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Redazione - 17 aprile 2012

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Redazione - 17 aprile 2012

Mali, Clariste Soh Moubé bloccata dal colpo di Stato: “Ecco cosa succede nel mio Paese”

Redazione - 17 aprile 2012
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Doveva arrivare in Italia, a Roma, Vicenza e Biella per presentare il suo libro…E invece un golpe, un colpo di stato che ha spaccato il suo paese in due l’ha bloccata in Mali.

La giovane Clariste Soh Moubé, che nel suo libro appena pubblicato dal titolo “La trappola” racconta la sua personale vicenda di tentativi non riusciti di migrazione e presa di coscienza della necessità di rimanere in Africa, sarebbe dovuta venire in Italia a presentare il libro ai lettori e alla stampa tra poche settimane. Il colpo di stato verificatosi in Mali, dove Clariste vive, avvenuto nelle scorse settimane ha bloccato il suo viaggio.

Qui di seguito vi riportiamo due articoli redatti da Max Hirzel, traduttore del libro di “La trappola”, in cui, proprio con l’aiuto di Clariste descrive l’attuale situazione maliana, raccontando di un Paese schierato, almeno in parte, dalla parte dei golpisti. Due articoli scritti nella speranza che l’Italia non si dimentichi del Mali e della sue gente. (©Infinito edizioni 2012 – Si consente l’uso libero di questo materiale citando chiaramente la fonte).

1.

Sono le 4,00 di mattina del 22 marzo a Bamako, capitale del Mali, quando il capitano Amadou Haya Sonogo, a capo della giunta golpista, annuncia dalla radio-televisione di Stato la presa del potere, la deposizione del Presidente Amadou Tourani Touré (detto ATT) e la sospensione della Costituzione. Le ragioni del golpe sono elencate nel comunicato: “Considerata la notoria incapacità del regime di gestire la crisi nel nord del Paese; l’inerzia del governo di dotare di mezzi adeguati le forze armate per svolgere le loro missioni; il rischio di disgregazione dell’unità nazionale; (…) il CNRDR (Comité Nationale pour le Redressement la Democratie et la Restauration de l’Etat) ha deciso di assumersi le sue responsabilità mettendo fine al regime incompetente e rinnegato di ATT”.

Il golpe ha origine dalla guarnigione di Kita, a pochi chilometri dalla capitale; città di militari e relative famiglie, che da giorni accusavano il regime di aver mandato al massacro i giovani dell’esercito, senza adeguati mezzi per far fronte al movimento di ribellione nel nord del Paese. Particolare risentimento aveva suscitato nel Paese il massacro di Aguelhok, a ottanta chilometri da Tessalit, dove il 24 gennaio circa 80 militari erano stati freddati dalle forze di Ançar Dine, stando alle informazioni pervenute. Per prime madri e mogli dei militari avevano marciato fino al palazzo presidenziale per pretendere risposte.

Non è comunque una giunta che mostra i muscoli, da subito Sonogo chiarisce di non avere nessuna pretesa di confiscare il potere, ma al contrario di volerne facilitare la più rapida restituzione “a un presidente eletto democraticamente, non appena l’unità nazionale e l’integrità territoriale saranno ristabiliti”.

Le reazioni sono rapide: dall’esterno arriva l’immediata condanna di Bruxelles così come della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), che convoca un summit ad Abidjan il 27 marzo. Meno dura la Francia, che attraverso il ministro degli Esteri Alain Juppé si limita a raccomandare il rispetto della data del 29 aprile per le elezioni presidenziali.

A Bamako nasce da gruppi della società civile il “Movimento 22 Marzo”, in appoggio alla giunta e contro l’interventismo esterno della CEDEAO e dei suoi Stati, visti come sudditi dei Paesi occidentali; nei giorni successivi si registrano scaramucce tra pro e anti giunta.

Il 29 marzo una delegazione della CEDEAO viene respinta all’aeroporto da una manifestazione in sostegno al golpe e contro qualsiasi intervento esterno; il 2 aprile la CEDEAO decreta embargo e sanzioni, sia contro i ribelli sia contro il nuovo governo, anche se la giunta si scusa per l’accaduto del 29 e invia i delegati della CEDEAO a Ouagadougou per dichiarare la volontà di ripristino dell’ordine costituzionale e a testimonianza della volontà di dialogo, soprattutto con gli Stati vicini di cui invoca l’aiuto contro i ribelli del nord.

All’interno del Paese il movimento ribelle, rinforzato da armi e uomini provenienti dalla Libia, approfitta del vuoto e di un esercito allo sbando: il MNLA (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Anzawad), storico gruppo indipendentista tuareg e laico, affiancato dal gruppo salafita Ançar Din del capo tuareg Iyad Ag Ghaly, da membri dell’Aqmi (Al-Qaïda Al-Maghrib Islamique) e, stando a un’ultima rivendicazione, dai dissidenti ex-Aqmi del Mujao (Mouvement pour l’unicité et le jihad en Afrique de l’Ouest), occupa in rapida progressione Kidal, Gao e, il 1° aprile, Timbouctou, le tre principali città del nord. Il Paese è diviso in due; dall’inizio degli attacchi (17 gennaio) si calcolano oltre 200.000 cittadini sfollati, parte verso i Paesi vicini, parte verso il sud del Paese. Secondo testimonianze telefoniche da Gao e Timbouctou riportate da media maliani tra il 4 e il 5 aprile, il nord è nel caos: si registrano atti di vandalismo, stupri, saccheggi in case e uffici pubblici, furti sistematici ai veicoli in transito, negozi chiusi e  mercati inesistenti.

Il 6 aprile il MNLA proclama la nascita dello Stato indipendente dell’Anzawad, dichiarando di voler rispettare le frontiere degli Stati confinanti e l’adesione totale alla carta delle Nazioni Unite, e invoca il riconoscimento da parte della comunità internazionale. In aggiunta al secco rifiuto, la CEDEAO risponde con la minaccia “dell’utilizzo di qualsiasi mezzo per ripristinare l’unità territoriale del Mali”.

Lo stesso 6 aprile la giunta annuncia l’avvenuto accordo con la CEDEAO: in base all’articolo 36 della Costituzione maliana, verrà nominato presidente ad interim il presidente dell’Assemblea nazionale – Dioncounda Traoré, già giunto a Bamako l’8 aprile – e a breve un nuovo primo ministro, a capo di un governo di transizione incaricato di organizzare le elezioni. Lo stesso 8 aprile la CEDEAO dichiara il ritiro dell’embargo contro il Mali.

2.

“La lotta tra capre nel loro recinto è preferibile alla mediazione della iena”. È il proverbio bambara che campeggia sul manifesto diffuso il 4 aprile dal Foram (Forum per un altro Mali), intitolato “Cronaca di una ricolonizzazione programmata” e siglato da diversi intellettuali africani, per prima Aminata Traorè, seguita tra gli altri dagli scrittori Saydou Kouiaté e Boubacar Boris Diop.

La lettura degli eventi riportata nel manifesto è ben differente da quella più corrente, che vede la giunta militare colpevole di aver spezzato una “democrazia storica” a pochi giorni dalle elezioni, sprofondando il Paese nel caos. Secondo la posizione del Foram – e di una parte della società civile organizzata – ciò che accade nel nord del Paese è stato favorito e facilitato dal governo per interessi altrui, occidentali e francesi nella fattispecie, e l’azione della giunta golpista guidata dal capitano Amadou Haya Sonogo sarebbe l’unica reazione possibile da parte di giovani militari mandati al massacro. Allo stesso tempo, il golpe rappresenterebbe un’opportunità per il popolo di riprendere in mano un potere corrotto, che ha sprofondato il Paese nella povertà economica e culturale a causa di una classe di governanti dedita a rubare e promuovere interessi esterni, e che stava preparando le elezioni di fine aprile per perpetrare la stessa democrazia di plastica.

“La comunità internazionale – cita il testo del manifesto – non si è emozionata oltre misura per le atrocità commesse ad Aguelhok contro militari disarmati né per l’occupazione delle città del Nord una dopo l’altra. Ma è subito insorta per condannare un colpo di Stato che giudica tanto più inaccettabile perché viene in uno dei ‘Paesi faro della democrazia’ alla vigilia di elezioni presidenziali in cui ATT (come viene chiamato il presidente deposto Amadou Tourani Touré, Nda) non sarebbe stato candidato. Semplicistica ma supermediatizzata, questa lettura è perfetta per tutti coloro che si lasciano convincere che il Mali fosse fino qui una democrazia esemplare”. E ancora, “Ormai tutto è chiaro: la ricolonizzazione del Paese tramite le politiche neoliberali entra in una nuova fase che obbedisce allo schema libico con l’intervento diretto della Nato. La ribellione tuareg faceva perfettamente al caso. (…) Bastava approfittare dello stato di debolezza dell’esercito e chiudere gli occhi sulla progressione dei ribelli pesantemente equipaggiati d’armi sofisticate provenienti dagli arsenali libici”.

In questo senso l’interventismo della CEDEAO – percepita come rappresentanza degli interessi occidentali nell’area – così duro contro il golpe e così assente fino a ieri contro la ribellione del nord, è visto come una farsa.“La Francia – si legge nel Manifesto – si aspetta di ottenere dalla futura Repubblica dell’Anzawad ciò che il Presidente ATT non ha voluto accordare: la base di Tessalit altamente strategica sul piano economico e militare; la chiusura nella lotta all’emigrazione clandestina e all’Aqmi”. Bene ricordare che il nord conteso è zona d’alto interesse, territorio ricco di traffici – di persone, quelle che dall’altro lato del mondo sono chiamate “clandestini” – ma anche armi, droga, sigarette di contrabbando. Poi oro e uranio.

Dopo una precisa analisi dei misfatti del governo negli ultimi vent’anni, il Manifesto afferma ancora: “Il Mali non è messo in pericolo da un ‘golpe militare’ che metterebbe in pericolo un processo di democratizzazione esemplare, ma dalla democrazia formale e dagli interessi geopolitici, economici e strategici di cui il cittadino medio non ha la minima idea”.

Altrettanto poco chiaro, guardando da lontano, è quanto nel frattempo si muove a nord del Paese: “Più o meno indifferente alla sorte del popolo maliano di fronte alla doppia aggressione dei ribelli e della CEDEAO, l’opinione pubblica occidentale è turbata dopo aver appreso della partecipazione di Ançar Dine e dell’Aqmi (gli integralisti del gruppo Al-Qaïda Al-Maghrib Islamique, Nda) a questa ricolonizzazione del Mali”.

Vero è che la presenza islamista, a fianco più che all’interno del movimento ribelle, spaventa e in parte  confonde. Il MNLA (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Anzawad) che ha annunciato la nascita dello Stato indipendente dell’Anzawad è uno storico movimento indipendentista tuareg, dichiaratamente laico; sin dagli Anni ‘50 le tribù tuareg rifiutano la scelta unilaterale francese d’includere l’Anzawad nello Stato maliano, di cui non si sono mai sentiti parte. Vero è anche che, vista la comunione d’obiettivi, ha accettato l’appoggio di formazioni islamiste – per primi i salafiti di Ançar Dine dello storico capo tuareg  Iyad Ag Ghaly, già leader della ribellione tuareg negli Anni ‘90 e in seguito nominato console per il Mali in Arabia Saudita – che hanno dichiarato espressamente la volontà d’istituire la shaaria nel territorio “liberato”. Ora che lo Stato è nato e finché non vi saranno intereventi esterni già ventilati, bisognerà vedere come il MNLA gestirà le relazioni con Ançar Dine e Aqmi (Al-Qaïda Al-Maghrib Islamique), già nei mesi passati non sempre idilliache, e soprattutto quali saranno i rapporti di forza in una zona di alto interesse, non solo per loro.

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