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“…Credo che anche i suoni abbiano la loro personalità
e questa dà il senso del tempo che è loro necessario.
Ci sono suoni che hanno bisogno di tempo
per raccontare la loro storia.
Ce ne sono altri che sono un po’ più vivi, veloci.
Cerco di rispettare il tempo dei suoni…”

Eliane Radigue

La composizione di Daniel Starr-Tambor, “Mandala”, è basata sull’assegnazione ad ogni pianeta di una nota della serie armonica naturale. Nonostante i pianeti possano essere considerati i veri strumenti della composizione e che quindi il risultato renda ascoltabili i movimenti di rotazione e rivoluzione che avvengono all’interno del nostro sistema solare, il risultato è molto lontano dall’idea di musica cosmica che ho impressa ben lucida nella mia testa.

Per una simpatica coincidenza in quei giorni a Berlino si svolgeva il CTM 12 – Festival for Adventurous Music & Related Arts  in cui fra le tante proposte in programma, vi era il ciclo di serate Zodiak Revisited all’HAU 2, guardacaso nello stesso edificio che ospitava lo Zodiak Free Arts Lab (o più semplicemente Zodiac Club), luogo fulcro della scena musicale Berlinese a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. La musica cosmica, nome con cui è internazionalmente conosciuta la musica alternativa berlinese di quegli anni, era al contempo radicale e di protesta e abbracciava le idee dei movimenti pacifisti provvedendo a costruire le basi per la successiva new-wave.

Lunedì 30 gennaio, primo evento dello Zodiac Revisited, era stato messo in scena il concerto per piano meccanico di Conrad Schnitzler, cofondatore di Kluster (assieme a Hans-Joachim Roedelius e Dieter Moebius) che collaborò con i Tangerine Dream, il gruppo più internazionalmente conosciuto della musica cosmica, anche grazie ad un contratto con la Virgin.  Parallelamente alle serate dedicate allo Zodiac, il CTM 12 sta omaggiando una tra le più conosciute pioniere della musica elettronica, la francese Eliane Radigue (in foto).

E quella sera mi sono trovata all’Hebbel Theater (piccolo gioellino in stile Jugendstil di Oskar Kaufmann) gremito di gente ad ascoltare i nastri originali (1972/73) di PSI 847, “suonati” da Lionel Marchetti.

La Radigue, una signora bella e sorridente era presente ed emozionata. L’ascolto è durato un’ottantina di minuti di suoni sintetizzati, alcuni molto lunghi e profondi, che a me davano l’idea di veri e propri respiri cosmici, inframezzati da apparizioni di altri suoni più brevi e vibranti, che riportavano la composizione ad una scala minore, umana. Non è una caso che la Radigue sia stata fortemente influenzata nelle sue composizioni dalle sue esperienze meditative, perché mi è sembrata palese la dimensione umana che si fa gassosa, per espandersi come un suono in uno spazio illimitato – mi concedo la citazione da Herbert Eimert e Robert Beyer – interplanetario. Il tutto è avvenuto al “quasi buio”, fatta eccezione di un unico fascio di luce che illuminava il centro del palco, vuoto. Scontato il commento, ma sincero, è stato davvero uno spettacolo emozionante.

Ok, benvenuta a Berlino!

ps. è probabile che tornando in Veneto, i risicati concerti per musica contemporanea siano cosa d’élite, quindi ci siano solo i soliti quattro gatti e che i luoghi rimangano pressochè vuoti (fatta eccezione del Teatro Fondamenta Nuove) – faticando a trovare i fondi per arrivare a fine mese – oppure perchè no, la proposta si riduca alle serate danzanti di musica elettronica, che vuol dire tutto e niente, ma principalmente niente.

Elisa Calore

@lyza_heat

blog: postscriptum

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