all&#8217;interno di un container, hanno tirato fuori due lunghe casse di legno (bare), che poi, dopo averle caricate su di un camion, sono andati via&#8230;</p>
<p><strong>Alla vista delle due bare, sono stato male, ho avuto la pelle d&#8217;oca su quasi tutto il corpo e il sangue mi si è gelato&#8230;</strong><em>&#8220;Ora li vanno a prendere e li portano dentro&#8230;.&#8221;, </em>sono state le parole che mi ha rivolto un altro militare che in quel momento passava davanti a me. Non ho avuto il coraggio di dire nulla, &#8220;pietrificato&#8221; sono ritornato definitivamente in camera e ho iniziato a scrivere&#8230;. &#8221;Camp Arena&#8221; in poco tempo si è spento in un silenzio, un silenzio gelido che ha lasciato noi tutti impotenti davanti ad una situazione simile. Ho pensato alle famiglie di questi due ragazzi, ho pensato alla mia famiglia, ho pensato ai tanti militari che sono qui in un Paese con una situazione molto difficile da gestire, ho pensato ai soldati che sono morti prima d&#8217;oggi. Con tanta angoscia ho cercato anche di addormentarmi, ma non ce l&#8217;ho fatta, con la testa volevo preparami a quello che mi sarebbe toccato di affrontare nell&#8217;indomani mattina: la tristezza del vuoto, <strong>il vuoto che queste due perdite ci avrebbe potuto lasciare.</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Giovanni Quattromini</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>(QuattroGi)</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/afghanistan/quando-la-morte-e-dietro-langolo-sangue-italiano-in-afghanistan/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Di scorta agli operai afghani</title>
		<link>http://www.anordestdiche.com/senza-categoria/di-scorta-agli-operai-afghani/</link>
		<comments>http://www.anordestdiche.com/senza-categoria/di-scorta-agli-operai-afghani/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 07 Jun 2012 22:03:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.anordestdiche.com/?p=10501</guid>
		<description><![CDATA[E’ il 19 luglio del 2010, qui ad Herat per me la giornata è iniziata con un altro &#8220;servizio prestato per la gente afghana&#8221;. Col mezzo lasciatomi in dotazione, mi sono diretto verso l&#8217;uscita dell&#8217;aeroporto, che si trova nella parte [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/06/clip_image008.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10502" title="clip_image008" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/06/clip_image008-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>E’ il 19 luglio del 2010, qui ad Herat per me la giornata è iniziata con un altro &#8220;servizio prestato per la gente afghana&#8221;.</p>
<p>Col mezzo lasciatomi in dotazione, mi sono diretto verso l&#8217;uscita dell&#8217;aeroporto, che si trova nella parte sud della base.</p>
<p>Ci ho messo un quarto d&#8217;ora per arrivarci: il percorso piuttosto insidioso, fatto di buche e strettoie, impraticabile, faceva &#8220;sballottare&#8221; il pesante mezzo un po’ di qua e un po’ di là, lasciando dietro di me una grossa scia di polvere chiara.</p>
<p><strong>In lontananza e aldilà della recinzione, tra le montagne, ho intravisto colonne di fumo nero.</strong></p>
<p><em>&#8220;Un altro attacco?&#8221; &#8211; </em>ho pensato dentro di me&#8230; &#8211; <em>&#8220;Sicuramente un&#8217;esplosione o qualcosa di simile&#8230;chissà se ci arriveranno notizie!&#8221;</em></p>
<p>Non saprei dire che cosa potesse essere successo, intanto qui dentro, la situazione mi è sembrata piuttosto tranquilla e normale.</p>
<p>Le giornate in qualche modo stanno trascorrendo, anche se spesso sembra che il tempo si fermi, intorno sembra tutto uguale e spesso perdo persino la cognizione, spesso non ricordo se è lunedì, martedì&#8230;domenica, tutto è sempre uguale e lentamente la vita sembra scorrere&#8230;</p>
<p><strong>Saranno state circa le otto, stamane, mentre mi accingevo a svolgere questo &#8220;servizio&#8221; e la mia testa era immersa in questo tipo di pensieri.</strong></p>
<p>Arrivato davanti all&#8217;uscita, ho atteso qualche minuto nel mezzo fermo, finché da lontano un collega di servizio al &#8220;gabbiotto&#8221;, uscendo, mi ha fatto un cenno con la mano, quindi sono uscito dal mezzo e lungo la stradina ciottolosa che porta verso l&#8217;uscita, mi sono diretto verso di lui.</p>
<p><strong><em>&#8220;Oggi ti è stata assegnata una squadra di sette local-workes&#8221; &#8211; </em>Mi ha detto, dandomi con una mano un &#8220;biglietto&#8221; plastificato delle consegne mentre con l&#8217;altra teneva il fucile.</strong></p>
<p>Ci ha raggiunto un uomo italiano in abiti civili di circa cinquant&#8217;anni: non portando alcuna uniforme, ho dedotto subito che non fosse un militare.</p>
<p><em>&#8220;Il signore quì è l&#8217;ingegnere responsabile dei lavori, lui sarà con te mentre sorveglierai gli operai&#8221;. A</em>ncora il militare si spostava aldilà dell&#8217;uscita e ha accompagnato verso di me sei uomini afghani.</p>
<p>Avvicinandosi e rivolgendosi alle sei persone con un inglese sufficientemente comprensibile, ha detto loro che erano affidate a me durante il lavoro di oggi.</p>
<p>I sei mi hanno osservato incuriositi e li ho fatti salire sul veicolo, l&#8217;ingegnere italiano si è accomodato accanto a me e, salutando il collega, son partito con loro.</p>
<p>Ci siamo diretti verso il cantiere, il mio “referente” che conosceva la direzione, parlandomi, man mano mi indicava la strada.</p>
<p>L&#8217;uomo italiano si chiama Giorgio ed è per l&#8217;appunto, ingegnere per una grossa ditta di Livorno che si occupa di edilizia.</p>
<p>La ditta, mi ha spiegato, ha vinto una gara d&#8217;appalto per l&#8217;Amministrazione Difesa e le sono state assegnati dei lavori per infrastrutture da realizzare qui ad Herat per conto della NATO.</p>
<p>Mentre mi raccontava di ciò che fa, ho compiuto tutto il percorso necessario per raggiungere a poche centinaia di metri il cantiere.</p>
<p>Mentre parlava, dallo specchietto retrovisore osservavo i sei operai che con sguardi smarriti si guardavano intorno, qualcuno incrociando il mio sguardo dallo specchietto, mi ha accennato un sorriso quasi spontaneo.</p>
<p><em><strong>&#8220;Spesso vado in centro ad Herat, per raccogliere gente da portare a lavorare qui, è una condizione che la &#8220;Difesa&#8221; ci ha imposto: fare lavorare per noi solo ed esclusivamente operai locali.</strong> La maggior parte di loro è gente che lavora anche bene, anche se in un modo molto diverso dal nostro. Per &#8220;consegnare&#8221; i nostri lavori alla vostra amministrazione, i tempi sono piuttosto brevi e ho bisogno di parecchia manodopera &#8211; </em>ha aggiunto. G<em>li afghani stanno diventando degli ottimi operai nel campo dell&#8217;edilizia, è un paese che spera di crescere anche da questo punto di vista. Pian piano anche qui si modernizzeranno e ci sarà bisogno di costruire nuove case, nuovi palazzi per le città, ma dobbiamo iniziare dal basso, intanto facendoli lavorare anche qui dentro è un inizio, imparano in fretta e stiamo cercando di indirizzarli, anche insegnando ciò che noi sappiamo fare. Questo potrebbe essere un ottimo inizio per loro, se ognuno di noi nel suo piccolo, insegna loro ciò che sa fare, veramente questo Paese avrà buone possibilità per cambiare, anche se ci vorrà ancora del tempo.</em></p>
<p><em>Purtroppo i talebani hanno tolto tutto a questa gente, loro fino ad ora erano solo abituati a vivere nell&#8217;ignoranza assoluta e lavorando come bestie. E&#8217; giusto che studino, come è giusto che imparino anche le tecniche di lavoro se qualcuno dovesse decidere di fare l&#8217;operaio, l&#8217;Afghanistan ha bisogno anche di loro.</em></p>
<p><em>E&#8217; gente che ha un forte bisogno di lavorare per raggiungere i loro obiettivi, dietro queste persone ci sono storie di padri, di figli, di intere famiglie da sfamare&#8230;. La nostra azienda nel suo piccolo cerca anche di andare incontro a loro, paga queste persone con un salario di circa dieci euro al giorno, non è male se si pensa che la paga giornaliera media di un operaio qui, è di tre euro&#8230;&#8221;</em></p>
<p>Giorgio mi è sembrato una persona molto portata per quello che fa e nelle sue parole ho letto sfumature importanti che, pensandoci bene, non sono sbagliate per questa società.</p>
<p>Nel breve tratto di strada fatto insieme, avrà risposto a tre &#8211; quattro telefonate, arrabbiandosi con fornitori e con altri suoi sottoposti che controllavano probabilmente altri cantieri sparsi per Herat o per non so’ quale altra parte dell&#8217;Afghanistan.</p>
<p>Appena arrivati al cantiere, ha subito dato le sue direttive ad uno dei sei uomini, probabilmente il più esperto, che poi ha riportato agli altri cinque.</p>
<p>Gli operai, cambiati i propri indumenti e dopo aver indossato delle tute blu e dei caschetti gialli antinfortunistici, hanno iniziato immediatamente a dare delle forti picconate sulla terra arida e calda.</p>
<p><em>&#8220;Qui stiamo costruendo una nuova pista di atterraggio e decollo per aerei&#8221; &#8211; </em>mi ha spiegato Giorgio. &#8211; <em>&#8220;E&#8217; un lavoro che spero non ci porterà via troppo tempo, la gente lavora, hanno i loro tempi, per carità!&#8230;Bisogna rispettare anche le loro abitudini, il pranzo e il loro modo di pranzare, il Ramadan, il periodo di digiuno durante il quale spesso non rendono quanto dovrebbero, mentre lavorano, le preghiere&#8230;Sono usi e costumi molto diversi dai nostri e dobbiamo andare incontro a tutto questo per avvicinarci a loro, adeguarci e rispettarli. Va bene i nostri affari, ma non dobbiamo dimenticare che siamo sempre nella loro terra&#8230;.&#8221;.</em> Giorgio è molto spedito nel parlare, non faccio domande, e mi racconta tutto senza che gli chieda nulla.</p>
<p><em>&#8220;&#8230;A fine giornata. dopo il lavoro, sono abituato a dargli sempre qualcosa, spesso mi chiedono il &#8220;rani&#8221; che è una bevanda a base di frutta, molto buona e parecchio in uso da queste parti. E&#8217; quasi un premio che mi chiedono per impegnarsi meglio nel lavoro&#8221;.</em></p>
<p>Ho visto che in questo cantiere il lavoro richiede un grosso sforzo fisico,  è abbastanza faticoso, si lavora ininterrottamente sotto il sole, si lavora di &#8220;piccone&#8221;, si raccoglie la terra in eccesso in grossi secchi, dopo di che si scava e la terra è portata in una zona poco lontana dall&#8217;area dove lavorano, &#8220;creando&#8221; montagne di sabbia.</p>
<p>La terra, grazie all&#8217;aiuto di rastrelli, man mano viene spianata: la &#8220;preparano&#8221; per poi spargerci su grosse colate di cemento ricavato da una vecchia betoniera sempre in funzione.</p>
<p>E&#8217; un grosso lavoro di squadra, un lavoro eseguito a catena&#8230;</p>
<p>Il fisico dei sei uomini è talmente lontano dalla &#8220;prestanza&#8221; lavorativa, che sembrano non reggere la fatica richiesta.</p>
<p>Nonostante la precarietà dei mezzi e il gran caldo, i sei operai mi son sembrati ben &#8220;preparati&#8221; a poter svolgere questa impegnativa mansione e a differenza degli altri conosciuti qualche giorno fa, mi sono sembrati poco propensi al dialogo con me o per il tipo di lavoro o per la presenza &#8220;fisica&#8221; dell&#8217;ingegnere che li imbarazza e quindi si sentono più &#8220;controllati&#8221;.</p>
<p>Giorgio ha continuato a rispondere ancora ad altre telefonate e mentre lo faceva, di tanto in tanto si allontanava: ogni volta a distanza lo vedevo gesticolare e dimenarsi quando le cose magari non andavano come lui avrebbe voluto&#8230;</p>
<p>Gli operai hanno continuato a lavorare ed intorno a loro un groviglio di polvere ha reso lo scenario piuttosto &#8220;surreale&#8221;&#8230;</p>
<p style="text-align: right;"><strong> Gianni Quattromini</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.anordestdiche.com/senza-categoria/di-scorta-agli-operai-afghani/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
