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Verrebbe da dire: “O lo ami, o lo odi”. Che intendiate prendere parte alle dissertazioni fra critici, se i suoi lavori siano arte oppure no, un salto alla Tate Modern Gallery di Londra va fatto. La retrospettiva su Damien Hirst, aperta fino al 9 settembre (biglietto d’ingresso 14 sterline, ultimo ingresso alle 17,15. Venerdì, sabato e domenica fino alle 22) diventerà, che lo vogliate o meno, una tappa obbligata soprattutto se progettate un salto nella capitale britannica in occasione delle Olimpiadi. Nativo di Bristol, 47 anni, esponente della cosiddetta Young British Art, è noto per i suoi animali sezionati, imbalsamati e immersi in formaldeide, ma anche per le sue opere ispirate al mondo delle farfalle o alle suggestioni dei laboratori di anatomia e farmaceutici. Attraverso una settantina di opere la mostra alla Tate ripercorre i trent’anni di carriera di Hirst. Il primo pensiero che ti viene – una volta passate in rassegna esposizioni di pastiglie su specchiere argentate, cadaveri di mucche, squali e colombe con le interiora di fuori e giganteschi cumuli di mozziconi di sigarette (con relativo odore di fumo incorporato nell’esperienza artistica) – è che l’arte abbia salvato Hirst dal diventare un serial killer. E già questo è un punto di partenza affascinante. Non è detto invece che si salvi dal diventarlo (un serial killer, intendo) l’inserviente della Tate Modern addetto alla manutenzione dell’opera “A thousand years”.

L'opera "A thousand years"

Si tratta di una testa (vera) di mucca generante larve di mosca, che una volta dotate di ali svolazzano all’interno di una teca di vetro nutrendosi di zollette di zucchero per poi finire la propria esistenza contro una zanzariera elettrica e ricoprire il pavimento della teca stessa. “Ogni tre settimane dobbiamo sostituire la testa, chiaramente, altrimenti comincia a puzzare troppo. Ce ne procuriamo ogni volta una nuova da un macellaio della zona, ripuliamo la teca dalle mosche e il film ricomincia” mi spiega il custode della sala, metà divertito dal mio sguardo inorridito, metà fiero del suo ruolo di perpetuazione di un’opera d’arte di importanza vitale per la cultura e l’umanità (almeno lui ne sembra convinto). Critiche (manco a dirlo, in particolare da parte degli animalisti) e panegirici si sono sprecati e si sprecheranno, e – temo – non sarete certo voi a dirimere la questione. Per quanto mi riguarda una cosa è certa: gli eredi del romanticismo, quelli convinti che il compito dell’opera d’arte  sia innanzitutto quello di impressionare, suscitare un’emozione – non importa quale – nell’interlocutore/spettatore, troveranno pane per i propri denti.

Silvia Fabbi

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