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Conversazioni cambogiane

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“Sarà un volo perturbato e pieno di tempeste. Aspettatevi di trovare la stessa situazione al nostro arrivo. Raccomandiamo di tenere le cinture allacciate per l’intera durata del viaggio”. Abbiamo lasciato le piogge della Malesia alla volta di Phnom Penh, in Cambogia, con questo annuncio del comandante. Ecco, quando mi dicono così, penso sempre a quella volta che Marcello mi disse: “La probabilità di avere un incidente in aereo è la stessa che un fulmine ti colpisca due volte nel corso della tua vita”.

Due volte, due volte, due volte.

E poi i nuvoloni delle piogge tropicali vengono solleticati da centinaia di piccoli aerei ogni giorno, non si vede niente, ma i piloti di qui ci hanno fatto il callo.

Mentre mi tranquillizzavo in silenzio, mi rendevo anche conto di essere a bordo di un volo AirAsia, ovvero della compagnia low cost più famosa, la Ryanair asiatica. Dio solo sa quanti voli Ryanair ho preso in vita mia e quindi il paragone è scattato inevitabilmente. A differenza della Ryanair, i sedili sono larghi e reclinabili, se sei seduto sul lato corridoio l’hostess non ti fracassa la rotula del ginocchio sporgente con il carrello ogni due minuti (perché i carrelli sono più stretti), non sei accecato dai neon e assordato da un altoparlante che vuole venderti di tutto, inclusi i biglietti della lotteria, quando atterri non c’è la fanfara che suona e, se poi non ci sono altri italiani a bordo, ti salvi anche dagli applausi finali. Insomma, se si esclude la nuvola di insetticida che ti nebulizzano addosso prima del decollo, ogni cosa qui avviene con molto più rispetto e più delicatezza.

Alla fine il volo è andato liscio come l’olio e atterrare a Phnom Penh con il cielo azzurro brillante è stata una vera gioia.

Per raggiungere la casa dei couchsurfers che ci aspettavano abbiamo preso un tuk tuk, una sorta di risciò a motore, contrattando il prezzo in dollari. Traffico indisciplinato, polvere, sorrisi, saluti, vento in faccia, strade appena rifatte e strade sconquassate, monaci buddisti e bambini. Tantissimi bambini. È uno dei segnali della rinascita di questo Paese affogato nel sangue. In quattro anni, dal 1975 al 1979, il regime dei Khmer Rouge di Pol Pot ha ammazzato dai due ai tre milioni di persone, cioè da un terzo a un quarto della popolazione. Tra i bombardamenti americani immediatamente precedenti e il genocidio successivo, nessuno sa più quanta gente ha perso la vita. Donne, uomini, bambini, anziani, giovani, tutti mandati a morire, senza distinzione, in nome della costruzione di un nuovo popolo contadino che tornasse alla “purezza del chicco di riso” e abbandonasse città e istruzione, al grido di slogan come “Meglio ammazzare un innocente per errore, che risparmiare un colpevole per errore”. Eppure la popolazione si è rimessa in piedi e ha ricominciato a sorridere.

Il primo sorriso che abbiamo incontrato è stato quello del ragazzo alla pompa di benzina, mentre il tuk tuk faceva rifornimento: “Di dove siete? Oh, l’Italia! Benvenuti!!”. I guidatori dei tuk tuk spesso non conoscono le strade, vengono dalla campagna per arrotondare un po’ e anche loro sorridono sempre, quando contrattano il prezzo e quando perdono la strada, c’è voluta un’ora buona prima di arrivare a casa dei nostri couch-hosts.

Questa volta ci siamo confrontati con una bella coppia di insegnanti canadesi di mezza età.  Si sono conosciuti durante la leva militare, sposati a venticinque anni e da allora non hanno mai smesso di viaggiare. Trovano di volta in volta ottimi contratti triennali nelle scuole internazionali in giro per il mondo, finiti i tre anni prendono una pausa di un anno per viaggiare e poi ricominciano a lavorare. Hanno insegnato dappertutto, Christine, quando ce lo raccontava non riusciva quasi a tenere il conto, doveva ricominciare sempre daccapo. Sono in Cambogia da qualche mese e vengono giusto dalle rivolte tunisine, “Il contratto ci è scaduto nel bel mezzo degli scontri, era proprio ora d’andare”. Finito questo ciclo hanno deciso di smettere. Ora per viaggiare vogliono prendersi due anni. E il lavoro? “Qualcosa verrà fuori!” ha risposto Michael con il massimo della naturalezza.

La conversazione è andata avanti per ore accompagnata dai profumi e dai sapori di una meravigliosa cena khmer, illuminata dalle candele e dalla luna, delle nuvole stavolta neanche una traccia. Politica internazionale e scambi di opinioni, racconti di viaggio e racconti d’infanzia. “Io la conosco la vostra città” ci ha detto Michael. Ci sei stato? “No, quando ero piccolo mio padre mi regalò un atlante e io sognando di viaggiare in giro per il mondo tracciavo una linea immaginaria con il dito, dalla vostra città fino alla Grecia, era il punto più vicino dall’Italia ed è l’unica piccola città italiana di cui ricordo il nome”. Che strano, anch’io da piccola passavo i pomeriggi a studiare la cartina del Canada da un atlante che mi aveva regalato mio padre. Via così, nella prima, intensa, serata cambogiana. Però non riuscivo a togliermi dalla testa questa loro capacità di spostarsi e ricominciare sempre da zero, viaggiare sì, ma senza avere un porto in cui tornare, un posto in cui raccogliere i ricordi.

La mattina dopo, assonnata, prima della colazione, aprendo il frigo mi è cascato l’occhio su una calamita e mi è sembrato che sintetizzasse perfettamente la loro straordinaria filosofia di vita: “Joy is not in things, joy is in us”.

Scuola trasformata in centro di tortura durante il regime dei Khmer Rossi

 Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

3 comments

  1. Inizio e intermezzo con ottimi ganci. Chiusa che fa una capriolina all’indietro, come comanda la divina proporzione.
    Se non è il posto in cui torni, cos’è una casa?
    Ottimo articolo.

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