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	<title>AND - A Nordest Di che... &#187; Porta Aperta</title>
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	<description>diari dal mondo e reportage di viaggio</description>
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		<title>Tadic, lo strano amico dei progressisti italiani</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Dec 2012 10:55:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è svolto a Roma nei giorni scorsi il congresso dell’Alleanza dei progressisti, dedicato alle sfide dell’economia globale e alle politiche per lo sviluppo. Alla fine è uscita una foto di gruppo dei vari esponenti politici che vi hanno partecipato. [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/12/tadic.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-16767" title="tadic" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/12/tadic-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Si è svolto a Roma nei giorni scorsi il congresso dell’Alleanza dei progressisti</strong>, dedicato alle sfide dell’economia globale e alle politiche per lo sviluppo. Alla fine è uscita una foto di gruppo dei vari esponenti politici che vi hanno partecipato. Tra essi Pascal Lamy, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che ha introdotto i lavori e il moderatore<strong> </strong>Stewart Wood del Labour Party inglese. Oltre al segretario del PSI Nencini e a Nichi Vendola, hanno partecipato il presidente dell’Assemblea costituente tunisina Mustapha Ben Jaafar, il leader del Pasok greco Evangelos Venizelos, il direttore generale della FAO Jos Graziano Da Silva, la leader dell’Spd di Finlandia Jutta Urpilainen; il leader del partito socialista francese Harlem Dsir e quello della Spd tedesca Sigmar Gabriel nonchè Bernadette Ségol segretaria generale della Confederazione Europea dei Sindacati e l’ex presidente serbo Boris Tadić, che, dopo la sconfitta alle presidenziali dello scorso maggio, ha concluso la parabola politica con l&#8217;avvicendamento anche alla guida del Partito democratico serbo&#8230; Secondo il quotidiano <em>Vecernje Novosti</em>, l’ex presidente serbo, convinto europeista e molto stimato in occidente, potrebbe assumere in futuro la carica di segretario generale del Consiglio d’Europa al posto di Thorbjoern Jagland.</p>
<p>Come noto i lavori del congresso di Roma sono stati conclusi dal segretario del PD <strong>Pier Luigi Bersani</strong>, leader della coalizione di centro sinistra alle prossime elezioni.</p>
<p>La presenza più, per così dire, strana è stata quella di Boris Tadić, quello stesso Tadić che, assieme al ministro dell’Economia Dinkić, è stato il principale sponsor di Marchionne nell’Operazione Fiat Zastava.</p>
<p>Adesso a Belgrado comandano Tomislav Nikolić, il presidente e Ivica Dacić, il Primo ministro, due vecchie volpi della politica locale, nazionalisti un tempo vicini a Slobodan Milošević. Così a Belgrado si parla meno di entrare nella UE e la stella polare del nuovo governo è diventata <strong>Vladimir Putin</strong>, che si è affrettato a promettere appoggio politico e, soprattutto, soldi a palate.</p>
<p><strong>Il sorprendente amico di Bersani, Tadić</strong>, dopo aver richiamato l’impegno di più di quarant&#8217;anni fa del gruppo torinese in Jugoslavia, si era molto speso per un significativo impulso alla reindustrializzazione del Paese, funzionando da trampolino di lancio per l’approdo di altre imprese italiane in Serbia. Dal 2009, da 150 aziende italiane in Serbia siamo passati a oltre 400, con 20 mila addetti e un volume d&#8217;affari di 2,5 miliardi di euro l’anno, auspicando che il numero salga oltre il migliaio, aveva affermato Tadić a margine del summit con Monti, un altro non meno amico di Bersani, a Belgrado. Non solo nel settore automobilistico e nel suo indotto, aveva aggiunto il presidente serbo, ma anche nel siderurgico, minerario, farmaceutico, tessile, calzaturiero, agricolo. In Serbia, oltre a Fiat, lavorano già molte imprese italiane, ambasciatrici dell’economia italiana, come Golden Lady e Benetton, ha ricordato infine Tadić.</p>
<p>Ricordiamo a Bersani il gioco di Golden Lady a Forlì quando ha licenziato all’Omsa 239 operaie per trasferire il lavoro in Serbia. Regia di Tadić ora amico e sodale di Bersani nei democratici progressisti europei… Operazione Omsa ampiamente stigmatizzata dai sindacati e da molta parte dell&#8217;opinione pubblica italiana come inopportuna.</p>
<p>In marzo, il presidente Boris Tadić aveva visitato lo stand Fiat al salone di Ginevra assieme all&#8217;amministratore delegato di Fiat-Chrysler, Sergio Marchionne. Il presidente serbo si era soffermato davanti alla nuova 500L, che proprio a Ginevra è stata presentata in anteprima mondiale. La 500L è prodotta nello stabilimento Fiat di Kragujevac, nell&#8217;ambito della joint venture siglata nel 2008 tra Fiat Group Automobiles e il governo della Repubblica Serba.</p>
<p>Accordo che prevede che Belgrado garantisca tutti i costi: 50 milioni di euro di capitale iniziale, altri 150 milioni di contributi diretti (in pratica dai 3 ai 5.000 euro per ogni assunto), esenzioni fiscali e soprattutto la creazione di una <strong>zona franca</strong> nell’area dello stabilimento per impiantare attorno a Kragujevac anche l’indotto, eliminando così i costi all’importazione dei semilavorati. Senza contare i miglioramenti alla rete ferroviaria e stradale, sempre a carico del governo serbo capeggiato da Tadić. Sarà poi esteso l’accordo di libero scambio con la Russia anche al settore auto, con l’abbattimento dei dazi doganali, naturalmente, attenendosi agli standard imposti da Fiat: “ zero scarti, zero difetti, zero rotture, zero inventari”, in totale regime WCM, tipico esempio di moderno sfruttamento intensivo. Con il passaggio della Zastava alla Fiat Auto Serbija agli inizi del 2010, il sindacato non ha più alcuna agibilità in fabbrica. Il passaggio delle maestranze dalla Zastava alla FAS avviene attraverso una selezione inoppugnabile, senza alcun intervento possibile del sindacato. Fiat  assume  solo con contratti individuali, le cui clausole sono ignote al sindacato, ogni assunto ha l’obbligo di non fare dichiarazioni di alcun tipo sull’azienda. Gli esclusi dalla selezione, con un’età media di 46 anni, hanno ben poche speranze di essere riassunti. L&#8217;accordo prevede  che, oltre all’esonero delle tasse per dieci anni, riceverà gratuitamente anche il terreno di cui avrà bisogno per eventuali sviluppi (al momento ha già ricevuto 20 ettari). Tutte operazioni iperliberiste portate a termine dal nuovo amico di Bersani…</p>
<p>Vista la vicinanza di Tadić con Bersani, e la sua presenza nella foto di gruppo finale, sorge il sospetto che stiano prendendo le misure per portare in Italia tutte queste clausole col nuovo futuro governo di Bersani &amp; Co. Strana amicizia, sospetta presenza a Roma quella di Tadić.</p>
<p>Non avevano altro leader europeo da invitare tra i progressisti? Possibile che Bersani, così attento apparentemente ai problemi del lavoro, non conosca gli orientamenti poco progressisti del suo nuovo amico Tadić? Candore del Pd o manovra per far entrare in Europa dalla porta minore, come di soppiatto, un ex presidente trombato per tenerlo in calda per le prossime elezioni così da continuare il lavoro sporco che spesso i progressisti si assumono? Oppure molto semplicemente è questo il vero volto dell’Alleanza dei Progressisti? In ogni caso Tadić è e rimane impresentabile nel consesso dei progressisti europei per le sue politiche liberiste, censurabile quindi la sua presenza al congresso. Bersani attenzione, non siamo qui a rivoltare le fodere delle giacche per nascondere le macchie…</p>
<p>I lavoratori serbi a Kragujevac, dal canto loro, continuano a resistere e a lottare, rivendicando un contratto collettivo che, sulla base del contratto nazionale, non calpesti la dignità del lavoratore. Sono consapevoli che la strategia delle multinazionali, Fiat compresa, che contrappone i lavoratori su base regionale e nazionale, italiani a serbi, serbi a polacchi, vada combattuta con l’internazionalismo, costruendo unità e lotta comune a livello europeo, meglio se mondiale: <em>“Se sciopera un nostro compagno in Italia o in Spagna, bisogna trovare la forza di scioperare in tutte le fabbriche Fiat, perché solo così è possibile opporsi validamente al padrone, che altrimenti ha gioco facile ad isolarci, a contrapporci e a batterci gli uni dopo gli altri</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><strong>Bruno Maran</strong></p>
<p align="right">Leggi anche: <a href="http://www.anordestdiche.com/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/porta/la-fiat-auto-srbija-marchionne-e-la-nuova-500-l/">Fiat 500L Prodotta in Serbia</a></p>
<p align="right"><a href="http://www.anordestdiche.com/senza-categoria/la-fiat-500-l-made-in-kragujeva-dietrologia/">Marchionne in Serbia, dietrologia</a></p>
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		<title>Sarajevo, Gianni il professore delle lettere</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Dec 2012 07:42:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sarajevo ha conosciuto anni di assedio, l&#8217;abbandono, l&#8217;ipocrisia della comunità internazionale. Con tutta la Bosnia Erzegovina ha attraversato anni di guerra, crudele e sanguinosa. La nazione porta ancora le ferite di quegli eventi drammatici, a Dayton nel 1995 si è [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/12/Copia-di-IMG_4714.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16649" title="Copia di IMG_4714" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/12/Copia-di-IMG_4714-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Sarajevo ha conosciuto anni di assedio</strong>, l&#8217;abbandono, l&#8217;ipocrisia della comunità internazionale. Con tutta la Bosnia Erzegovina ha attraversato anni di guerra, crudele e sanguinosa. La nazione porta ancora le ferite di quegli eventi drammatici, a Dayton nel 1995 si è solo bloccato lo scontro armato, non fu aperto un vero processo di riconciliazione e di pace.</p>
<p><strong>Il 6 aprile a Sarajevo è stato ricordato l’inizio della guerra nel 1992</strong>. Quel giorno 11541 sedie rosse vuote sono state poste lungo Ulica Maršala Tito e si è reso omaggio alla memoria dei morti durante l&#8217;assedio, il più lungo del XX secolo, 1395 giorni. Tra queste 653 più piccole, quelle dei bambini…</p>
<p><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/12/Copia-di-IMG_4943.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-16650" title="Copia di IMG_4943" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/12/Copia-di-IMG_4943-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Un&#8217;altro anniversario è trascorso a Sarajevo in questi giorni, quello della &#8220;<strong>Marcia dei Cinquecento per la pace</strong>&#8221; del dicembre 1992, quando il folto gruppo di pacifisti è riuscito ad entrare nella città assediata per fermare la guerra. Un momento durato poche ore, ma carico di emozioni e di aspettative.  Dove non era riuscita la comunità internazionale, i Beati Costruttori di Pace hanno aperto una breccia nel muro dell&#8217;indifferenza, hanno ridato un attimo di speranza ai cittadini rinchiusi nella più grande prigione a cielo aperto del mondo. Hanno portato luce nel buio della guerra tornata in Europa dopo quasi quarant&#8217;anni, sono entrati dove tutti cercavano di fuggire. La Marcia è stata un grande momento, ma non fu un&#8217;azione fine a se stessa, ebbe continuità per portare aiuto e sollievo ai cittadini assediati. Aiuti umanitari continuarono ad arrivare, qualcuno collegò radioamatori italiani con colleghi bosniaci per dare possibilità di parlare almeno via radio alle famiglie rimaste isolate.</p>
<p><strong> <a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/12/Copia-di-IMG_5398.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16651" title="Copia di IMG_5398" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/12/Copia-di-IMG_5398-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Volontari rimasero a Sarajevo per coordinare le attività umanitarie</strong>, con grande partecipazione, sempre dalla parte di chi soffriva. Una delle esigenze degli assediati era comunicare con parenti e amici sparsi un po&#8217; ovunque, talvolta profughi a loro volta, travolti dagli eventi bellici. La radio non bastava, i telefoni erano più il tempo che venivano isolati di quanto funzionassero: restava la posta. Come far passare alle lettere la linea del fronte, che tagliava in due la città? Talvolta si tentò con complicati giri internazionali, lunghi, difficili e poco sicuri. Si era infatti in presenza di una situazione paradossale. Per esempio, se si voleva mandare una lettera dal quartiere serbo di Grbavica ad un familiare rimasto al di là della Miliačka, il fiume che divide Sarajevo, magari a trecento metri dal fronte, come fare? La necessità aguzza sempre l&#8217;ingegno. Ai Beati Costruttori venne in mente di portare i plichi, che ricevevano presso la sede di Padova, provenienti da ogni parte del mondo e consegnarli nei quartieri di Sarajevo. Una lettera era così imbucata verso Belgrado, con cui i serbo bosniaci restarono sempre in relazione.</p>
<p><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/12/Copia-di-IMG_5472.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-16652" title="Copia di IMG_5472" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/12/Copia-di-IMG_5472-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Da lì era inviata a Padova presso i Beati Costruttori di Pace, questi, mediante i voli umanitari, la portavano a Sarajevo e la consegnavano al destinatario. <strong>Un giro di mezza Europa per fare magari cinquecento metri in linea d&#8217;aria. Meccanismo che si perfezionò sempre più fino a diventare un legame insostituibile per la gente di Sarajevo</strong>. Con le lettere si potevano inviare le foto del figlio, del nipote, la ciocca di capelli di un&#8217;innamorata o inviare i soldi necessari per sopravvivere in una città in mano al mercato nero. E i soldi arrivano tutti e sempre e la gente prese sempre più fiducia. E le lettere aumentavano sempre più e con esse il lavoro di smistamento, di cernita, arrivano infatti lettere da ogni parte del mondo destinate alla Sarajevo isolata. Decine di persone a Padova, volontariamente, preparavano i plichi. <strong>Tra essi, un singolare personaggio, un insegnante di Verona di nome Giovanni, Gianni per gli amici.</strong></p>
<p><strong>Questo professore, usando i giorni liberi dall&#8217;insegnamento, passava per Padova, si caricava lo zaino di lettere e, prendendo giorni di ferie, andava all&#8217;aeroporto di Ancona Falconara da dove partivano i voli umanitari per Sarajevo</strong>. Lì giunto, Gianni consegnava le lettere ai volontari sul posto e ritornava con un carico di lettere in partenza, le risposte agli invii dall&#8217;estero. A Sarajevo in quei mesi scarseggiava tutto, dall&#8217;acqua al cibo, alla luce ai medicinali, ovviamente mancavano le buste. Partivano fogli piegati con l&#8217;indirizzo scritto sopra, alla buona. Impossibile spedirle nel sistema postale europeo. Che fare allora? Gianni, di ritorno con le preziose lettere, andava a scuola ai suoi studenti, li invitava a prendere dalla cattedra un centinaio di buste bianche e li pregava di trascrivere gli indirizzi segnati sui fogli che aveva portato. &#8220;Oggi niente lezione, si scrivono le lettere&#8221; era la parola d&#8217;ordine, cui seguiva un&#8217;ovazione, ma tutti si mettevano subito in azione e svolgevano velocemente… il compito.</p>
<p><strong>Ancora oggi, dopo tanti anni, i suoi ex allievi, quando lo incontrano</strong>, ricordano quei giorni e confessano l&#8217;amore con cui hanno svolto il lavoro, utile e prezioso, ma un giorno uno più ardito gli confessò: &#8220;Lei era il nostro Professore di Lettere,  ma per noi è diventato il Professore DELLE lettere… e siamo orgogliosi di quello che abbiamo fatto assieme&#8221;.</p>
<p>Avranno anche perso qualche lezione di letteratura, forse avranno studiato un po&#8217; meno bene Manzoni o fatto un tema in classe di meno per … mancanza di tempo, ma il… compito che hanno svolto non ha prezzo. E&#8217; stato un grande lavoro umanitario, che ha portato sollievo e aiuto alle decine di migliaia tra i “prigionieri” di Sarajevo,</p>
<p>grazie a Gianni, il professore DELLE lettere, grazie ai suoi studenti, grazie a tutti i Costruttori di pace.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><strong>Bruno Maran</strong></p>
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		<title>Eroi criminali, Gotovina e Markač assolti</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Nov 2012 23:05:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;assoluzione dei generali croati Ante Gotovina e Mladen Markač, da parte del Tribunale Penale Internazionale dell&#8217;Aja, sembra più un opuscolo politico che un verdetto di un tribunale, ha dichiarato a Radio Serbia international, Savo Strbac, direttore del Centro informativo e [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/11/gotovine.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-16007" title="gotovine" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/11/gotovine-300x198.jpg" alt="Krajina - Benvenuto Generale, foto di Bruno Maran" width="300" height="198" /></a></p>
<p><strong>L&#8217;assoluzione dei generali croati Ante Gotovina e Mladen Markač</strong>, da parte del Tribunale Penale Internazionale dell&#8217;Aja, sembra più un opuscolo politico che un verdetto di un tribunale, ha dichiarato a <em>Radio Serbia international</em>, Savo Strbac, direttore del Centro informativo e di documentazione <em>Veritas</em>. Il verdetto legalizza la pulizia etnica e le sue conseguenze per i serbi scacciati dalla Krajina sono terrificanti, ha ribadito Strbac.</p>
<p>Per noi il verdetto del Tribunale dell&#8217;Aja rappresenta un&#8217;altra tormentata pagina, forse ancora più pesante di quella che abbiamo subito nel 1995, ha dichiarato Milojko Budimir, presidente dell&#8217;Associazione dei rifugiati dei serbi di Croazia.</p>
<p><strong>La Corte d’Appello dell’Aja ha ribaltato il giudizio espresso il 15 aprile 2011: assoluzione piena e immediato rilascio degli imputati.</strong> Altrettanto immediata, riapertura delle ferite balcaniche. Gotovina e Markač e altri erano stati riconosciuti parte di una associazione criminale e dichiarati colpevoli di 8 capi di imputazione relativi a crimini contro l&#8217;umanità e violazione delle leggi e delle usanze di guerra. Tra le accuse accolte dai giudici vi erano anche quelle di omicidio, persecuzione e deportazione.</p>
<p><strong>Zagabria, che attendeva il verdetto davanti ai maxischemi in piazza, fa festa per quelli che ha sempre considerato “eroi”.</strong> Il governo ha inviato immediatamente un jet a prenderli con a bordo il ministro della Difesa. Il premier Zoran Milanović ha dichiarato: “Quello che noi abbiamo sempre saputo è stato oggi annunciato al mondo, che la Croazia ha combattuto una guerra giusta e difensiva” e, assieme al presidente del Parlamento Leko, li accoglie all&#8217;aeroporto; <strong>centomila persone li acclamano nel centro di Zagabria</strong>. &#8220;I nostri generali sono eroi e non criminali&#8221;, c’è scritto sugli striscioni, mentre i ritratti di Gotovina e Markač erano issati all’urlo di &#8220;Onore alla Croazia&#8221;.</p>
<p>Tutt’altra atmosfera a Belgrado dove il procuratore serbo per i crimini di guerra, Vladimir Vukcević, ha definito &#8220;scandalosa e giuridicamente incomprensibile&#8221; la sentenza odierna che, &#8220;fa perdere credibilità&#8221; al Tribunale dell’Aja. Il governo annuncia che ridurrà la collaborazione con il Tribunale internazionale e d&#8217;ora in poi non consegnerà più alcuna documentazione all&#8217;Aja. Il presidente Nikolić parla di &#8220;sentenza politica e non giuridica&#8221;. I serbi della Krajina sono stati vittime di genocidio, scrive Nikolić in un comunicato dai toni durissimi, ma sono fatti passare per criminali, che si devono vergognare e stare zitti.</p>
<p><strong>Appaiono evidenti i sospetti serbi che l&#8217;assoluzione sia stata una compensazione per la Croazia, che nel luglio 2013 entrerà a far parte dell’Unione Europea?</strong></p>
<p><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/11/IMG_2168.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-16008" title="IMG_2168" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/11/IMG_2168-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>D&#8217;altra parte i quattro anni di latitanza di Gotovina tra il 2001 e il 2005 rallentarono il processo di adesione. Latitanza che, secondo il procuratore del TPIY Carla Del Ponte, potrebbe essere stata favorita anche dal Vaticano, nascondendo Gotovina in un monastero francescano in Croazia. Ipotesi sempre negata dalla Santa Sede. La Serbia invece, per farsi aprire le porte europee, ha finito per “consegnare ”il boia di Srebrenica&#8221; Ratko Mladić.</p>
<p>Particolare molto importante: la sentenza è stata presa a maggioranza. Favorevoli il presidente della Corte, l&#8217;americano di origine polacca Theodor Meron (che su Wikipedia è già diventato “<em>croatian hero</em>”), il giamaicano Patrick Robinson e il turco Mehmet Guney, contrari l&#8217;italiano Fausto Pocar e il maltese Carmel Agius. Per due giudici su cinque, quindi non oltre ogni ragionevole dubbio&#8230;</p>
<p>A titolo di cronaca si riporta che il magistrato americano, Greg Kehoe, ex procuratore dello stesso Tribunale penale internazionale per l&#8217;ex- Jugoslavia, difendeva Ante Gotovina… e che il presidente della Corte d&#8217;appello, l&#8217;altro americano Meron, ha votato per ultimo…</p>
<p>La sentenza di primo grado è stata smontata, negando il valore di prova all&#8217;elemento centrale dell’inchiesta: l&#8217;«imprecisione» dei tiri di artiglieria. I croati sostenevano che non erano attacchi contro i civili le cannonate finite… a più di 200 metri dai legittimi obiettivi militari. In appello questo principio è stato ribaltato.<strong> </strong><strong>Allora p</strong><strong>erché non 100, o 500?</strong> Davanti ad un evidente caso di <em>etničko čišćenje</em>, suona così, in serbo-croato, pulizia etnica, il Tribunale si è messo a confutare traiettorie e colpi, addirittura vento e temperatura al momento dei fatti, per stabilire che non c’è stata pulizia etnica o crimine. Vista la mancanza di prove a dimostrare che vi fosse stato un piano premeditato per ripulire la Krajina dalla popolazione serba, e, dopo, un controllo inefficace e carenza di disciplina nel guidare le truppe. Credo che tutto ciò rasenti l’assurdità che offenda l’intelligenza  degli osservatori o la memoria di chi è stato brutalmente ucciso o costretto a lasciare ogni bene.</p>
<p>I sospetti di sentenza politica diventano realtà e minano quindi, forse per sempre, le fondamenta e la credibilità del TPIY, un tribunale ad intensità variabile a seconda degli imputati.</p>
<p>Quindi, nella &#8220;Operazione tempesta&#8221; dell&#8217;estate 1995 contro i secessionisti serbi della Krajina, l&#8217;allora capo dell’esercito croato Ante Gotovina e l&#8217;allora capo della polizia Mladen Markač non presero “deliberatamente” a cannonate scuole e ospedali a fini di pulizia etnica. La morte di 324 civili e l’espulsione di oltre 150 mila persone sui quali si basava l’accusa furono legittimi atti di guerra. Non ci sono prove che siano stati atti criminali o non si è voluto vederli. La sentenza che assolve Gotovina è un colpo durissimo alla possibilità di una giustizia che rispetti tutte le vittime della guerra e alla costruzione di una memoria condivisa.</p>
<p><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/11/IMG_2196.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-16010" title="IMG_2196" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/11/IMG_2196-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
<p><strong>Una sentenza che riprecipita i Balcani nell&#8217;odio.</strong> Proprio una bella conclusione per il Tribunale penale internazionale dell&#8217;Aja per i crimini commessi nell&#8217;ex Jugoslavia, che chiuderà presto i battenti: si è assunta la responsabilità di una tacita amnistia internazionale dei crimini del regime croato di Tudjman. E il mondo non griderà allo scandalo come farebbe se, per tragica analogia, ad essere assolto fosse stato Ratko Mladić.</p>
<p>Qualche antefatto per comprendere come si è arrivati all&#8217;assoluzione dei criminali di guerra croati per smontare la tesi della <strong>non premeditazione.</strong></p>
<p>La M.P.R.I<em> -</em><em> Military Professional Resources Inc.</em>, una delle maggior <em>corporation</em> private americane di esperti militari, ha iniziato a modernizzare l&#8217;esercito croato HVO con la formazione degli ufficiali e la fornitura di armi sofisticate, dopo l’accordo firmato il 15 novembre 1994 dal ministro della Difesa croata Gojko Sušak. Al momento della firma degli accordi con la MPRI, Susak dichiara: <em>&#8220;Signori, fateci espellere i serbi dalla Croazia e noi non porremo questioni sulle condizioni che ponete&#8221;.</em> L&#8217;operatività tra la MPRI e il governo degli Stati Uniti è coordinata dal generale John Svol, consigliere militare del segretario di Stato USA Christopher Warren.</p>
<p>Alla MPRI ventidue dirigenti sono ex esponenti militari di alto rango. Tra di essi vi é il generale Carl Edward Vuono, capo di Stato Maggiore dell&#8217;Esercito Usa durante l&#8217;invasione di Panama e la Guerra del Golfo, il generale  Soyster, già capo della DIA e il generale Kroesen, ex comandante delle forze USA in Europa. La società, che ha sede ad Alexandria in Virginia, é stata fondata nel 1987 da un ex generale, Vernon Lewis. Un opuscolo riporta orgogliosamente che la MPRI mantiene un archivio con i nomi di 2 mila membri delle forze armate in pensione, offre la &#8220;migliore esperienza aziendale militare del mondo e dispone di unità operative e/o rappresentanti sul campo presso sedi militari in tutti gli Stati Uniti e all&#8217;estero&#8221;.</p>
<p>Aprile &#8217;95<strong> </strong>- La M.P.R.I., che offre consulenze ai militari croati, invia in Croazia un team guidato da un certo numero di ufficiali in pensione. Un portavoce del Dipartimento di Stato, John Dinger, afferma che la M.P.R.I<em>.</em> ha aiutato i croati a evitare &#8220;eccessi o atrocità nelle operazioni militari&#8221;<em>. </em>Il suo portavoce, l&#8217;ex-capo della DIA Soyster, dichiara che la società: <em>&#8220;Ha semplicemente offerto consulenza sul ruolo dell&#8217;esercito in una società democratica</em>. <em>I croati desiderano aderire alla NATO e se si vuole essere ammessi a un club bisogna avere lo stesso aspetto degli altri membri…&#8221;</em>.</p>
<p>N.B. Onde evitare equivoci la notizia che segue è ripresa dall&#8217;ANSA dell&#8217;11 gennaio 2006, ore 15.36.</p>
<p>L&#8217;ex direttore della Cia, George Tenet, avrebbe partecipato nell&#8217;estate del 1995 alle preparazioni dell&#8217;operazione <em>&#8220;Oluja-Tempesta&#8221;,</em> che pose fine al conflitto serbo-croato.</p>
<p>Lo sostiene il settimanale di Zagabria <em>Globus</em>, citando una fonte anonima vicina al generale Gotovina, comandante dell&#8217;operazione, fresco di assoluzione dall&#8217;accusa per crimini di guerra perpetrati contro la popolazione civile serba della Krajina. Tenet all&#8217;epoca era il vice direttore della Cia (fu promosso a capo dell&#8217;agenzia nel 1997), quando l&#8217;amministrazione Clinton decise di prendere parte attiva, con attacchi aerei, nei conflitti balcanici degli anni Novanta.</p>
<p>&#8220;Il 20 luglio 1995 nella base militare di Sepurine, nei pressi di Zara, <strong>Tenet ha incontrato il ministro della difesa croato Gojko Susak, il capo dei servizi segreti Miroslav Tudjman(figlio del presidente Franjo) e il generale Gotovina&#8221;,</strong> afferma <em>Globus</em> ricordano che la stampa croata e internazionale avevano spesso scritto del pieno appoggio americano all&#8217;operazione Tempesta. Secondo la stessa fonte a Sepurine sarebbe stata creata una base aerea americana da dove partivano i Predator, i droni,  comandati a distanza. Tenet sarebbe venuto in Croazia per verificare che la base fosse pronta e che la Cia avrebbe potuto seguire in tempo reale l&#8217;operazione militare croata che sarebbe scattata all&#8217;alba del 4 agosto 1995.</p>
<p align="right"><strong>Bruno Maran</strong></p>
<p align="right">Fine prima parte</p>
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		<title>Storia della Ferrari secondo Forghieri</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Sep 2012 20:36:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Porta Aperta]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Ricordando Gilles&#8221;, è stato un doveroso omaggio, nel trentennale della sua prematura scomparsa, al  piccolo canadese, che ha incantato milioni di persone con le sue imprese,  talvolta  definite &#8220;aviatorie&#8221;, ma che resteranno per sempre nella storia dell&#8217;automobilismo mondiale. Un mito [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Ricordando Gilles&#8221;,</strong> è stato un doveroso omaggio, nel trentennale della sua prematura scomparsa, al  piccolo canadese, che ha incantato milioni di persone con le sue imprese,  talvolta  definite &#8220;aviatorie&#8221;, ma che resteranno per sempre nella storia dell&#8217;automobilismo mondiale. Un mito oltre la storia.</p>
<p>L’evento, organizzato con grande perizia dal Comune di Valenza col suo sindaco Sergio Cassano, fondatore e primo presidente del Ferrari Club Italia, uno dei più grandi appassionati di Ferrari, profondo conoscitore dei suoi protagonisti, siano essi piloti, tecnici, meccanici,  sempre nel segno della &#8220;febbre Villeneuve&#8221;, come la definì il direttore di Autosprint Marcello Sabbatini, è il contenitore ideale per la presentazione del <strong>libro &#8220;La Ferrari secondo Forghieri&#8221;,</strong> scritto a due mani da <strong>Mauro Forghieri</strong> e dal giornalista <strong>Daniele Buzzonetti</strong>, Giorgio Nada editore. Il modo migliore per entrare nella storia della casa di Maranello, parlando con uno dei massimi protagonisti.</p>
<p><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/09/140_FORGHIERI1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-14234" title="140_FORGHIERI1" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/09/140_FORGHIERI1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Assunto giovanissimo alla Ferrari l<strong>’ingegner Forghieri divenne già nel 1962, a 26 anni, il responsabile tecnico della Scuderia più famosa del mondo</strong> dopo il licenziamento dell&#8217;ing. Chiti e di altri sette dirigenti. Da far tremare le gambe. &#8220;Tu devi fare semplicemente il tuo lavoro, devi fare il tecnico. <strong>Fai il tuo mestiere, che al resto ci penso io&#8221; mi disse il commendator Ferrari, ovviamente in dialetto modenese, al tempo la lingua ufficiale nel mondo maranelliano.</strong> &#8220;Non c&#8217;erano inglesi all&#8217;epoca e, se ve ne fosse capitato uno lo avrebbero guardato come un pesce raro&#8221; è l&#8217;approccio ai suoi anni giovanili in fabbrica. Gli episodi conosciuti o meno noti escono dalle parole sempre pacate e precise del famoso progettista. Notizie e aneddoti, che hanno riempito migliaia di pagine scritte dai più grandi giornalisti, da Enzo Biagi a Enrico Benzing, sempre alla ricerca di qualche risvolto meno noto per sviscerare la cronaca della Scuderia, che fa notizia forse più quando perde. <strong>Tutto diventa subito storia.</strong> Allora Mauro si dimostra grande comunicatore oltre che grande tecnico e, stimolato da Sergio Cassano e da Daniele Buzzonetti, apre la diga dei suoi anni in Ferrari.</p>
<p><strong>Dalla Le Mans dei grandi trionfi anni &#8217;60 al mitico arrivo di Daytona Beach, sempre una 24 Ore, nel 1964, quando tre prototipi rossi arrivarono in parata in casa della Ford.</strong> Uno smacco incancellabile. Forse fu il momento scatenante del tentativo di scalata da parte del Golia americano al piccolo Davide italiano: <strong>&#8220;Se non riusciamo a batterli sulle piste, li acquistiamo&#8221;, decretò Henry Ford II. Non andò così per la resistenza di Enzo Ferrari</strong>, che non volle cedere il controllo della parte sportiva, ma aprì all&#8217;ingresso della Fiat nella parte Granturismo stradali, probabilmente con l&#8217;appoggio del governo italiano di allora, che appoggiò forse anche economicamente l&#8217;intervento di Agnelli in aiuto del Commendatore. A Torino si sa sempre come farsi aiutare dalla politica romana.</p>
<p>Nel &#8217;67 la Ford si prese comunque la rivincita, trionfando a Le Mans con uno spiegamento di forze degno dello sbarco sulla Luna. <strong>Forghieri fu capo del Reparto Corse fino al 1984</strong> per cui il racconto si dipana dai prototipi alla Formula 1, passando per le corse in salita e la F2: &#8220;Eravamo in 167 all&#8217;epoca, compresi Ferrari e il suo autista Peppino e dovevamo tener testa a tutti e in tutti i campi, perché la corse facevano pubblicità alle auto stradali, le GT portavano i soldi per fare le corse; tutto era ridotto all&#8217;osso, le spese controllate alla lira, tutti partecipi alla missione, una grande famiglia, tutti spingevano nella stessa direzione. Vi era un senso innato di appartenenza alla Scuderia, alla fabbrica. Non occorrevano stimoli, davamo il meglio per vincere, pronti a consolarsi a vicenda nelle sconfitte&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ricordo che quando andavamo a correre l&#8217;Europeo della montagna&#8221;, negli anni &#8217;60-&#8217;70  le gare in salita contavano moltissimo, &#8220;<strong>la dotazione era di 6 gomme, 4 le anteriori… perché si forava di più davanti, un bidone di benzina, la cassetta degli attrezzi e qualche rapporto al cambio. Tutto qua.</strong> Mangiare? Panini e, di nascosto, un po&#8217; di lambrusco, siamo o no modenesi?&#8221;.</p>
<p>&#8220;Provo ancora un gran fastidio quando sento dire che le Ferrari del mio periodo vincevano per la superiorità dei motori mentre nei telai eravamo inferiori alla concorrenza. Un falso storico&#8221;. Un piccolo sfogo del tranquillo Forghieri, uno stato solo odierno perché il suo soprannome, quando ai box passava dalle discussioni con i piloti, agli ordini ai meccanici, ai gommisti e poi i cronometristi, le donne dei piloti da gestire, le battaglie sui regolamenti coi commissari sportivi, era &#8220;Furia&#8221;. Tutto in contemporanea, una furia appunto, ma anche attento ambasciatore di Ferrari all&#8217;estero quando riuscì a convincere il gran capo della Mercedes a permettere l&#8217;uso di una pompa per l&#8217;iniezione diretta sulla formula 1 italiana, benché coperta da un brevetto della Casa della stella a tre punte, ovviamente senza pagare nulla&#8230;</p>
<p>Sulla monoscocca per la Formula 1, oggetto del contendere e invocata a gran voce sulla stampa, Mauro rivela che già era allo studio anche in Ferrari in sostituzione del classico telaio a tralicci di tubi, ma per realizzarla si dovette distaccare due-tre dell&#8217;Ufficio tecnico, lui compreso, mentre il resto doveva lavorare sul convenzionale telaio perché, come si è visto, l&#8217;attività del Reparto Corse era frenetica e il personale sempre scarso, con conseguenti ritardi su tutte le linee operative. Grande cruccio quello del poco personale, dei bilanci risicati mentre la concorrenza cominciava a disporre di mezzi sempre più grandi: &#8220;Pensa che anche avere una pentola per cucinare gli spaghetti nel retrobox fu una conquista, concessa perché che così si risparmiava sulle spese della trasferta&#8221;.</p>
<p><strong>C&#8217;è un giorno che nessuno può dimenticare: l’8 maggio 1982, quando a Zolder, a bordo della sua Ferrari il piccolo grande Gilles schizzò impazzita sulla March di Jochen Mass,</strong> che sta raffreddando le gomme procedendo adagio. <strong>Decollò sulle ruote della macchina, volò tra le reti, perdendo la vita.</strong> In realtà Villeneuve è morto due settimana prima, a Imola, quando il suo compagno di squadra Didier Pironi gli soffiò la vittoria davanti al pubblico che osannava il canadese, anche perché dalla dirigenza sportiva ferrarista, all&#8217;epoca Marco Piccinini, non giunsero ai piloti precise indicazioni sul comportamento in pista. Villeneuve era convinto che il duello con Pironi fosse solo per fare spettacolo, poi alla fine la vittoria sarebbe stata sua per diritto di anzianità nella squadra e per l&#8217;aiuto dato l&#8217;anno precedente a Jody Scheckter a vincere il mondiale. Invece Pironi volle vincere e tutti videro l&#8217;espressione affranta e delusa di Gilles sul podio. Due settimane dopo, arrivò a Zolder troppo carico contro il compagno di squadra, con la smania di stargli davanti. Era un po&#8217; indietro a Pironi in prova e nell&#8217;ennesimo tentativo il tragico malinteso con Mass e lo scontro fatale.</p>
<p>Piccinini? Sferzante e tagliente giudizio: &#8220;Ferrari era vecchio ormai, lui era diventato una specie di &#8216;badante&#8217; del Commendatore e gli raccontava quello che voleva. Ferrari non avrebbe mai permesso che il &#8216;suo&#8217; Gilles fosse trattato così, senza riconoscergli i sacrifici fatti per la squadra, le estenuanti sedute di collaudi, anche 100 giri in un giorno sulla pista di Fiorano. Bastava esporre un cartello con SLOW e tutto finiva lì, ma Piccinini era ambiguo e ambigue molte delle sue decisioni.</p>
<p><strong>Forghieri alla fine si sbilancia sulla Formula 1 attuale</strong> e anticipa, da grande tecnico sempre in attività, qualcosa sul futuro motoristico: &#8220;Col ritorno del turbo i motori torneranno a essere piatti, non dico come il mio boxer a 180°, ma ricalcheranno la struttura del 12 cilindri a 120° con cui dominammo l&#8217;Europeo della Montagna con Peter Schetty nel &#8217;69, vincendo tutte la gare. La 212E? Una macchina talmente fantastica per potenza e coppia motrice che avresti vinto il campionato anche tu…&#8221;.</p>
<p>&#8220;Scusa Mauro chi farà la nuova Ferrari F1 l&#8217;anno prossimo? Mah, ho visto Rory Byrne (il progettista dell&#8217;epoca Schumacher, quella dei cinque mondiali piloti e dei sei per marche di fila) a Monza lo scorso Gp, quello non molla la Thailandia per venire in Italia a passare un week-end, credo stiano trattando per farlo tornare a Maranello in piante stabile, così almeno si mormora&#8221;.</p>
<p>Un grande tecnico, un personaggio depositario di mille segreti della Ferrari, una bandiera della Casa di Maranello, ma sempre attento osservatore del mondo delle corse. Un progettista, che ha saputo adeguarsi ai tempi e alle tecniche moderne, talvolta in anticipo sui tempi, talvolta non realizzati per decisioni interne alla squadra o per volere del padre-padrone.</p>
<p>Come il &#8220;cambio automatico&#8221;, che non si poteva nemmeno nominare nei progetti interni. &#8220;Sai Mauro, autorizzami a chiedere a Ferrari di usare quello tradizionale, mi sento più sicuro con la leva del cambio in mano…&#8221;, gli disse Villeneuve dopo aver girato in pista a Fiorano con un artigianale cambio costruito in largo anticipo sulle squadre inglesi, quasi clandestinamente e pensare che da giovane Forghieri voleva andare in America a occuparsi di motori d&#8217;aereo…</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Bruno Maran</strong></p>
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		<title>Srebrenica inventata? Contro LatinoAmerica</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Sep 2012 10:36:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diari]]></category>
		<category><![CDATA[Porta Aperta]]></category>

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		<description><![CDATA[La rivista Latinoamerica, diretta da Gianni Minà, ha pubblicato due articoli sui Balcani in cui si afferma che le stragi di Sarajevo sono state una sceneggiata e il genocidio di Srebrenica un’invenzione (qui una sintesi dell’articolo, qui la versione integrale). [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/04/sarajevo1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8354" title="sarajevo1" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/04/sarajevo1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>La rivista Latinoamerica, diretta da Gianni Minà, ha pubblicato due articoli sui Balcani in cui si afferma che le stragi di Sarajevo sono state una sceneggiata e il genocidio di Srebrenica un’invenzione </strong>(<a href="http://www.balcanicaucaso.org/Temi/Media/Popoli-eletti">qui </a>una sintesi dell’articolo, qui la versione <a href="http://www.marx21.it/internazionale/europa/2174-bosnia-ventanni-dopo.html">integrale</a>)<strong>.</strong> Ecco come dopo il primo intervento di <a href="http://www.anordestdiche.com/story/sarajevo-e-srebrenica-la-cantonata-di-gianni-mina/">Luca Leone</a> ance Bruno Maran demolisce la ricostruzione fornita da LatinoAmerica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>La credibilità si conquista con l’equidistanza  più vicina possibile alla verità, operazione che Enrico Vigna nel suo articolo pubblicato su Latinoamerica non conosce nemmeno di lontano e con lui il direttore Gianni Minà, che non ha saputo modulare le affermazioni con le notizie da pubblicare, filtrando la descrizione dei fatti senza confondere la bassa propaganda con la cronaca, operazione necessaria per non scadere nell’avanspettacolo della storia. In casi come questi la prima responsabilità va attribuita al direttore Minà per omesso controllo o per aver dato spazio a notizie assurde. Vigna si assume le proprie davanti ai lettori, ammesso che ne abbia.</p>
<p><strong>Francamente non capisco da che fonti Enrico Vigna si abbeveri per scrivere i suoi racconti della guerra in quella che oggi tutti definiscono ex Jugoslavia</strong>. Pur partendo da lontano si capisce subito che il suo racconto è fuorviante sin dalla prima riga. <strong>Per esempio Vigna non sa e finge di non sapere che la Costituzione jugoslava prevedeva la secessione, quando definisce illegale il referendum tenutosi in Bosnia nel 1992.</strong></p>
<p>Nel 1946, alla stesura della prima Costituzione l’art 1 recita:<strong> &#8220;La FRNJ è uno stato popolare federale di forma repubblicana e comunità di popoli eguali, che si basa sul diritto alla autodeterminazione, incluso il DIRITTO ALLA SECESSIONE, che hanno espresso la loro  volontà di vivere insieme in uno stato federativo&#8221;. Delle repubbliche che ne avessero fatto richiesta quindi.</strong> Nel 1974, nella terza stesura si trova l’art 5, che sancisce che le frontiere della SFRJ non possono essere modificate senza il consenso delle Repubbliche e delle Provincie autonome.<strong> </strong>Sancisce inoltre il diritto all&#8217;autodeterminazione delle Repubbliche e del diritto di veto specie sui temi economici, ma solo &#8220;alle nazioni costituenti&#8221;, reali depositarie del concetto di sovranità. Mentre a riguardo dei referendum stabilisce che essi possono essere celebrati da ogni repubblica senza prevedere l&#8217;approvazione federale, né abbisognano della controprova livello federale &#8220;jugoslavo&#8221; per la validità, questo a riprova dell’ampio spazio di autonomia concesso dalla Costituzione alle singole Repubbliche jugoslave. Ogni repubblica non poteva quindi effettuare cambiamenti di frontiera né di statuto territoriale se non con l&#8217;accordo generale di tutti.</p>
<p><strong>Vigna poteva scrivere che le cose hanno preso una brutta piega e  non hanno rispettato i canoni costituzionali, ma doveva anche scrivere che le responsabilità vanno condivise tra i vari attori dell’epoca, cioè Slovenia, Croazia  e Serbia su tutti.</strong> Negli scontri tra nazioni non esistono ragione e/o torti unilaterali; le varie quote di responsabilità vanno condivise, nessuno è esente da colpe, tranne che per Vigna, il quale avendo tutto capito prende posizioni estreme senza lasciare spazi a ipotesi alternative, che proprio in questi casi sono enormi.</p>
<p>Vigna si scatena poi sui fatti di Bosnia-Erzegovina, a proposito la sigla è BiH e Armija si scrive così&#8230; Ecco il presunto golpe di Izetbegović contro quel santarellino di Karadžić. Un buon cronista non si schiera così apertamente. In questo caso, ai crimini di guerra e contro l’umanità cui sono accusati Karadžić ma anche Biljana Plavsić e Radko Mladić, si deve contrapporre sì la politica islamista di Izetgebović, ma con accenti diversi riguardo alle conseguenze. Un carico di responsabilità da suddividere tra tutti, magari ricordandosi anche di Arkan e di Šešelj, innocenti angioletti della pulizia etnica.</p>
<p>Tanto per chiarire, eccone un esempio.<strong> La storia politica di Izetbegović è tuttora poco  nota al pubblico occidentale, si sa che da giovane è stato leader dei Mladi muslimani, organizzazione collaborazionista degli occupanti nazisti in Bosnia.</strong>  Nel 1970 firma una dichiarazione islamica di condanna della laicità della Turchia, pubblicando il libello fondamentalista &#8220;La Dichiarazione Islamica&#8221;. Nel 1983 è condannato a 14 anni, assieme ad altri attivisti mussulmani, per “atti ostili e controrivoluzionari originati da nazionalismo mussulmano e istigazione all&#8217;odio tra le nazionalità&#8221;.<em> </em>É uscito dal carcere nel 1988. Chi è senza peccato…</p>
<p><strong>Il referendum sull’indipendenza comunque illegale non fu, bensì  previsto dalla Costituzione e in ogni caso indetto da un Parlamento, che volenti o nolenti, aveva pur sempre il diritto di farlo, anche se poi una parte, cospicua, lo boicottò, ne rimane la validità legale.</strong> Mi sembra che in Italia i referendum siano spesso boicottati dalle parti politiche, ciò non significa che i risultati siano illegali. Vero Vigna magari l’ultimo referendum, quello sull’acqua per esempio non ti piaceva e allora visto che tu lo boicotti non è legale il risultato? Pensa che quello del ’92 raggiunse persino il quorum col 65% , lo affermi persino tu e allora dove sta l’illegalità?</p>
<p>Forse gli illegali sono quelli che non hanno voluto accettare il responso delle urne e hanno deciso di proclamare una repubblica per conto loro addirittura prima del referendum, quella che sarebbe più corretto chiamare l’autoproclamata Repubblica di  Pale, una specie di repubblica di Salò bosniaca, solo che a Pale si andava a sciare, a Salò a navigare sul lago: due repubbliche da cartolina, unite da una lunga strisca di sangue.</p>
<p>Cutileiro fu l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Essendo il Portogallo presidente di turno della Ue, egli si trovò a gestire in prima persona cose di cui non era all’altezza. Conosceva al massimo le indipendenza di Angola e Mozambico, ma quelle erano colonie, non repubbliche federali in cui ognuno chiedeva una soluzione e aveva dei diritti riconosciuti. Certo, tutti hanno agito dall’esterno perché non andasse in porto quel Piano, che oggi risulta un po’ demenziale, basandosi solo sulla asettica cantonalizzazione demografica senza tener conto delle realtà locali. Secondo il Piano Cutileiro ogni etnia avrebbe governato con una distribuzione del territorio per il 56,27 % a croati e mussulmani e per il 43,73 % ai serbi, sempre tutti di Bosnia. <strong>Peccato che la distribuzione delle etnie in Bosnia non fosse geografica, ma, per così dire, trasversale.</strong> Che ne sarebbe stato dei serbi del cantone mussulmano o dei croati di quello serbo? <strong>In Bosnia è notorio che non esiste parte del territorio estesa in maniera significativa che sia etnicamente omogenea. Repubblica più eterogenea delle altre, la Bosnia riuniva il 31,3 % di serbi, il 17,3 % di croati e il 43,7% di Mussulmani.</strong> Definire delle divisioni etniche significa ridurre il 40% della popolazione al rango di minoranza. Una città come Banja Luka sarebbe immediatamente serba e Sarajevo mussulmana; ma Banja Luka è un antico luogo storico mussulmano e Sarajevo, con 150 mila abitanti serbi, era la terza città serba del mondo. Da questa proposta i croati diverrebbero una minoranza a  Mostar dove rappresentano il 40% della popolazione…, mentre nell’Erzegovina sono maggioranza.</p>
<p>Dopo l’indipendenza del 6 aprile, non ho trovato traccia di interventi ufficiali della Nato sui serbi, cui Vigna dovrebbe aggiungere di Bosnia, ma forse gli piace dimenticare che esistono dei confini ufficiali tra repubbliche federali, che separano le due comunità, oppure il mito della “Grande Serbia” lo talmente avviluppato da fargli perdere il senso della geopolitica interna dello Stato, la SFRJ, che ha diviso il suo territorio sin dalla nascita in sei repubbliche dai confini ben definiti e immutabili…</p>
<p><strong>Perché Vigna omette i fatti della Dobrovoljačka ulica del 4 maggio ’92 a Sarajevo?</strong>  Frange patriottiche bosniache che assaltano la JNA mentre lo stesso esercito federale poche ore  prima aveva attaccato la città con carri armati e fuoco d’artiglieria, tagliandola in due e cercare di conquistare il palazzo presidenziale? Senz’altro non gli piace il ruolo mediatore di Divjak: devo chiamarlo “serbo traditore” per compiacerlo?</p>
<p><strong>Davanti a stragi del tipo Miškin o Mrakale come si fa ad essere così imparziali da anteporre la dietrologia ai morti, ai feriti, ai mutilati?</strong> Certo esistono casus belli infiniti nella storia, ma ci andrei leggero nel formulare simili accuse. Esistono ipotesi, solo ipotesi di un responsabilità mussulmana sul lancio degli ordigni. Sconvolgente,  ma la possibilità deve restare una variabile nel corretto report di un cronista serio. Si riportano i fatti, si cerca di capire, si scava, senza basse insinuazioni, altrimenti alla fine ci si autoscredita.</p>
<p><strong>Non accetto assolutamente le parole sui campi di concentramento.</strong> Vigna mente e sa bene di mentire, ma la sua apologia sui serbi alla fine lo travolge. <strong>Sono appena tornato da Prijedor e lo sfido a dire che Omarska, Trnopolie, Keraterm sono montature antiserbe. Ho incontrato testimoni, persone che sono state detenute, cercato i resti delle fosse comuni, passato per i villaggi oggetto della pulizia etnica più spietata.</strong> Vigna rasenta la follia quando scrive quelle note. Perché non viene ad un dibattito sui campi con le associazioni di Prijedor? Siamo nella Republika Srpška, amici suoi, che timore ha? Vuole un invito? Sempre pronto al contradditorio, ma con onestà, senza mentire spudoratamente.</p>
<p>Ci sarebbe ancora molto da contestare sulle deliranti ipotesi fornite da Vigna, che arriva persino a citare il generale francese Morillon, su cui tutti convengono sulle pesanti responsabilità della pessima gestione delle forze ONU; se quelle sono le sue fonti preferite è drammatica l’ambiguità, la tendenziosità e la pericolosità di chi lo ispira.</p>
<p><strong>Concludo con due numeri che racchiudono tutta la vicenda bosniaca. Numeri riconosciuti dalla comunità internazionale, non le sparate della sua propaganda cieca: 11451 sono i morti di Sarajevo durante l’assedio di cui più di 1500 bambini, di tutte le etnie, vada a leggersi i nomi dei caduti a Markale!</strong></p>
<p>L’altro numero tragico è 8272 relativo a Srebrenica, cui non aggiungo altro per non scendere nella più bassa dietrologia, che non mi compete, se non per ricordare e accusare l’inazione dell’ONU: morto a Sarajevo e sepolto a Srebrenica.</p>
<p><strong>Ci sono affermazioni che offendono il senso della storia. Per quanto uno si schieri da una parte o dall’altra deve mantenere un certo equilibrio.</strong> Non si può essere negazionisti a seconda di quello che conviene alla propria parte. Ha coraggio Vigna di negare i campi di sterminio nazisti? Non credo, però nega i fatti di Bosnia con una leggerezza simile ai negazionisti alla Irvine o Faurisson. Sul Kosovo la prossima puntata.</p>
<p align="right"><strong>Bruno Maran</strong></p>
</blockquote>
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		<title>Fiat Srbija, Marchionne e la nuova 500 L</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Sep 2012 09:29:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Porta Aperta]]></category>
		<category><![CDATA[STORY]]></category>
		<category><![CDATA[fiat 500 L]]></category>
		<category><![CDATA[Fiat stabilimento serbo]]></category>

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		<description><![CDATA[Le trionfali affermazioni della dirigenza Fiat sul nuovo modello 500 L si stanno scontrando con la realtà del mercato europeo, e non solo, dell&#8217;auto. Un altro problema si sta profilando per Marchionne &#38; C: il governo serbo, in grande crisi, [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/08/IMG-30.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-13271" title="IMG 30" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/08/IMG-30-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Le trionfali affermazioni della dirigenza Fiat sul nuovo modello 500 L si stanno scontrando con la realtà del mercato europeo, e non solo, dell&#8217;auto.</strong> Un altro problema si sta profilando per Marchionne &amp; C: <strong>il governo serbo, in grande crisi, probabilmente non riesce a rispettare tutti gli obblighi previsti dal contratto capestro firmato con Fiat, rinviando al 2013 la realizzazione di parte delle vantaggiose condizioni previste per l&#8217;impianto produttivo di Kragujevac</strong>. Sta partendo intanto dal porto di Bar in Montenegro, via mare dirette in Italia, il primo carico di 412 Cinquecento prodotte dagli attuali 1500 dipendenti FAS (Fiat Auto Serbia), assunti ormai tutti a tempo indeterminato, con sei mesi di prova per i nuovi assunti: 700 sono provenienti dalla ex Zastava Auto e 800 inviati dall’Agenzia Nazionale per l’Impiego, cui vanno aggiunti i lavoratori italiani a Kragujevac, che al momento sono circa 450, tra operai e dirigenti. Gli operai italiani hanno funzioni di formazione dei colleghi serbi e di supervisori della produzione, ma svolgono anche direttamente ruoli operativi, per esempio nelle cabine di verniciatura o sui robot in carrozzeria e lastroferratura. Circolano voci, provenienti dagli operai serbi, <strong>che spesso i lavoratori Fiat italiani hanno nei loro confronti atteggiamenti e metodi vessatori.</strong></p>
<p><strong>Negli ultimi tre mesi la produzione è aumentata gradualmente, da alcune vetture al giorno fino ad alcune decine. Nell’ultima settimana di giugno si è arrivati a 50 vetture al giorno.</strong> La carrozzeria al momento produce 90 scocche al giorno e potrebbe arrivare presto a circa 200/giorno. Esistono già i progetti/disegni per il modello a sette posti, molto atteso per il mercato americano, che doveva essere prodotto in Italia. Secondo la Fiat l’inizio della produzione avverrà nel primo trimestre 2013, mentre stentano a decollare le vendite della 500 negli Usa: Fiat ha annunciato che la piccola utilitaria italiana “potrebbe non” raggiungere il target previsto di vendita di 50 mila unità. Ciò sarebbe dovuto, ufficialmente, al ritardo verificatosi la scorsa primavera nell’apertura dei concessionari selezionati per la commercializzazione del modello</p>
<p><strong>Per quanto riguarda Kragujevac, la FAS comunica l’ipotesi di assumere altri 950 persone entro la fine dell’anno, portando l’occupazione complessiva ai 2450 lavoratori previsti dal piano generale.</strong></p>
<p><strong>L&#8217;Ufficio statistico centrale della Repubblica di Serbia ha calcolato che in giugno lo stipendio medio è stato di 42.335 dinari mensili, equivalenti a circa 360 euro.</strong> Lo riferisce l&#8217;agenzia <em>FoNet,</em> aggiungendo che rispetto allo stesso mese dell&#8217;anno scorso si ha una crescita nominale del 7,7 % e una reale del 2,1. Nessuna notizia invece sul reale costo della vita. In Fiat Auto Srbija sembra che gli stipendi netti mensili vadano dai 260 euro per i neo assunti in prova, ai  280/320 €  per gli operai, ai  320/350 € per impiegati e capireparto. Molti lavoratori aggiungono due ore in più come lavoro in straordinario per ottenere una maggiorazione del 26% del salario. I dirigenti hanno contratti personali discussi individualmente, bella differenza in ogni caso con gli ipotizzati 10 mila euro/mese per il direttore generale FAS.</p>
<p>C’è un&#8217;altro grave problema nel gruppo ex Zastava &#8211; FAS, dove ai lavoratori (circa 6 mila persone con i loro familiari) non sono più stati pagati i contributi sanitari, per cui non hanno più alcun diritto (già ce ne hanno pochi&#8230;) sul fronte della salute e sono stati quindi costretti a pagarsi integralmente medici e medicine. Successivamente, dopo uno sciopero molto duro, il pagamento dei contributi era stato ripristinato, almeno per tre mesi. Alla fine di giugno il problema si è ripresentato e ora ricominceranno le proteste, nel frattempo il Sindacato cerca di sostenere le spese per i medicinali dei lavoratori, con l’aiuto di Ong italiane.</p>
<p><strong>La situazione generale in Serbia è estremamente drammatica a causa della crisi economica mondiale, che ha contribuito al peggioramento della situazione economica e sociale.</strong> Si prevedono 50 mila licenziamenti nell’anno corrente che, secondo alcune analisi, potrebbero arrivare a 100 mila. Sono più colpite le città dove nel passato c’erano grandi aziende statali, portatrici dello sviluppo e di reddito per intere comunità. In Serbia ci sono quindi vari punti di crisi oltre a Kragujevac.</p>
<p>Uno è la città di Valjevo, con circa 95 mila abitanti, che dipendeva dall’azienda metalmeccanica Krusik e produceva batterie, componenti in plastica, in metallo (fucinati) anche del programma per l’industria militare. Prima della privatizzazione questo complesso era composto da 12 fabbriche, di cui parecchie ora privatizzate, ma la maggior parte senza successo. Il numero totale degli impiegati in queste fabbriche è ora di 2100 lavoratori dagli 11 mila precedenti. Il ruolo della Krusik, nell’economia della città di Valjevo, è paragonabile a quello della Zastava per Kragujevac.</p>
<p>A Valjevo c’è anche una fabbrica di calze, la Vali, il cui proprietario italiano ha assunto circa 1800 lavoratori con un salario medio di 25 mila dinari, pari a 220 euro circa. Ha iniziato la produzione sei anni fa e in questa fabbrica non esiste il sindacato. Ricordo che a Valjevo è stata delocalizzata anche la produzione della Golden Lady, che ha chiuso i propri stabilimenti in Emilia. A questo riguardo Riccardo Iacona ha prodotto una puntata del suo programma Presa Diretta, che è andato in onda su Rai 3 lo scorso 19 febbraio.</p>
<p>Anche l&#8217;acciaieria di Smederevo è nell&#8217;occhio del ciclone. La US Steel, che aveva comprato lo stabilimento nel 2003, ha abbandonato la Serbia; i lavoratori diretti che perderanno il posto sono circa 5.500, mentre le ripercussioni sull’indotto interesseranno almeno 10 mila lavoratori.</p>
<p>A Trstenik, in questa città di circa 30 mila abitanti a sud di Kraljevo, c’era all’epoca un altro gigante, la Prva Petoletka, con reparti sparsi nella zone, con oltre 14 mila lavoratori ed infatti molti lavoratori dai paesi nei dintorni si recavano a Trstenik per lavorare. Questa fabbrica, oltre al programma per l’industria militare, più precisamente componenti per gli aerei, produceva anche parti idrauliche, servosterzi e impianti idraulici completi. Oggi alla Prva Petoletka lavorano solo 3.500 lavoratori.</p>
<p><strong>Un&#8217;ultima curiosità consiste nel fatto che la Fiat, in un incontro con il Sindacato di fabbrica Samostalni, a inizio luglio scorso, ha confermato che, come indicato da Marchionne a Torino, ci sarà presto in Italia uno stabilimento Fiat di troppo</strong> (quello di Melfi o Mirafiori?), se le attuali capacità di assorbimento in Europa resteranno uguali nei prossimi 24-36 mesi. Come mai Marchionne si preoccupa di informare i lavoratori serbi che una fabbrica italiana sarà chiusa mentre negli stessi giorni annunciava la cassa integrazione per 2600 operai a Mirafiori?</p>
<p>Il diabolico <em>Marchionnik</em> non demorde nella campagna di intimidazione dei lavoratori delle fabbriche del suo gruppo, continuando a sventolare minacce larvate o lo spettro della disoccupazione per ottenere ritmi e funzioni sempre più serrate, negando nel contempo dati ufficiali sui ritmi reali, sulle normative e sui valori occupazionali in fabbrica, scontrandosi su questo punto col Sindacato perchè secondo le loro regole (interne alla Fiat) è solo FAS che può dare numeri ufficiali.</p>
<p><strong>A pagare a caro prezzo questa &#8220;Eldorado delle aziende&#8221; non sono solo i lavoratori serbi, ma anche quelli italiani vittime delle delocalizzazioni</strong>: devono ringraziare quel presidente del Consiglio italiano post comunista con i baffetti e la furibonda campagna anti-Milošević, che mirava all&#8217;imposizione <em>manu militari </em>di questo &#8220;capitalismo reale&#8221; in tutte le repubbliche ex jugoslave, contribuendo così alla riscrittura delle regole di quel nuovo mercato del lavoro.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Bruno Maran</strong></p>
<p align="right">(Fine. Leggi la <a href="http://www.anordestdiche.com/senza-categoria/la-fiat-500-l-made-in-kragujeva-dietrologia/">prima parte</a>)</p>
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		<title>Omarska, vent&#8217;anni dopo il genocidio</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Aug 2012 07:21:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diari]]></category>
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		<description><![CDATA[Girando tra solitari sentieri polverosi, ad un certo punto vi fermate e chiedete al proprietario di una bella casetta: “ Scusate, da che parte si trova … la fossa comune di Stari Kevljani?”. Non può certo capitarvi spesso, ma se [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Girando tra solitari sentieri polverosi, ad un certo punto vi fermate e chiedete al proprietario di una bella casetta:</strong><em><strong> “ Scusate, da che parte si trova … la fossa comune di Stari Kevljani?”</strong>. </em>Non può certo capitarvi spesso, ma se siete nei pressi di Omarska, nella Bosnia settentrionale Sprska republika, vi può accadere.<strong> Poi, quando trovate il sito e scorgete nel verde di un prato una lapide, peraltro modesta, che ricorda che in quel luogo sono stati rinvenuti 456 corpi, allora vuol dire che siete vicini a sapere quanto è accaduto in quella zona nel 1992.</strong> Di quanto cruenta sia stata la guerra scatenata dai serbo bosniaci contro la componente Musulmana (con la emme maiuscola), e, vi assicuro, siete presi da un certo senso di spaesamento a camminare in quel luogo dopo aver letto che, anche se in bosniaco, la stele riporta un numero e una data bel comprensibili a chiunque: 456 che sta per il numero dei corpi ritrovati sottoterra, in una fossa comune, alla rinfusa; 2004 per l’anno del rinvenimento.(Vedi foto).</p>
<p><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/08/IMG_3059-bruno-maran-stele-stari-kevljani.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-13041" title="IMG_3059 bruno maran stele stari kevljani" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/08/IMG_3059-bruno-maran-stele-stari-kevljani-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a></p>
<p><strong>Prijedor si trova a 60 km da Banja Luka, la capitale della</strong> <em>Republika Srpska</em>, prima della guerra contava una popolazione di 112 mila abitanti, suddivisi secondo il censimento del 1991 in una maggioranza mussulmana (44%), cui si affiancava una parte serba di poco inferiore (42,4%) e una minoranza croata (5,6%). Come molte altre città della Bosnia-Erzegovina, anche Prijedor ha cambiato significativamente le sue caratteristiche demografiche nel periodo successivo. Al momento, secondo dati OSCE, vivono nella municipalità circa 17 mila rifugiati e IDP, internally displaced person o profughi interni, specialmente serbi della Kraijna o da altre regioni della Bosnia e 24 mila ritornati, in larga maggioranza mussulmani <strong>La posizione strategica di Prijedor, corridoio tra la Krajina croata e la madrepatria Serbia, nonché la presenza di un grande distretto industriale e minerario che ne avevano fatto uno dei centri dell&#8217;economia jugoslava, fecero sì che la città diventasse, sin dal 1991, uno degli obiettivi principali dei serbi di Bosnia.</strong> In breve tempo fu creata una struttura di potere, chiamata “comitato di crisi”, che dopo la guerra diventerà la “cupola” mafiosa locale, che gestirà la politica, l&#8217;economia e il controllo sugli aiuti umanitari. L&#8217;obiettivo principale, necessario alla presa del potere e al controllo del settore economico della città, è quello dell&#8217;eliminazione totale della popolazione non serba: <strong><em>“Lo scopo del &#8216;Comitato di crisi&#8217; era stabilire un completo controllo serbo sul distretto di Prijedor, armare i serbi all&#8217;interno di quest&#8217;area, bloccare le comunicazioni dei non serbi, distruggere le relazioni multietniche in tutti i settori della comunità, usando la propaganda, gestire un furto organizzato delle risorse dei non serbi attraverso il controllo delle banche, l&#8217;appropriazione delle proprietà e le rapine”, </em></strong>da<strong><em> </em></strong>Helsinki Human Rights Watch. Anche in questo caso, come sottolinea Luca Rastello: “L&#8217;operazione architettata sotto le spoglie di una guerra di religione nasconde intenzioni di semplice rapina”. I non serbi potevano essere solo in numero inferiore al 2% della popolazione secondo i capi del partito serbo bosniaco.</p>
<p><strong>Nei primi mesi del 1992 nella zona furono aperti quattro campi di concentramento, due dei quali, Omarska e Keraterm, divennero luoghi di torture e uccisioni quotidiane;</strong> Trnopolje fu usato come luogo di transito e ammassamento di donne, anche qui si registrano morti e soprattutto stupri sistematici e infine Maniaca, in teoria campo per prigionieri di guerra, in pratica luogo di detenzione per civili. In questi lager, soprattutto Omarska e Trnopolje, fu sterminata l&#8217;èlite politica ed economica della città. I beni e le proprietà sequestrate ed estorte ai deportati furono la base del potere del &#8220;Comitato di crisi&#8221;, il cui capo, Simo Drljaca, si assicurò in breve tempo una cartiera, un ristorante e un negozio di profumeria. Del &#8220;comitato&#8221; facevano parte, tra gli altri, anche Milomir Stakić, che sostituì il sindaco mussulmano liberamente eletto, poi deportato ed ucciso ad Omarska; Slobodan Kuruzović, diventato alla fine della guerra il direttore di un giornale locale; il presidente della locale Croce Rossa serba Srdjo Srdić e il futuro direttore dell&#8217;ospedale di Prijedor Milan Kovacević. Dei quattro campi, quello di Omarska è il più famoso.</p>
<p>Nel giugno  1992, Ed Vulliamy, inviato in Bosnia del quotidiano inglese Guardian, riesce ad ottenere il permesso per visitare il campo in questione: <strong><em>&#8220;La colonna dei prigionieri sbatteva le palpebre al sole mentre emergeva dal buio e spazioso hangar. Nel minuto che era loro concesso, divorarono l&#8217;acquoso stufato di fagioli. La loro pelle incartapecorita ricadeva sulle ossa. &#8216;Voglio raccontare la verità&#8217;, disse una figura emaciata, &#8216;ma non posso dire la verità&#8217;. Era l&#8217;ora di pranzo a Omarska, uno dei campi dove i serbi tenevano i prigionieri musulmani e croati. La verità &#8211; che sarebbe emersa solo più tardi &#8211; era che Omarska era uno dei più infernali campi di concentramento dei nostri giorni, a pochi chilometri da Venezia. Era un posto dove l&#8217;omicidio, la crudeltà e l&#8217;umiliazione erano diventati una perversa forma di divertimento. Le guardie erano spesso ubriache e cantavano mentre torturavano, picchiavano, mutilavano e massacravano i prigionieri. Per i fatti accaduti a Omarska, la commissione di esperti delle Nazioni Unite ha usato il termine &#8216;genocidio&#8217;. Il campo di Omarska era già stato quasi completamente svuotato prima che arrivassimo e fu chiuso rapidamente il giorno dopo la nostra visita. Era il più atroce simbolo non solo della guerra in Bosnia, ma anche dei nostri tempi&#8221;.</em></strong></p>
<p>Gli articoli di Vulliamy e del futuro premio Pulitzer Roy Gutman, che raccolse testimonianze altrettanto agghiaccianti sul campo di Keraterm, scuotono l&#8217;opinione pubblica occidentale. Solo Francia e Stati Uniti chiesero l&#8217;ispezione internazionale ai campi di prigionia in Bosnia, dagli altri paesi (Italia in primis) arrivò soltanto un assordante silenzio. Sebbene i quattro campi furono chiusi in fretta e furia, la pulizia etnica prosegue e conosce un&#8217;ultima ondata nell&#8217;ottobre ‘95 quando, dopo essere costretti a pagare alla Croce Rossa locale una “tassa” per la propria espulsione, centinaia di donne e uomini, sopravvissuti ai precedenti stermini, furono caricati su pullman e spediti oltre la linea del fronte: di molti di essi si perdono le tracce.</p>
<p><strong>La pulizia etnica a Prijedor, come nel resto della Bosnia, va letta quindi non come una conseguenza, bensì come l&#8217;obiettivo stesso della guerra, finalizzato al controllo politico-economico di un determinato territorio.</strong> Esempio emblematico di questo sistema mafioso è l&#8217;ospedale di Prijedor, il cui direttore, Milan Kovacević, fondatore del “Comitato di crisi” e responsabile dell&#8217;invio di prigionieri mussulmani (tra i quali figurano molti medici dell&#8217;ospedale), comanda con altri criminali anche il campo di Omarska, è accusato dal Tribunale Internazionale dell&#8217;Aia di genocidio e altri 21 capi d&#8217;imputazione. Il &#8220;padrino” Simo Drljaca, formalmente a capo della polizia locale, è alla guida dell&#8217;organizzazione criminale, che impone tangenti &#8220;su tutte le attività economiche e commerciali, sulla distribuzione degli alloggi, sugli aiuti umanitari, sulla protezione della polizia&#8221;. Le imprese da lui controllate risultano spesso vincitrici degli appalti degli organismi internazionali. Nel luglio &#8217;97, con un blitz, un reparto speciale Nato arriva a Prijedor per arrestare Kovacević e Drljaca. Il direttore dell&#8217;ospedale è arrestato e messo su un aereo per essere immediatamente trasferito all&#8217;Aja, dove morirà pochi anni dopo in un carcere mentre stava scontando una condanna all&#8217;ergastolo; Drljaca invece ingaggia uno scontro a fuoco con i militari Nato e rimane ucciso. Negli anni successivi anche il sindaco Stakić è arrestato e processato in Olanda: nell’agosto 2003 il Tribunale lo condanna all&#8217;ergastolo per crimini contro l&#8217;umanità, persecuzione, omicidio e sterminio, cadute invece in sede dibattimentale le accuse di genocidio.</p>
<p><strong>Così, a pochi chilometri dall&#8217;ingresso della miniera di Omarska, dove oggi vi accoglie un cartello con scritto &#8220;Benvenuti&#8221;, c&#8217;è quella fossa che avete cercato e trovato con fatica, la fossa “Stari Kevljan”, dove sono stati estratti i resti di 456 persone.</strong> Sul territorio delle miniere di Ljubija, secondo i dati della Commissione per la ricerca delle persone scomparse della Federazione BiH e delle famiglie degli scomparsi, si nascondono ancora circa 1700 cadaveri<strong>.</strong></p>
<p>Tale terribile dato non impedisce ai nuovi proprietari della miniera di procedere con lo sfruttamento dei minerali.  Contro lo sfruttamento della miniera, prima ancora di aver finito con l&#8217;esumazione di tutte le vittime e prima di aver segnato tutti i luoghi di uccisione, non si sono pronunciati né il governo federale né quello statale. L&#8217;unica voce è arrivata dai sopravvissuti al campo e dalle famiglie degli uccisi, da alcune organizzazioni non governative, dalla già citata Commissione per la ricerca degli scomparsi della Federazione BiH e da Ed Vulliamy.<strong> </strong>La richiesta innanzitutto è di separare lo spazio intorno alla malfamata &#8220;casa bianca&#8221;, dove la gente fu rinchiusa e torturata in modo brutale e poi spesso uccisa. Inoltre, che sia ricordato decorosamente quel luogo di uccisioni, mettendo almeno una targa commemorativa come fatto per il campo di concentramento di Keraterm, alla periferia di Prijedor. Altra richiesta è che l’estrazione del minerale sia interrotto finché le vittime non saranno tutte riesumate. Da qui anche il silenzio dei media locali sulle vittime della miniera Ljubija, mentre tutti tessono le lodi dei successi dell&#8217;esportazione della ricchissima famiglia indiana Mittal, che non ha trovato nemmeno un euro per commemorare le vittime dei campi di concentramento, nonostante le promesse. Le Ong <em>Srcem do mira</em> di Kozarac, l&#8217;Associazione dei ex prigionieri del campo di concentramento ”Prijedor 92”, <em>Bosnian Network</em> della Gran Bretagna, <em>Izvor</em> di Prijedor e<em> Optimisti</em> dell&#8217;Olanda hanno protestato direttamente con l&#8217;ufficio di Londra del magnate dell&#8217;acciaio Lakshmi Mittal, uno degli uomini più ricchi del mondo, sponsor con la sua società Arcelor Mittal dell&#8217;<em>Orbit</em>, uno dei simboli delle recenti Olimpiadi a Londra.</p>
<p>Subdin Musić, segretario dell&#8217;Associazione tra gli ex detenuti “Prijedor 92”, ricorda che vicino alla tristemente nota &#8220;casa bianca&#8221;, mentre da lontano guardiamo le installazioni dell’attuale miniera di Omarska, si scorge un&#8217;altra costruzione più piccola: &#8220;la casa rossa&#8221;, di cui non ne parla nessuno perché … nessuno è mai tornato dopo essere stato rinchiuso in quel luogo. Si vedono entrambe le piccole case di lontano, dietro le reti e nonostante i 40 gradi vengono i brividi…</p>
<p><strong>Mirsad Duratović, presidente dell&#8217;associazione ex detenuti “Prijedor 92”, dice che la campagna per un memoriale deve durare fino a quando Omarska non sarà delimitata in modo dignitoso</strong>. Duratović, che fu detenuto nei tre campi e ha perso un fratello, il padre e 40 membri della famiglia per la guerra, ha aggiunto: &#8220;Non stiamo cedendo il nostro diritto di ricordare e nessuno ci intimiderà. La Arcerol Mittal ancora non ha ci dato il permesso di mettere una targa commemorativa nel luogo delle torture e ci ha permesso di entrare per la rievocazione solo in questa occasione&#8221;.</p>
<p>Il 6 agosto, circa 500 persone, tra le quali ex detenuti e familiari degli scomparsi, hanno assistito alla cerimonia nella ricorrenza dei vent’anni dalla chiusura del famigerato campo di Omarska. Presenti anche il giornalista Ed Vulliamy, che rese nota l’esistenza del campo di detenzione. Secondo stime ufficiali, a Omarska sono stati rinchiusi circa 3-4 mila croati e mussulmani della zona e almeno 700 hanno perso la vita durante il periodo di detenzione, molti dopo atroci torture.</p>
<p>Centinaia di palloncini bianchi con i nomi di persone uccise nel campo di Omarska sono stati rilasciati nel cielo di Prijedor. Alla fine i partecipanti alla marcia “Per non dimenticare” hanno formato la parola “genocidio” in una piazza di Prijedor, usando cartelle per i libri con scritti i nomi dei 123 bambini e bambine uccisi nel 1992 in città.</p>
<p>Allora il sindaco di Prijedor, Marko Pavić dice bugie quando afferma (e l’ha detto durante un’assemblea che è stata registrata) che a Prijedor non c´e stato  &#8220;genocidio&#8221;? Il sindaco ha aggiunto, durante quell´assemblea, alla quale non hanno partecipato i rappresentanti mussulmani e croati, che si è deciso di non usare il termine &#8220;genocidio&#8221; e in più di diffidare tutti i media, siti web, ecc. di Prijedor di usare questo termine in futuro. Ad un&#8217;associazione locale, che aveva chiesto sostegno finanziario al Comune, è stata rifiutata la richiesta perché nella proposta del progetto usava il termine “genocidio”. In più è stata posta una penale contro quell&#8217;organizzazione e sarà così per tutti coloro che useranno il termine “genocidio”. <strong>Invece il termine &#8220;genocidio&#8221; lo usiamo senza temere il sindaco Pavić per ribadire che quelle pagine della guerra in Bosnia dal 1992 sono state uno dei momenti più bassi che certa umanità ha toccato nel XX secolo, quando dopo i lager nazisti si pensava che certi avvenimento non si ripetessero più e invece ci siamo tutti sbagliati: ancora non è contenta di sangue la belva umana…</strong></p>
<p align="right"><strong>Bruno Maran</strong></p>
<p align="right">(ha collaborato Igor Sovilj)</p>
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		<title>La Fiat 500 L made in Kragujeva: dietrologia</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jul 2012 14:28:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giorni fa l&#8217;amico Ugo Pierri mi ha inviato l&#8217;acquerello “Tempi moderni”, la sua personale visione del mondo della fabbrica oggi, poi ho visto che è nata la 500 L Fiat. La nuova vettura è nata infatti il 4 luglio, come [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_11400" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/07/IMG_0175.18.jpg"><img class="size-medium wp-image-11400" title="IMG_0175.18" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/07/IMG_0175.18-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Bruno Maran</p></div>
<div id="attachment_11399" class="wp-caption alignleft" style="width: 222px"><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/07/ugo-pierri-tempi-moderni.jpg"><img class="size-medium wp-image-11399" title="ugo pierri - tempi moderni" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/07/ugo-pierri-tempi-moderni-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Ugo Pierri - Tempi moderni</p></div>
<p>Giorni fa l&#8217;amico Ugo Pierri mi ha inviato l&#8217;acquerello “Tempi moderni”, la sua personale visione del mondo della fabbrica oggi, poi ho visto che è nata la 500 L Fiat. <strong>La nuova vettura è nata infatti il 4 luglio, come la prima mitica 500 del 1957,oggi è quasi un suv e un semi-monovolume, che nasce per essere globale. La 500 L sarà ordinabile da questo mese, il prezzo di lancio parte da 15.550 euro</strong>. Il lancio vero avverrà a settembre. Progressivamente sarà commercializzata in cento Paesi, compresi gli Stati Uniti, dove debutterà forse nel 2013. La nuova Fiat sarà una superaccessoriata. <strong>Tra le curiosità c&#8217;è anche una partnership con la Lavazza. la 500 si è evoluta e ora fa anche il caffè&#8230; No, non è uno scherzo o una  battuta. La nuova auto avrà a bordo anche una macchinetta progettata da Fiat e da Lavazza, perfettamente integrata in uno specifico alloggiamento</strong>, che permetterà di fare un caffè. Un vero espresso italiano, assicurano Fiat e Lavazza….</p>
<p><strong>La 500L è prodotta in Serbia, a Kragujevac, nello stabilimento inaugurato lo scorso aprile dopo tre anni di  continuo lavoro per riqualificare le infrastrutture e ristrutturare gli edifici, compresi gli interventi di bonifica e l&#8217;installazione delle nuove linee</strong>.  La sua ristrutturazione è stata completata grazie ad un investimento complessivo di circa 1 miliardo di Euro, 350 milioni coperti dal governo di Belgrado, 250 milioni dalla Fiat e 400 milioni da un finanziamento della Banca Europea per gli Investimenti. Grazie alla nuova progettazione e alla più completa osservanza del metodo WCM, World Class Manufactoring, capacità produttiva dello stabilimento di Kragujevac supera le 700 vetture al giorno.  A pieno regime saranno prodotte circa 200 mila vetture l&#8217;anno, dicono, al massimo saranno 60-70 mila….</p>
<p><strong>A produrre la 500 L sono i circa 2500 operai superstiti del taglio operato nel passaggio da Zastava Auto a Fiat Auto Srbija – FAS negli anni dal 2008 al 2010</strong> (su cui torneremo nella seconda parte).</p>
<p><strong>La Zastava era stata fondata nel 1862 e produceva cannoni per gli Imperi ottomano ed austro-ungarico, divenne nel secondo dopoguerra la più importante realtà industriale dei Balcani</strong>. Produsse per anni auto derivate da modelli Fiat, da ricordare l’equivalente della 600, prodotta in quasi un milione di esemplari. Produsse poi modelli elaborati direttamente dagli uffici tecnici interni, la più famosa fu la Yugo, esportata anche negli USA.</p>
<p><strong>Durante la guerra “umanitaria “ del 1999 fu pesantemente bombardata con 36 missili Cruise</strong>, feriti 108 operai che facevano gli scudi umani alle bombe. Colpita tra l’altro la centrale termica, che produceva energia per la città, provocando una preoccupante situazione ambientale con pericolosi effetti, ancora presenti, sulla popolazione oltre che sugli operai, specie tra quelli che rimossero le rovine. <strong>Da qui la bonifica a lungo termine pretesa da Fiat per lavorare nello stabilimento.</strong></p>
<p><strong>Il 1 febbraio 2010, la Fiat ha preso il completo controllo della fabbrica, espellendo i sindacati (guarda guarda..) e assunto solo 500 operai con contratto  a termine, negli anni d’oro la Zastava Auto impiegava oltre 36.000 dipendenti. </strong>Il suo nome  durante l’epoca della Jugoslavia socialista era Savodi Crvena Zastava &#8211; Stabilmento Bandiera Rossa e, fino allo sfascio della Jugoslavia, produceva 220 mila vetture l’anno, con più di 50 mila lavoratori e 280 imprese dell’indotto dislocate in 130 città jugoslave.</p>
<p><strong>L’inaugurazione dello stabilimento della FAS è avvenuta il 16 aprile scorso presente Marchionne, il presidente della Repubblica Boris Tadić e gran parte dei ministri;</strong> non va dimenticato che il 6  maggio ci sono state le elezioni presidenziali, politiche e municipali&#8230;, ma Tadić è stato sorprendentemente trombato. Come già nel 2008, la Fiat cerca sempre di dare una mano&#8230; al governo serbo, anche in quell’anno infatti il protocollo d’intesa tra Fiat e governo serbo fu firmato il 29 aprile e le elezioni si tennero l’11 maggio successivo (alla faccia delle coincidenze!!!)</p>
<p><strong>La Serbia offre molti vantaggi ai capitalisti: è l&#8217;unico Paese dei Balcani ad avere un regime di libero scambio con gli altri Stati dell&#8217;ex Jugoslavia, la Turchia, la Russia e la Bielorussia.</strong> Anche se il regime esentasse non è valido nell&#8217;auto per la Russia: sono in corso trattative con Mosca per sbloccarlo. In caso contrario Fiat aprirà uno stabilimento direttamente in Russia. Uno dei grandi capi Fiat è già da mesi a Mosca per costruire la cabina di regia dell’operazione.</p>
<p><strong>L’accordo in Serbia prevede tra l’altro, che la Fiat sia esonerata dalle tasse locali e nazionali per dieci anni, riceva gratuitamente il terreno di cui avrà bisogno per eventuali sviluppi</strong> (al momento ha già ricevuto 20 ettari), che la città di Kragujevac sia<strong> </strong>zona franca.<strong> </strong>Il governo ha promesso la realizzazione di una bretella autostradale per collegare Kragujevac all’autostrada Belgrado-Niš (circa 30 km) ed il potenziamento della ferrovia. Si dice che tutte le spese siano  a carico dal Governo serbo (con la sua tranche di 350 milioni nella joint venture con la Fiat) e dal prestito dei 400 della Banca Europea degli Investimenti, garantito da un credito ipotecario aperto dal Governo sui capannoni. Si confermano i benefits anche per aziende dell’indotto, Fiat in primis: almeno 5 mila euro per ogni nuovo assunto, esenzioni delle tasse di qualunque tipo per dieci anni, zona franca doganale.</p>
<p><strong>Secondo Glas Srbije, le aziende dell’indotto saranno quattro; secondo altre fonti potrebbero essere cinque o sei, tra cui Magneti Marelli, Arexons, ecc.</strong></p>
<p>Queste le considerazioni raccolte da un dirigente sindacale serbo nel marzo 2011: <em>”</em><strong><em>Se non arriva l’indotto della Fiat tutto quello che è stato fatto finora si risolverà in un disastro.</em><em> </em></strong><em><strong>La fabbrica da sola non darà lavoro ad un grande numero di persone, sono previsti in totale 2433 lavoratori con una produzione massima di 200 mila automobili a pieno regime, che non è una grande produzione e non risolverebbe neppure il problema della disoccupazione a Kragujeva</strong>c. </em><em> </em><em>Saremmo solo un piccolo granello di sabbia nell’impero Fiat. </em><em> </em><em>Senza l’arrivo dell’indotto il pericolo è che qui a Kragujevac si assembleranno pezzi di provenienza dall’Italia; </em><em> </em><em>si faranno lavorare circa 2500 lavoratori, avendo perduto 7500 posti di lavoro. </em><em> </em><em>In questo modo avremo regalato anche 350 milioni di euro (l’investimento del governo serbo) e creato 5 mila posti di lavoro in Italia.</em><em> </em><em>Qui non c’è produzione, non ci sono investimenti, siamo ad un passo dal baratro”.</em></p>
<p><strong>In Serbia, oltre a Fiat, lavorano già molte imprese italiane, che “vanno assolutamente menzionate”» perché sono «ambasciatrici dell’economia italiana», come Golden Lady-OMSA e Benetton, ricordò a suo tempo Tadić</strong>.  Sono tutte imprese che hanno scelto la Serbia anche per i “valori aggiunti”, che Belgrado offre agli imprenditori stranieri. Tra i tanti, il salario medio, circa 400 euro netti al mese. Una manodopera fra le più specializzate della regione. Terreni e infrastrutture a prezzi concorrenziali, più incentivi statali per ogni operaio (anche fino a 10mila euro, che equivalgono nella peggiore delle ipotesi a 15 mesi di stipendio dell’operaio,  che finisce per essere pagato dal governo serbo. Governo, che deve provvedere già all’assorbimento dei prepensionati e la sussistenza dei cassaintegrati.</p>
<p><strong>Alla luce di queste considerazioni sorprende il prezzo di lancio della 500 L, oltre 15 mila euro a fronte di paghe comprese tra 350 e 400 euro con punte di mille per i dirigenti serbi</strong>; quelli italiani distaccati laggiù hanno ben altri compensi, che possono arrivare anche a 10 mila euro al mese solo di stipendio per il capo supremo, l’uomo-Fiat che sta a Belgrado. <strong>Pochi euro ai lavoratori serbi, selezionati uno per uno e altamente ricattabili, grandi benefits ai colonizzatori italiani e alto prezzo finale per il mercato.</strong> Una volta a basso costo corrispondevano bassi prezzi di vendita e alta concorrenzialità, ora nella marchionneide non più, si produce a basso prezzo, ma si vende a caro prezzo, maggiori per chi? Ha un senso o un disegno tutto ciò?</p>
<p>A pensar male si fa peccato, ma si spesso si indovina (Giulio A.)</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Fine della prima parte</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Bruno Maran </strong></p>
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		<title>La Slovenia e i cancellati</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jul 2012 22:38:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Slovenia dichiarò la sua indipendenza il 25 giugno 1991. Una data che è passata sottotraccia l’anno scorso che ricorreva il ventennale, figuriamoci quest’anno. Questa data invece è importantissima per comprendere quanto è accaduto nei giorni scorsi a seguito di [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/07/Risarcimenti1_large.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11188" title="Risarcimenti1_large" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/07/Risarcimenti1_large-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>La Slovenia dichiarò la sua indipendenza il 25 giugno 1991. Una data che è passata sottotraccia l’anno scorso che ricorreva il ventennale, figuriamoci quest’anno. </strong>Questa data invece è importantissima per comprendere quanto è accaduto nei giorni scorsi a seguito di una sentenza della Corte Suprema europea. <strong>Com&#8217; è spesso accaduto in Slovenia anche quest’anno la festa nazionale si è trasformata in un terreno di scontro in cui si continua a combattere una vera e propria “guerra culturale” tra “rossi” e “bianchi”, ovvero tra chi durante la Seconda guerra mondiale scelse il movimento partigiano e chi invece optò per il collaborazionismo</strong>.  Durante la celebrazione di quest’anno in più il governo di centro destra ha esplicitamente vietato l’esibizione delle bandiere partigiane usate durante la Resistenza. E’ stato vietato alla SUBNOR, l’associazione degli ex-partigiani, di partecipare alla manifestazione. Hanno trovato spazio soltanto i simboli dello Stato e delle associazioni di veterani della guerra del 1991, escludendo i simboli legati al periodo del comunismo di Tito. Le misure antipartigiane hanno scatenato l’opposizione slovena: il partito del centro-sinistra ha affermato che si tratta di un tentativo di creare ulteriori divisioni nella popolazione slovena.<strong> Anche la Chiesa Cattolica si è schierata con il premier Janša attraverso il cardinale Franc Rode: “Dobbiamo chiederci chi sia il vero responsabile della creazione di queste divisioni interne alla Slovenia. La verità è che l’unico colpevole è il Partito Comunista Jugoslavo.</strong> La guerra del 1991 fu combattuta proprio contro chi, quelle stelle rosse, le utilizzava ancora”. In passato, la polemica è stata accesa e molto spesso le diverse componenti politiche del paese hanno celebrato in tempi e luoghi separati.</p>
<p><strong> Pirano, Slovenia, 1992. Un uomo svolta l&#8217;angolo sulla via di casa e vede dei poliziotti che gettano in strada le sue cose. Nato da genitori sloveni e cresciuto a Pirano, Milan Makuc si sente sloveno, ma per il nuovo stato indipendente è «solo jugoslavo»</strong>. A sua insaputa, è stato cancellato dai registri di residenza permanente della Repubblica, perdendo tutto: casa, lavoro, assistenza sanitaria&#8230; Dall&#8217;appartamento, passa a una panchina del cortile. Sopravviverà grazie al buon cuore di qualche ex-concittadino. Più tardi portava i segni di quattordici anni di «cancellazione»: un tumore gli mangiava il volto, nessun ospedale disponibile a curarlo. Dovettero farlo, quando sul tavolo della Corte di Strasburgo arrivò un fascicolo intitolato: «Milan Makuc e 10 altri c. Slovenia». Non era stato facile convincere Milan, temeva per la propria vita. «Sai, attraverso la strada, arriva una macchina, nessuno si accorgerà di niente&#8230;». Infine si decise, affidandosi all&#8217;ombrello della giustizia europea.</p>
<p><strong>Di lui scrisse Paolo Rumiz: “Milan è un sans papier fortunato… Per Natale ha avuto un tetto, dopo dodici anni di vita nei cartoni. Una stanza di due metri per tre, in fondo a un corridoio gelido, col cesso intasato, ma pur sempre una stanza.</strong> Di pomeriggio, quando tira la bora, può ficcarsi sotto una montagna di coperte e dormicchiare fino al mattino dopo, accanto a una radiolina. L´inverno è una brutta bestia; per venirne fuori sta diciotto ore a letto, ogni giorno, feste comprese. Per lui Natale e Capodanno sono giorni come gli altri; anzi, peggio degli altri. Le feste &#8211; si sa &#8211; fanno bene a chi sta bene, male a chi sta male. E Milan Makuc &#8211; celibe, anni 59, ex cameriere di bordo &#8211; sta peggio che male. Ha un cancro che gli sfigura il volto come una maschera greca e fa di lui l´icona terribile dell´insulto che ha subito. Nessuno gli crede quando racconta la sua storia<strong>. Milan non è un relitto della guerra jugoslava. Non è un bosniaco o un kosovaro in terra straniera. È uno sloveno, cancellato dall´anagrafe per aver dimenticato &#8211; nel 1992 &#8211; di re-iscriversi alla propria nazionalità dopo l&#8217;indipendenza del Paese</strong>. Per questa svista gli hanno tolto tutto: appartamento, lavoro, passaporto, diritti civili, pensione, assistenza malattie. Quindici anni fa, prima che una burocrazia fascista lo trasformasse in barbone, Milan era uno stimato cittadino di Pirano. Oggi è un clandestino in patria. Per anni ha dormito sulle panchine del suo quartiere e ha vissuto della carità dei vicini. E per anni non ha trovato medici che lo curassero, finché il cancro è diventato un cavolfiore”.</p>
<p><strong>La vicenda dei cancellati del 1992 è veramente incredibile. Non furono ne espulsi, nè considerati &#8220;persona non grata&#8221;, furono semplicemente &#8220;cancellati&#8221;. Non esistevano più. </strong>Ma li escluse, sempre a loro insaputa e in flagrante violazione delle leggi, anche dalla categoria di cittadini stranieri con residenza in Slovenia. <strong>La cancellazione era ovviamente avvenuta solo a danno degli &#8220;jugoslavi&#8221; e non di altri. Le conseguenze umane di questa cancellazione furono inaudite. </strong>Migliaia furono i casi di disperazione; per fare un esempio: una &#8220;cancellata&#8221; ricoverata d&#8217;urgenza per partorire, si vide negato il figlio neonato perché la sua assicurazione sanitaria era stata cancellata con lei. Non avendo soldi con cui pagare il parto, il bambino rimase in ospedale come &#8220;ostaggio&#8221;.</p>
<p>Nel 1999 la Corte costituzionale giudicò la &#8220;cancellazione&#8221; della residenza avvenuto nel ‘92 ad opera del Ministero degli Interni, come anticostituzionale e illegale. Tale decisione fu ribadita ulteriormente nel 2003, quando la stessa Corte decretò l&#8217; obbligo del riconoscimento retroattivo dei diritti alienati, ma il governo sloveno passò sopra alle sentenze della sua Corte costituzionale!</p>
<p><strong>Martedì scorso finalmente, dopo azioni legali sostenute anche da associazioni italiane, la Corte europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha emesso una sentenza davvero storica. </strong>La Corte ha ritenuto lo Stato sloveno colpevole di alcune gravissime violazioni dei diritti umani. La Corte ha accolto le argomentazioni dei ricorrenti, un campione assai ridotto, ma significativo, delle decine di migliaia di cittadini, che furono illegalmente privati della «residenza permanente» nel &#8217;92. <strong>Un&#8217;operazione di pulizia etnica in guanti bianchi, portata a termine davanti ai terminali dei computer del Ministero degli Interni sloveno e passata per anni inosservata nonostante gli effetti devastanti su migliaia di famiglie (l&#8217;ultima stima governativa ammette la &#8220;cancellazione&#8221; di 25.671 persone)</strong>. In Slovenia, pressoché segretamente, decine di migliaia di cittadini erano stati trasformati in morti viventi, uomini senza diritti.  Un bel giorno erano fermati dalla polizia, o entravano in un ufficio per rinnovare un documento. &#8220;Ci porti anche il passaporto&#8230;&#8221;. Lo bucavano sotto i loro occhi, con un&#8217;apposita foratrice di metallo. Le istituzioni europee fingevano di non vedere, compresi i nostri campioni, Romano Prodi e Riccardo Illy. Non c&#8217;era avvocato, in Slovenia, disposto a difendere i &#8220;cancellati&#8221;. Fu dopo il primo articolo di denuncia di Tommaso Di Francesco sul Manifesto del maggio 2004 che di fatto si aprì la campagna per la restituzione dei diritti civili a questi cittadini..</p>
<p><strong>Alcuni non ce l’hanno fatta a vedere il successo del loro ricorso e riprendere una dignità completa tra gli umani. Tra quelli che non ce l&#8217;hanno fatta c’è Velimir Dabetič</strong>. Nato a Capodistria nel &#8217;69, era in Italia per lavoro e dopo la «cancellazione» non è più potuto rientrare nel suo paese. Da dieci anni si aggirava per la riviera romagnola, facendo il saltimbanco con due “collaboratori”in regola, in quanto iscritti… all&#8217;anagrafe canina, ma Velimir non aveva documenti. Ogni tanto i poliziotti lo fermavano, lo tenevano dentro per un po&#8217;, poi lo mollavano. Un paio d&#8217;anni fa gli fu notificato un decreto di espulsione verso&#8230; la Romania. Non che l&#8217;Italia brilli in nel campo dei diritti umani…</p>
<p>La Corte di Strasburgo aveva atteso quattro anni, prima di dar ragione a Velimir, nel 2010, mal&#8217;altro giorno ci ha ripensato. A vent&#8217;anni e quattro mesi esatti dal 26 febbraio &#8217;92, ha deciso che Velimir Dabetic, apolide e senza mezzi di sussistenza, deve restare &#8220;cancellato&#8221; a vita. Nemmeno Milan Makuc godrà i benefici della sentenza, è diventato un sans papier meno fortunato. Fu trovato morto qualche anno fa, nella misera stanza che gli aveva concesso la municipalità di Pirano. Il suo corpo fu cremato a tempo di record, senza informare i familiari, come accade spesso anche in Italia, fra rom e clandestini &#8211; i nostri &#8220;cancellati&#8221;…</p>
<p><strong>A proposito, dice Bozidar Stanisić: <em>“U</em></strong><em>na storia drammatica, che non cancella molti interrogativi etici. La sentenza della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha messo fine alla vicenda dei cancellati:</em><em> </em><em>il governo sloveno è condannato per la violazione dei diritti dei cittadini della ex Jugoslavia che, nel 1991, nella Slovenia indipendente, erano stati cancellati dai registri dei residenti  e avevano perso qualsiasi status giuridico”. </em></p>
<p><strong>Oggi, la Slovenia dice che non ha i soldi per risarcire tutti quei suoi abitanti, oltre 25 mila persone originarie delle altre ex repubbliche jugoslave, alle quali in quel 1991,</strong> tolse la residenza proclamandoli ”stranieri”, meglio conosciuti come ”cancellati”. Lo ha affermato il primo ministro sloveno, Janez Janša, commentando il verdetto della Corte di Strasburgo, che mercoledì ha condannato la Slovenia per discriminazione. <strong>”Lo Stato non ha soldi neanche per le spese strettamente necessarie”, ha aggiunto il premier sloveno.</strong></p>
<p>Secondo Amnesty International, dei 25 mila ”cancellati” nel 1991 dal registro degli abitanti della Slovenia, ”ancora 13 mila sono privi di un qualunque status e vivono in condizioni sociali e materiali precarie”.</p>
<p><strong>Alcuni esperti hanno calcolato che gli indennizzi potrebbero costare allo Stato sloveno circa 500 milioni di euro.</strong> Il timore del costo dei risarcimenti era risultato cruciale anche al referendum tenutosi nel 2004, quando i cittadini sloveni respinsero una legge che prevedeva la restituzione ai ”cancellati”, perlopiù bosniaci, serbi e kosovari, di alcuni diritti sociali derivanti dalla residenza. Tutto ciò nella cattolicissima Slovenia, tanto attenta ai simboli ex comunisti o partigiani, ma poco disposta a riconoscere le proprie colpe per crimini contro suoi cittadini. Da martedì scorso la &#8220;cancellazione&#8221; è ufficialmente riconosciuta come un crimine contro i diritti umani e anche la Chiesa slovena, che ha grande influenza sul governo, dovrà tenerne conto nella sua ambigua politica sociale. O è troppo impegnata nella campagna per farsi restituire i bei sottrattigli dal regime comunista?</p>
<p><strong>A proposito, qualcuno qui in Veneto, ha detto: ”Difficile non riflettere su quanto accaduto in Slovenia dato quel che potrebbe accadere in Veneto, Lombardia, Piemonte… nelle terre padane insomma…”.</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Bruno Maran</strong><strong></strong></p>
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		<title>Trenitalia e il Venezia-Trieste, la nostra frontiera orientale</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jun 2012 14:21:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Correva l’anno 1959: “Caro Biagio – scriveva Mario Soldati al poeta gradese Marin – venirti a trovare è proprio un’impresa. Incredibile che da Venezia a Trieste ci vogliano due ore di treno. In pratica l’Italia finisce a Venezia”. Oggi questa [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<div id="attachment_11027" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/06/Miramare-stazione.jpg"><img class="size-medium wp-image-11027" title="Miramare-stazione" src="http://www.anordestdiche.com/wp-content/uploads/2012/06/Miramare-stazione-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">La stazione di Miramare (foto tratta da Wikipedia)</p></div>
<p></strong></p>
<p><strong>Correva l’anno 1959: “Caro Biagio – scriveva Mario Soldati al poeta gradese Marin – venirti a trovare è proprio un’impresa. Incredibile che da Venezia a Trieste ci vogliano due ore di treno. In pratica l’Italia finisce a Venezia</strong>”.</p>
<p>Oggi questa tratta la conosco bene anch’io, la uso settimanalmente per fiondarmi, (credo io) in direzione Trieste, con il proverbiale e immancabile cambio a Mestre.</p>
<p><strong>Scelta figlia dell’angoscia per le ore passate nella tangenziale di Mestre dei tempi d’oro, prima del Passante, che oggi tutti vogliono dimenticare,  ma il trauma persiste nell’inconscio dei nordestini</strong>. “Devo andare a Trieste in macchina domani sera, è venerdì, beh allora parto per le 6 così per le 9, 9 e mezza sarò a cena”, caspita 3 ore per 170 km, cose di incredibile follia allora e ti sembrava fosse un lusso quando ci mettevi meno di tre ore.</p>
<p>Dopo tante traversie passare al treno sembrò una liberazione. Almeno gli orari erano certi, certi quando non vi erano ritardi. Tranquillità, quando funzionava la luce o bisogna tenere aperte tutti i finestrini per non soffocare (<em>Air? It’s luxury, not for NIP</em>) oppure il riscaldamento, che d’inverno funziona poco e male. Comodità, quando almeno c’è la prima classe, che talvolta sparisce chissà per quale misterioso arcano. <strong>Una compagnia dovrebbe incentivare la spesa del cliente, magari togliere le seconde classi e mandare tutti in prima così spendono di più e si salvano i bilanci: logica capitalistica. E invece ti tolgono la prima, tutti in seconda così risparmiate e viaggiate più sobriamente: Trenitalia, società di stampo stalinista? </strong>No, ti vende il biglietto di prima lo stesso, poi tanto vai farti rimborsare, ma intanto viaggi meno bene.</p>
<p>La conoscono bene i pendolari, ora anche in Europa non gode di buona reputazione, merito del turismo stoico, quello va lo stesso a Trieste, incurante delle scomodità ataviche.</p>
<p><strong>L’Alta Velocità si ferma a Venezia e chi deve proseguire per Trieste deve cambiare treno o rimanere su una “Freccia” spuntata. </strong>Per la verità Trenitalia ha inventato, con molto humor inglese,<strong> il “regionale veloce”, che per fare 148 chilometri (da Mestre a Trieste) impiega quasi due ore</strong>, 70 chilometri all’ora su un tratto completamente pianeggiante, con qualche difficoltà solo tra Monfalcone e Trieste, ma con otto immarcescibili fermate tronfie delle loro denominazioni balneari: San Donà-Jesolo; Portogruaro-Caorle; Latisana-Bibione; Cervignano-Aquileia-Grado, ecc.<strong> Non lo aveva detto Soldati nel ’59 che ci vogliono due ore, che il tempo si sia fermato? Non per noi, solo per le ferrovie.</strong></p>
<p>Quello che succede poi durante il viaggio è un’altra storia. Prendiamo un treno, un “regionale veloce” in un giorno normale, senza gli inconvenienti legati alla neve, al ghiaccio, ai forti temporali, ai piccoli incendi di sterpaglia lungo la linea (specie d’estate tra Monfalcone e Trieste) e, purtroppo, ai casi di suicidio o incidenti ai passaggi a livello.<strong> La partenza da Mestre rispetta normalmente gli orari, i 5 o 10 minuti di ritardo si assommano nelle infinite fermate e non  sono recuperati strada facendo. </strong>La prima anomalia arriva quando sali a bordo dopo aver abbondantemente sgomitato per trovarti un posto nell’unica “mezza carrozza” di prima classe: “Ringrazia che c’è, di che ti lamenti? Ma se quello che va a Trieste via Udine ne ha persino due e intere per giunta, perché noi solo mezza?”<strong> Infatti, la prima comunicazione consiste nel dirti che quel treno va sul serio a Trieste via Portogruaro, ciò ti tranquillizza perchè quello partito da pochi minuti prima dallo stesso binario era sempre con destinazione Trieste, ma via Udine, per cui qualcuno si sbagliava sempre.</strong> Altro inconveniente, le comunicazioni a bordo: spesso utili, talvolta incomprensibili, talvolta riguardano la linea Udine Tarvisio, qualcuno si preoccupa nuovamente e chiede al vicino se il treno va a Trieste “sul serio”: si vede che sono dei neofiti, al secondo- terzo viaggio sanno tutto e non si preoccupano più.</p>
<p>Molti dei poveri naufraghi sono quelli di prima, quelli che dallo stesso binario partono in dieci minuti due treni con la stessa destinazione, ma con due percorsi diversi. Dopo cinque anni, mossi a pietà, hanno deciso che il Trieste via Udine-Gorizia parta dal 4 binario, quello Trieste via Portogruaro parte dal 2. Grazie ce n’è voluto!</p>
<p>Prima fermata Quarto d’Altino e dopo 10 minuti San Donà: in queste due stazioni il rapporto tra chi scende e sale è di 10 a 3. Il treno poi prosegue per San Stino di Livenza <strong>(per Trenitalia si tratta di Santo Stino di Livenza) </strong>e Portogruaro. E poi Latisana, San Giorgio di Nogaro, Cervignano e infine l’agognata Monfalcone. Neanche fossimo una brigata di bersaglieri, di Lupi di Romagna, che sfondando le linee sul Carso si apprestassero a conquistare Trieste, cosa per’altro mai accaduta, se non il 3 novembre 1918 a guerra terminata, ma sbarcando dall’incrociatore Audace, non via terra: niente da fare si sono fermati  a San Giovanni in Tuba, prima di Duino. <strong>Forse è dal giorno che Trieste inconsciamente non vuole essere conquistata dall’Italia, oppure è Trenitalia che non vuole a andare veramente a Trieste?</strong></p>
<p><strong>Se fino alla città dei cantieri il viaggio è stato lento, da qui a Trieste le cose cambiano. Poche volte l’orario di arrivo è rispettato, spesso se il ritardo è di 5-10 minuti, qui perdiamo qualcosina, talvolta anche di più.</strong> La lentezza è dovuta all’intasamento della linea, ai lavori che non finiscono mai o ad altro ancora. Tra stazione di Sistiana-Visogliano e il Bivio d’Aurisina ci sono rallentamenti continui, spesso dovuti a treni (anche merci) davanti.<strong> C’è la chicca di intravedere la stanzioncina di Miramare, un <em>bijou</em> mitteleuropeo, speriamo che Moretti non la distrugga per risparmiare sulla pulizia dei vetri… </strong>L’entrata in stazione è a passo di lumaca: neppure a Milano Centrale o a Roma Termini, dove il traffico è molto più intenso, la lentezza è così esasperante. Ma ormai sei arrivato, non vedi l’ora di scendere e di dimenticare di aver viaggiato nel 1959 come Mario Soldati.</p>
<p><strong>Il bello è che il modernismo delle “Frecce” tra Mestre e il capolinea giuliano ti fa guadagnare poco o nulla rispetto ai regionali. Dieci minuti. </strong>Ti salvi solo perché la Freccia Bianca, anche se un po’ sdentata, fa solo due fermate, Portogruaro e Monfalcone, come fosse ancora la barriera del vecchio confine, pardon del posto di blocco del Territorio Libero – la zona A, amministrato dagli Alleati fino al ’54.  Che sia sempre in vigore la linea di demarcazione anche per Trenitalia? Forse non hanno le mappe aggiornate… sapete sono solo pochi anni che l’Italia è tornata ad est… Beh in fin dei conti il 1954 precede di poco il ’59, per cui siamo in linea col <em>memodé</em>.</p>
<p>Nel frattempo è stato eliminato l’Intercity notte per Lecce che partiva da Trieste alle 19.46. A Monfalcone, dove c’è una numerosa comunità pugliese, sono state raccolte centinaia di firme con la richiesta che sia riattivato. Ma finora tutto tace. Prima avevano tolto anche qui la carrozza di prima classe, sempre i soliti stalinisti, viaggiare è un po’ morire, ma non era partire? Sappiamo del trattamento del personale dei Treninotte, quindi nessuna meraviglia: solo Frecce, non avrai altro treno che una Freccia, con Frecce persino a quattro classi, con i meno chiari in quarta, vedi spot.</p>
<p>Oggi nuovi tagli ai servizi ferroviari passeggeri sono possibili in Friuli Venezia Giulia e in Italia &#8220;se venissero meno i trasferimenti dello Stato&#8221;. L&#8217;allarme a livello nazionale dell&#8217;amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, un AD per la cronaca da 690 mila euro all’anno di stipendio. Tagliamo un po’ anche lì?</p>
<p><strong>“Se c&#8217;è una cosa prevedibile in questo viaggio a Trieste del rottamatore Moretti, intenzionato a vendere stazione e binari dell&#8217;ex Transalpina, è che non verrà in treno. Il motivo ovvio: è uno che lavora sodo e non può perdere tempo” scrive Paolo Rumiz</strong>, che aggiunge: ”Detesto Trenitalia nella misura in cui adoro i treni. La detesto non solo per quello che infligge agli italiani e alle periferie del Paese, ma anche perché approfitta dell&#8217;amore che una bella fetta di connazionali nutre per la strada ferrata. <strong>Preferirò sempre un regionale strapieno e puzzolente al grande nulla delle autostrade, e, con me, molti altri la pensano a questo modo. Davanti all&#8217;odor di vernice di un locomotore mi commuovo.</strong> Il guaio è che Trenitalia lo sa benissimo, e si approfitta di noi romantici imbecilli”.</p>
<p><strong>Susanna Tamaro aggiunge: “Trenitalia considera la tratta Trieste-Venezia come un ramo secco.</strong><br />
Come mai, in tanti anni, le amministrazioni cittadine e regionali non sono riuscite a far sentire la loro voce sulla questione? Già, perché fino ad adesso i frequentatori delle linee secondarie hanno potuto soltanto sopportare. Sopportare l’incuria, la disorganizzazione, i guasti, il menefreghismo, la sporcizia, i ritardi e la follia degli orari. Si devono infatti trascorrere ore e stazione aspettando le coincidenze, senza poter usufruire neppure una sala d’aspetto. Chissà quanti triestini sono diventati alcolisti alla stazione di Mestre!”<em> </em></p>
<p><strong>Nelle scorse settimane il commissario straordinario per l&#8217;asse ferroviario Venezia-Trieste Bortolo Mainardi ha annunciato l&#8217;avvio di uno studio di fattibilità avanzato di un tracciato di Alta Capacità Ferroviaria fra i due capoluoghi, in particolare per quel che riguarda la parte veneta del tracciato, della parte friulana non se ne parla: anche stavolta le ferrovie finiscono col Veneto, ma abbiamo fatto un passo avanti.</strong> Se nel 1866 l’Italia sabauda finiva a Venezia, ora l’Italia repubblicana (terza o seconda non so) ha portato il confine ferroviario a corrispondere col confine regionale veneto. Forse tra altri 150 anni i confini ferroviari coincideranno con quelli nazionali. E’ auspicabile che per quell’epoca ci sia ancora un’Italia, altrimenti chissà quanto si dovrà aspettare, se quei benedetti confini, sempre mobili, si saranno spostati ancora più a est&#8230;</p>
<p><strong>In una Europa allargata tutto è possibile, basterà dirlo anche Trenitalia che intanto hanno tolto il confine con la Slovenia…</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Bruno Maran</strong></p>
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