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Da Giovinazzo a Vicenza per lavorare in fonderia: l’epopea operaia dei pugliesi della Valbruna

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Benko copertina
couple dreaming of new house, car, child, well-being
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Nel cuore del Veneto della miriade di piccole e piccolissime imprese flessibili c’è un capannone lungo più di un chilometro, che produce la merce più hard e meno smart al mondo: l’acciaio. E nel cuore di questa fabbrica, la Valbruna di Vicenza, fra le colate e le gru che spostano tonnellate di laminati incandescenti, c’è un nucleo di operai venuti dal Sud, dalla Puglia. Sono il frutto di un fiume migratorio carsico, che ha iniziato a scorrere negli anni Ottanta e che ancora sgorga, invisibile a tutti, o almeno alla gran parte dei vicentini. Già perché a Giovinazzo, la cittadina di 20 mila abitanti accovacciata attorno al suo porto bianco sulla costa a nord di Bari, la storia dei giovani che emigrano per lavorare alla Valbruna la conoscono tutti.

È una storia che, come l’anello di una catena, se ne porta dietro un’altra: l’epopea operaia delle AFP, le Acciaierie Ferriere Pugliesi che occupavano fino a 1200 operai, fondate negli anni Venti a Giovinazzo dalla famiglia Scianatico e chiuse negli anni Ottanta. Oggi quei capannoni sono ruderi muti ai margini del paese, in attesa di una bonifica e forse, si spera, di un recupero delle loro architetture industriali. Ma fino a trent’anni fa, e per tutto il Novencento, vi si è svolta una vicenda di lotte sindacali e politiche, che hanno coinvolto tutto il paese per ottenere sicurezza, condizioni di lavoro meno bestiali, salario dignitoso e innovazione tecnologica. Qualche operaio che aveva fatto la gavetta sindacale negli incandescenti reparti delle AFP è arrivato fino a Roma, come Tommaso Sicolo che fu eletto deputato del Pci. Poi, con la crisi del settore siderurgico e il venir meno delle condizioni politiche faorevoli, gli Scianatico chiusero le ferriere, e riprese l’emoraggia dell’emigrazione.

Molti dei valbruniani vicentini, oggi, sono figli di quella classe operaia meridionale. Furono gli Amenduni, imprenditori baresi che negli anni Settanta diventarono proprietari della Valbruna quando Nicola Amenduni sposò una Gresele, figlia del padrone dell’acciaieria, ad aprire la ricerca di personale nell’ufficio di collocamento di Giovinazzo dopo che con la chiusura delle AFP era venuta meno la principale fonte di lavoro sicuro in paese.

È questa a grandi linee la storia che abbiamo raccontato, Marina Resta e il sottoscritto, nel documentario L’acqua calda e l’acqua fredda.  Un lavoro autoprodotto a budget quasi zero (qui il link al trailer), lungo poco meno di un’ora, presentato in anteprima a Giovinazzo venerdì 24 aprile e che sarà in prima visione veneta la sera del 1 maggio a Vicenza, al cinema Primavera, alle ore 21.

 

Dobbiamo lo spunto iniziale a Devi Sacchetto, che insegna sociologia del lavoro all’Università di Padova e che in un saggio del 2011 (L’immigrazione interna e internazionale in un sistema di occupazione regionale, in Sociologia del lavoro, n. 121, 2011) indaga l’emigrazione meridionale in Veneto, di cui gran poco si sa e si parla:

L’emigrazione dal Mezzogiorno verso il Centronord continua a caratterizzarsi per una certa quota di operai. Solitamente essi sono occupati in modo disperso nelle aree a economia diffusa del Veneto. Tuttavia, nel caso dello stabilimento Valbruna di Vicenza, specializzato nella produzione di acciai inossidabili e di leghe in diversi profili, troviamo una forte concentrazione di lavoratori meridionali. Collocata alla periferia del capoluogo berico, l’acciaieria fa parte di una piccola multinazionale di proprietà della famiglia Amenduni, e occupa circa mille persone di cui il 50% di lavoratori dal Mezzogiorno, il 40% di locali e il 10% di immigrati stranieri. Un altro centinaio di lavoratori, italiani ma soprattutto stranieri, sono dipendenti di imprese terze e cooperative che operano all’interno dell’azienda svolgendo attività quali la manutenzione muraria e meccanica, lavori di carpenteria pesante, pulizie industriali delle scorie. Si tratta di un mondo maschile, a esclusione di qualche decina di donne assunte come impiegate e di quante sono occupate nella mensa.

Nello stesso numero della rivista, un altro saggio (La misurazione della mobilità territoriale attraverso l’analisi dei dati dei Centri per l’impiego del Veneto, di Bruno Anastasia, Maurizio Gambuzza e Maurizio Rasera) riportava i dati di ingresso nel mercato del lavoro veneto dal 2000 al 2009. Su 771 mila italiani che hanno iniziato a lavorare in regione, 484 mila sono veneti, 130 mila provenienti dal Sud: questi sono in gran parte uomini (84 mila a fronte di 45 mila donne), spartiti principalmente fra industria (28 mila), commercio e turismo (31 mila), edilizia (22 mila) e pubblica amministrazione (20 mila). Di alcuni di loro, lavoratori in pianta stabile alla Valbruna, il documentario racconta le storie, le motivazioni, i rimpianti e le nostalgie.

D’altra parte basta sfogliare i rapporti sfornati ogni anno dalla Svimez per comprendere l’entità dell’esodo che da Sud è ricominicato potente: dal 2001 al 2013 dal Sud al Centro-Nord sono emigrati 1 milione 600 mila abitanti, 851 mila sono rientrati, il saldo migratorio è in negativo di 708 mila unità, per il 70% giovani, per quasi il 40% laureati.

E Giovinazzo? Il paese, dopo la fine dell’industria che uno dei nostri protagonisti definisce “la Stalingrado barese”, ha come perso la propria bussola, come colpito «dal cedimento improvviso della spina dorsale, delle strutture portanti di un tempo» come scrive Isidoro Davide Mortellaro, storico dell’Università di Bari, nella prefazione alla riedizione per Bruno Mondadori del saggio Le ferriere tra gli ulivi scritto da Antonella Pugliese. La ristampa è stata presentata a Giovinazzo il 24 aprile in contemporanea con la prima visione del film. I due lavori sono complementari: il libro ripercorre nel dettaglio la nascita del moderno conflitto industriale nel dopoguerra, le vertenze e la sindacalizzazione; il film parte dalla fine della società-fabbrica e dall’arrivo della nuova fase, fatta di emigrazione, turismo lavori precari, agricoltura, pesca e ricordi.
L’acqua calda e l’acqua fredda è un film corale fatto soprattutto di interviste, potenziate da fotografie, video e articoli di stampa d’archivio e dalle immagini delle due città, Vicenza e Giovinazzo, distanti 800 chilometri ma collegate da una trama invisibile ma fitta, fatta di storie di vita e di lavoro. Il montaggio interseca in continuazione i piani di Nord e Sud, presente e passato. Dalle parole degli operai emergono temi senza tempo: le difficoltà dell’integrazione in una realtà diversa e lontana e il valore dicotomico del lavoro, occasione di benessere economico ed emancipazione sociale di un’intera comunità, ma anche portatore di sfruttamento e di rischi per la salute e per l’ambiente.

Una crisi industriale meridionale di trent’anni fa ci torna a parlare, e forse ha qualcosa da dire anche al nordest disorientato dalla crisi.

Giulio Todescan*

*autore con Marina Resta del documentario “L’acqua calda e l’acqua fredda”

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