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Muang Ngoi, dalle bombe al trekking passando per l’oppio

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Da Nong Kiaw, sobborgo al Nord del Laos, risalendo il fiume Neua per un’ora circa, si raggiunge il villaggio di Muang Ngoi, ex paradiso dell’oppio convertito al turismo. Appena qualche anno fa, i visitatori storditi dall’oppio, che qui ci venivano perché si poteva dormire con un dollaro per notte e fumare fino a svenire spendendo quasi nulla, probabilmente neanche si accorgevano che il set è quello di un paradiso perduto.

Non si accorgevano del fiume che scorre silenzioso tra i faraglioni e le montagne coperte di giungla, delle farfalle che ti volano attorno coloratissime, del cielo che di notte diventa un tappeto di diamanti e neanche delle nuvole di vapore bianco che nascono sul fiume e poi risalgono le montagne, piano, fino ad abbracciare le vette. Probabilmente non si spingevano un po’ più in là, per scoprire che Muang Ngoi è circondata da villaggi di minoranze etniche, ognuno con la propria storia e le proprie tradizioni, che si incontrano conservando la forza di restare indipendenti.

Non si chiedevano, gli storditi, da dove venivano quelle ferraglie a forma di bomba che la gente del luogo riutilizza in mille modi. Da vasi per giardino, a sostegni per le case, da ornamenti, a muretti divisori. Poco più di un’ora a piedi da lì, attraversando giganteschi giallissimi campi di riso, ruscelli e ponti di bamboo, per esempio, c’è il villaggio d’etnia Lao di Ban Na. Tra le case in legno, foglie e bamboo intrecciate a mano e sollevate su palafitte c’è un ristorantino e guest house. Il proprietario parla perfettamente inglese e affitta le camere a 5 mila kip per notte, 50 centesimi di euro in due, “Il bagno però è fuori” avverte quasi scusandosi …

Ci porta in giro per un sentiero sulla montagna che lui stesso ricostruisce ogni anno per andare a cacciare “dove gli altri non arrivano”. Il suo invito iniziale, declinato con cortesia, era proprio quello di portarci a sparare qualche uccello buono per la cena. “Ci veniamo con te nella giungla, ma il fucile no grazie, come se avessimo accettato”. Lì ci racconta che negli anni Settanta i combattenti del Pathet Lao avevano scelto quelle valli e quelle montagne per nascondersi dagli americani, che, neanche a dirlo, li avevano scoperti quasi subito e si erano messi a bombardare.

Gli abitanti del villaggio furono costretti a rifugiarsi in alcune grotte, ora divorate dalla giungla. Ogni giorno, per otto anni, gli aerei americani partivano dalle loro basi in Thailandia, raggiungevano il villaggio e bombardavano tutto quello che c’era intorno. Poi nel pomeriggio ritornavano indietro per ripresentarsi la mattina successiva. Ogni notte, per otto anni, le donne e gli uomini del villaggio di Ban Na uscivano dalle loro grotte per coltivare i campi di riso ancora accessibili e dare da mangiare ai figli che continuavano a nascere sotto le viscere della terra. Poi di giorno ritornavano nelle grotte e aspettavano che l’inferno finisse.

Qualcuno aveva ancora la forza di imbracciare il fucile, nascondersi tra le stesse fronde sotto le quali ora passeggiamo, e provare ad abbattere gli aerei. Ogni tanto ci riuscivano. Non serviva a calmarli, probabilmente serviva solo a farli infuriare di più, però ci riuscivano ed era la loro piccola rivincita. Keo è nato nella grotta e tutto quello che sa glielo hanno raccontato i genitori e i fratelli più grandi, ma di bombe se ne trovano ancora e il villaggio le conserva tutte. Per ricordare che nonostante tutto, le case distrutte, gli animali ammazzati, i campi bruciati, il paese ha trovato il modo di continuare a vivere senza perdere quasi nessuno.

Gli chiediamo di lui, com’è la sua vita ora. Ci dice che ha uno dei campi di riso più grandi del villaggio e una macchina per la trebbiatura che gli permette di fare in quattro giorni il lavoro che prima faceva in un mese e mezzo. Nel villaggio ce ne sono soltanto tre di macchine, così lui la affitta a chi non ce l’ha per arrotondare. Poi ha il ristorante e la guest house. “Ma il governo mi ammazza di tasse, vogliono il 30% di quello che guadagno”. Però può mandare la figlia a scuola per esempio, privilegio che lui non ha avuto. La bambina ha solo nove anni, ma vive già fuori perché la scuola femminile è in un altro villaggio. Ha una moto che gli è stata regalata da “un amico tedesco”, ma non sempre la strada sterrata che porta a Ban Na è accessibile. Quando piove diventa un fiume di fango e la moto non si riesce a portare, al paese più vicino ci si arriva ancora a piedi. Lasciamo Keo e il suo “villaggio di resistenti” alla pace della valle che si fa beffa delle bombe. Quelle ferraglie che riutilizzate in mille modi sembrano patetiche come ogni guerra. Ritorniamo nell’ex paradiso dell’oppio che ora è il nostro paradiso perduto, a godere da un’amaca della rinascita di Muang Ngoi nel turismo, del connubio felice tra gli abitanti e i viaggiatori indipendenti.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

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