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Darfur, il genocidio dimenticato

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Scritto da  Pap Khouma
Issa Adam Ahmed, 35 anni. E’ nato in Darfur: la casa dei fur. Il Darfur è una regione della Repubblica del Sudan che è situata nel nord ovest del paese. Issa ha vissuto qualche anno in Libia, è arrivato in Italia 7 anni fa, è un rifugiato politico.

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Cos’è il Darfur?

Il Darfur è stato per secoli un Sultanato indipendente. Ha avuto 27 sultani, tutti di etnia fur e dei regni vassalli. Aveva la propria bandiera e un parlamento, dove sedevano i rappresentanti delle etnie, e dei regni vassalli. L’Impero ottomano, la grande potenza dell’epoca, rispettava la sua indipendenza e i suoi confini. I popoli allogeni dadju, massalit, furono accolti bene e integrati nel vasto e poco abitato territorio. I mercanti arabi, che transitavano con le carovane o i pochi nomadi che diventavano sedentari, erano benvenuti. Ali Dinar, l’ultimo Sultano, fu compagno di scuola di Omar al Mukhtar, l’eroe nazionale libico. Al Mukhtar, il Leone del deserto, fu un capo religioso e combattente libico contro la colonizzazione italiana. Fu arrestato e impiccato nel 1931, su ordine di Benito Mussolini.

Cos’è successo dopo?

Gli inglesi arrivarono in Africa orientale e ruppero l’equilibrio secolare di tutta la regione. Nel 1916 annetterono al Sudan, con la forza delle armi, il Darfur ribelle. Da allora non ci fu più pace. Durante il periodo coloniale sono state costruite poche infrastrutture, scuole o ospedali. Dall’indipendenza, nel 1956, il nuovo stato sudanese emarginò i darfuriani nel proprio territorio. Mandò dei funzionari e dei militari del nord a governare il Darfur. I darfuriani organizzarono delle manifestazioni inizialmente pacifiche. Il governo di Khartoum le reprimeva con la violenza.

E tu, come hai reagito?

Ero un soldato dell’esercito di Khartoum, che ho dovuto abbandonare. Ho cercato di raggiungere la ribellione per difendere il mio popolo. Alla fine sono dovuto andare in esilio in Libia”.

Dalla padella darfuriana alla brace libica? Negli anni 2000, quando i libici massacrarono e uccisero centinaia di nigeriani, ghanesi, maliani, sudanesi, accusati di stupro contro ragazze libiche, c’eri anche tu?

Ero lì durante uno di quei massacri. Le accuse di stupri erano false.

In Libia vivono e lavorano milioni di europei, asiatici e africani. Perché hanno massacrato solo dei neri innocenti?

Il massacro di cui parlo è successo in una zona dove c’era una forte tensione tra libici e immigrati africani. Alcuni di quest’ultimi favorivano la prostituzione di immigrate e – cosa intollerabile per i libici – anche di ragazze libiche. Poi c’erano tanti libici ricchi che – e non era un segreto per nessuno – per sfuggire ai controlli del regime nascondevano i soldi nelle loro ville. I servizi del Colonnello, per costringerli a portare i soldi in banca, avrebbero assoldato dei subsahariani armati per terrorizzare e fare rapine nelle ville. Le vittime denunciavano l’accaduto alla polizia, che non interveniva. Questi due fatti sono stati usati per scatenare il linciaggio di tutti i neri, colpevoli o innocenti. Quello di cui parlo io è avvenuto proprio alla vigilia del vertice dei capi di stato dell’Unione africana in Libia, in cui Gheddafi teneva particolarmente a dimostrare loro il suo prestigio. Ma i suoi nemici interni, che lo volevano screditare di fronte al mondo, hanno approfittato di questa occasione per scatenare il caos. Nella Libia di Gheddafi erano frequenti le cospirazioni tra tribù rivali.

Gheddafi aveva dei soldati regolari di nazionalità libica ma con la pelle nera? Quasi un terzo dei cittadini libici ha la pelle nera. Ma, sconfitto il nemico, i ribelli del Cnt* hanno torturato e assassinato le persone con la pelle nera accusandoli di essere dei mercenari del Colonnello?

Gheddafi reclutava nelle sue truppe anche mercenari sudanesi, maliani, mauritani, nigeriani, ecc.

Ma le vittime del massacro erano immigrati indifesi.

Fu una reazioni disumana. La fine dell’era Gheddafi non ha risolto né le assurde rivalità tra le tribù né l’assenza di regole o di giustizia. Il Colonnello teneva i suoi all’oscuro dei fatti libici e del resto del mondo. I pochi che viaggiavano o studiavano all’estero erano sospettati e rischiavano l’emarginazione persino all’interno delle proprie famiglie o il carcere al ritorno in patria. Stampa estera e televisioni arabe, compresa Al Jazeera, erano bandite dal regime. I libici non sono malvagi ma, dopo quattro decenni di dittatura, sono rimasti pericolosamente ignoranti e imprevedibili.

I libici chiamano i neri: africani, come se loro non lo fossero?

Prima chiamavano tutti i neri sudanesi. Ora definiscono sudanesi solo i neri che parlano arabo e tutti gli altri sono chiamati africani. Hanno un legame storico con i sudanesi. Quando non c’era la manna del petrolio, i libici andavano nel Dafour confinante per procurarsi i prodotti di prima necessità. Il popolo libico ha ancora una grande stima per i darfuriani.

Come la situazione attuale del Darfur?

Nel 2002 è scoppiata la ribellione armata contro le violenze del regime del generale Omar al Bashir, giunto al potere in Sudan, con un colpo di stato nel 1989. All’inizio, stampa internazionale, osservatori, Ong, alcuni stati africani, Onu, prestavano molto interesse alla sorte dei darfuriani; dal 2005 hanno dedicato più attenzione al dramma del Sud Sudan, che era in guerra contro lo stato centrale da decenni.

L’Onu mantiene degli osservatori e una forza di militari di pace nel Darfur?

Sono forze insufficienti e che si limitano a osservare mentre milioni di darfuriani muoiono nei campi. Non hanno mandato di attaccare i janjaweed o i soldati del dittatore Bashir. Volevo raggiungere una delle tante formazioni armate che difendono le donne e i bambini dei villaggi. I ribelli combattono con mezzi scarsi mentre Bashir e i suo soldati massacrano le popolazioni con cacciabombardieri e mezzi corazzati. Le Ong basate a Khartoum subiscono le pressioni del governo, per non perdere i visti ed essere cacciati via. Il Darfur è molto vasto, ci sono campi profughi che si trovano in zone difficilmente raggiungibili con gli aiuti. Noi darfuriani fuoriusciti mandiamo dei soldi ai campi profughi, organizziamo manifestazioni pacifiche nelle piazze delle capitali occidentali, per richiamare l’attenzione dell’opinione internazionale. I miei genitori e parte della mia famiglia vivono in un campo di sfollati. Non li vedo da dieci anni. Attualmente c’è un’emergenza umanitaria peggiore di quanto media e Ong riescano a riportare. Il governo di Bashir ha sulla coscienza centinaia di migliaia di morti innocenti e milioni circa 3 milioni di sfollati. In Darfur è in corso un genocidio silenzioso.

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Chi sono i janjaweed?

Sono degli arabi neri del Sudan, come il Presidente Omar al Bashir. Si spostano a cavallo o con veloci fuoristrada per attaccare i villaggi e i campi profughi. Sono ben armati e vogliono far credere che si battono per difendere la causa della loro etnia. In realtà, il 90 per cento dei janjaweed fa parte dell’esercito regolare di Bashir. Sono armati e pagati dal suo governo.

Il Darfur vuole l’indipendenza come il Sud Sudan?

Non ci sono richieste d’indipendenza. Vogliamo solo vivere in pace in un Sudan federale e democratico, dove siano rispettati i diritti di tutte le 140 etnie e le diverse religioni. La regione del sud del paese è diventata indipendente dopo una guerra definita etnico-religiosa che è durata dei decenni. Ora si chiama Repubblica del Sud Sudan ed è riconosciuta dall’Onu e dalla comunità internazionale.

Leggi tutta l’intervista su Assaman

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