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Cuba, storia di un’altra rivoluzione

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Humans of Pianura Padana
La stazione di Venezia S. Lucia di sera
Cuba3

Cinque continenti, 22 paesi, 266 giorni per un giro del mondo dalle modalità un po’ alternative. Anzi, Alterrative: questo è il nome del progetto che sta portando Stefano Battain e Daniela Biocca a scoprire e toccare con mano organizzazioni impegnate nella difesa del diritto alla terra, dell’accesso alle risorse e dei diritti delle donne. Teto e Bobiù, come li chiamano gli amici, hanno già una loro storia da raccontare: si sono conosciuti da cooperanti, in Tanzania, e proprio da quelle latitudini è nato un amore sfociato poi in un matrimonio. Interessi comuni e tanta curiosità, voglia di toccare con mano realtà disparate e interessanti nel pianeta. Ecco quindi che nasce l’idea del loro giro del mondo. Questa è la sesta tappa: il Chiapas, con il racconto di un’associazione di mutuo aiuto gestita da donne e con una lettera ai “compagni zapatisti”. Qui le tappe precedenti: Chiapas,  Tunisi, il Marocco, Spagna e Portogallo, la California di San Francisco e Città del Messico e Guatemala. Qui il sito del progetto.

No, non ci riferiamo alla rivoluzione degli anni ‘50 guidata dai giovani barbudos Fidel Castro, Ernesto “Che” Guevara e Camilo Cienfuegos, di quella hanno già scritto, meglio di quanto sappiamo fare noi, decine e decine di autori. La rivoluzione di cui stiamo parlando e’ piu’ recente, meno conosciuta all’estero e assolutamente non-violenta, e’ una rivoluzione verde, ecologica, anzi, se vogliamo essere precisi: agroecologica. Una rivoluzione graduale, lenta, faticosa ma straordinaria per la sua portata, il numero di persone coinvolte e i positivi effetti sul sistema agroalimentre dell’isola cubana. Per capire questa rivoluzione silenziosa avvenuta nell’isola caraibica fnegli ultimi vent’anni bisogna fare un passo indietro agli anni ‘60, gli anni in cui la rivoluzione politica e sociale stava prendendo forma e si stava trasformando nella più importante, famosa e duratura rivoluzione socialista della seconda meta’ del ventesimo secolo.

Il governo guidato da Fidel Castro eredita una situazione agraria dominata dal latifondo in cui il 73% della terra apparteneva al 9% della popolazione e circa un quarto della superifice dell’isola era un mano al grande capitale straniero, soprattutto statunitense. La fertile terra cubana era destinato principalmente alle monocolture della della canna da zucchero, del tabacco e del bestiame per esportazione. Fino al 1958, questo tipo di produzione agricola controllata da oligarchi cubani e aziende straniere aveva come risultato che oltre un cubano su 3 fosse disoccupato o sottoccupato (nel 1958) per non parlare della massiccia deforestazione necessaria per destinare sempre piu’ terre a questi prodotti da esportazione.

Il 17 marzo 1959 a soli 3 mesi dalla presa del potere il nuovo regime cubano vara la prima riforma agraria riducendo la massima dimensione degli appezzamenti a 67 ettari, statalizzando la maggior parte della terra e ridistribuendo a cooperative e famiglie rurali oltre 1.2 milioni di ettari, incoraggiando la diversificazione delle colture, investendo somme di denaro enormi per permettere ai contadini di produrre e prestando assistenza tecnica per favore il processo di trasformazione agraria. Nel giro di 2 anni la produzione di mais, fagioli e patate (essenziali per l’alimentazione cubana) crebbe in media del 25% mentre quella di pomodori raddoppio’, quella di uova crebbe di 6 volte, quella di polli di 4. Nel 1975 l’area dedicata alla produzione di cibo per i cubani era il doppio rispetto al 1958, quella dedicata al riso 4,6 volte e quella dedicata agli agrumi 9 volte. Negli anni ‘70 e ‘80 anche Cuba, come quasi tutti gli altri paesi (sia capitalisti che socialisti) sperimento’ la terribile illusione della Rivoluzione Verde (Green Revolution) basata fondamentalmente sulla meccanizzazione dell’agricolutura, irrigazione su larga scala, reintroduzione della monocoltura ma soprattutto l’ampio uso di fertilizzanti e pesticidi chimici prodotti all’estero ma forniti a prezzi sussidiati dagli stati del blocco socialista ed in particolare dall’ Unione Sovietica. Come e’ ormai assodato a livello mondiale, questo tipo di agricoltura porto’ una crescita iniziale della produzione agricola (ad un costo economico molto elevato) per poi declinare verso un lento deterioramento della qualita’ e quantita’ dei prodotti agricoli, del suolo e dell’ambiente in generale con pesanti conseguenze sulla salute di lavoratori agricoli e consumatori.

Nel 1989 cade il muro di Berlino, inizia lo sgretolamento del blocco socialista e la dissoluzione dell’Unione Sovietica. I primi anni novanta sono anni difficili a Cuba, da 30 la sua economia e’ stata fondata sul mutuo supporto e l’interscambio con altri paesi socialisti che nel giro di pochi mesi non sono piu’ in grado di acquistare prodotti cubani e nemmeno di vendere a Cuba i loro prodotti. Le importazioni di petrolio cadono del 50%, quelle di fertilizzanti e pesticidi di oltre l’80% per non menzionare l’impossibilita’ di importare cibo a causa della mancanza di valuta straniera.Cade l’illusione della Rivoluzione Verde ma rischia di portare con se l’intera agricoltura cubana e con se, probabilmente anche la rivoluzione cubana, il regime e’ a rischio. La situazione sull’isola non e’ semplice, come ci dice anche Fernando Funes Monzote, da noi intervistato nella sua quinta, appena fuori L’Avana: “i cubani stavano addirittura perdendo massa corporea” per la prima volta nella Cuba di Fidel il cibo scarseggiava, il regime socialista aveva permesso a milioni di persone di poter finalmente accedere ad una adeguata alimentazione (fino al 1959 la carne era un lusso riservato principalmente ai ricchi ceti urbani) e ora, a causa di un sistema agroalimentare fortemente dipendente dall’estero (Cuba importava nei primi anni ‘90 il 57% del fabbisogno calorico nazionale), queste conquiste erano a rischio.

Ancora una volta, i contadini, salvarono la rivoluzione, quella rivoluzione bagnata col loro sangue ribelle e coraggioso di chi non ha nulla da perdere. Dovendo aumentare la produzione di cibo senza poter contare sugli aiuti esterni lo Stato vara alcune misure speciali, formulate grazie ad accademici e ricercatori scientifici cubani, per favorire la produzione agricola sovrana: decentralizzazione della produzione, piu’ terre ai contadini, maggiore flessibilita’ di mercato, incentivi di prezzo alla produzione, riorganizzazione delle cooperative e maggiori risorse per la ricerca e l’innovazione. La spina dorsale di questa nuova rivoluzione e’ l’Associazione Nazionale dei Piccoli Agricoltori (ANAP), la quale, in linea con il programma del governo si impegna ad aumentare la produzione agricola attraverso: uso della trazione animale al posto dei trattori, aumentare l’uso dell’energia rinnovabile (biogas, vento etc..) per diminuire il consumo di carburanti, uso di metodi biologici per fertilizzare i terreni e controllare i parassiti, riforestazione di aree incolte, migliorare l’efficenza delle cooperative e incoraggiare l’innovazione dei metodi agricoli. Questa prima fase che dura fino al 1997 viene definita di “sostituzione degli inputs” in quanto l’obiettivo principale, nell’emergenza era assicurare cibo per tutti i cubani senza apporti esterni. Dal 1997 e l’introduzione della metodologia “contadino- a contandino” l’agricoltura cubana prendera’ una piega piu’ decisa verso l’agroecologia. La metodologia “contadino-a-contadino” introdotta da ANAP porta a una diversa visione dell’agricoltura e del contadino, fin ad allora vista come oggetto di supporto tecnico verticale da parte di esperti agronomi, con questa nuova metodologia il contadino diventa protagonista e soggetto attivo condividendo con esperti e altri contadini le proprie conoscenze, dubbi, problemi, innovazioni e soluzioni in maniera orizzontale, partecipativa e paritaria. Questo metodo e’ un metodo per prove ed errori che si sviluupap sul campo, partendo da piccoli tentativi, cercando risultati facilmente raggiungibili, con cambiamenti graduali ma costanti. I vantaggi di questo metodo sono molteplici, e’ un metodo pratico che nasce sul campo dall’analisi dei problemi e delle risorse locali, e’ un metodo che porta i contadini e condividere tecniche, semi e innovazioni in maniera spontanea e naturale attraverso incontri, visite di scambio, dimostrazioni, fiere agricole ma anche poesie, canzoni, sketch teatrali e altri supporti audiovisuali, in fondo, come dicono i membri di ANAPA, per i contadini: “Vedere e’ credere”.

Questa metodologia permette alla conoscenza di circolare e rigenerarsi in maniera infinitamente maggiore di quanto non fosse possibile con il metodo classico dell’estensione agricola. Grazie ad ANAP e al metodo campesino-a-campesino i metodi agroecologici si diffondono in pochi anni a oltre 110.000 famiglie cubane (circa 1 su 3) integrando la conoscenza locale e tradizionale. I risultati di questa rivoluzione sono evidenti visto che la produzione agroalimentare e’ tornata a crescere a ha superato i livelli piu’ alti della Rivoluzione Verde: 3 volte piu’ fagioli, una volta e mezza piu’ tuberi, 83% di verdure in piu’. Ad oggi Cuba e’ una isola ad altissimo tasso di sovranita’ alimentare che riesce a rispondere ai bisogni della propria popolazione in gran parte con metodi organici, privi di semi geneticamente modificati e sostenibili. Inoltre, studi scientifici condotti in seguito al passaggio del terribile urgano Sandy, hanno dimostrato come le colture basate su metodi agroecologici abbiamo subito meno danni e sia tornata ai livelli di produzione precedenti all’uragano in tempi molto piu’ rapidi di quelle basate sull’agricoltura agrochimica convenzionale. Cuba e la sua rivoluzione contadina perche fatta dai contadini per i contadini, verde e agroecologica andrebbe riscoperta superando le barriere mentali ideologiche che non ci permettono di guardare a quest’isola in maniera neutrale. Piaccia o no, i risultati ottenuti dai contadini cubani con il supporto delle istituzioni statali ha raggiunto livelli di sovranita’ alimentare rispettosa dell’ambiente che pochi paesi al mondo, e sicuramente nessuno in Europa, ha finora raggiunto, basta provare a controllare quanto del cibo che quotidianamente compriamo e’ stato effettivamente prodotto in Europa e con metodi organici.

Stefano e Daniela

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