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Kratie, una piccola cittadina che, come tante altre, vive spinta dal lungo corso del fiume Mekong, doveva essere una fermata veloce, per spezzare il viaggio verso il Nord-Est del Paese, così vicino e così lontano, data la qualità dell’asfalto che si sgretola al passaggio dei trattori.

Si è rivelata invece l’esempio dell’essenza rurale e fluviale della Cambogia, di quanto ha ancora da guadagnare e di quello che rischia di perdere.

Il padrone neozelandese della guesthouse dove posiamo i nostri pesanti zaini ha affondato il passare degli anni nel Mekong. L’Asia la conosce bene, dai tempi in cui veniva a passare buona parte dei suoi dodici-anni-dodici di università, magari soggiornando in Thailandia. Aveva vent’anni Andrew, e per sfida attraversava i confini con il Laos e la Cambogia, anche solo per un giorno, evitando i controlli. Si siede con noi sul balcone che dà il nome all’ostello che ha aperto qualche anno fa, mentre il sole da piombo sulle teste diviene un riflesso del fiume nei nostri occhi. Indossa un sarong, una sorta di pareo femminile tipico delle donne khmer e una inspiegabile felpa. Ha molti vizi e molti tic, apre l’ennesima birra.

“Andrew, ci sono davvero i delfini Irawaddy qui a Kratie?”. Sì, ci sono. Sono poche decine, pochissimi ormai. Sono timidi, non vengono a giocare intorno alle barche come i più famosi cugini d’acqua salmastra. Tra vent’anni, non ci saranno più. Un ricercatore del WWF ha dimostrato che il Mekong è ripieno di tossine, che si trovano anche nei delfini, rendendo più ardue le loro funzioni vitali. Come risultato, il WWF è stato estromesso dal bacino fluviale, il ricercatore non può più prendere nemmeno una canoa. Secondo Andrew “ai cambogiani non piace che venga detto loro che c’è qualcosa che non va.”.

Il giorno dopo la prendiamo noi una barca. Ci portano su un’isoletta che pare un mondo perduto, con il tempo segnato da una clessidra che lentamente si svuota. Niente auto, innanzitutto, ma qualche motorino si fa strada tra le biciclette. Case in legno, ma solide e ben fatte. Le date di costruzione vengono elegantemente esibite sulla decorazione dei tetti, per la gran parte limitate agli ultimi anni: il legno e il monsone non vanno d’accordo. Decidiamo di goderci l’isola e la giostra del sole e della luna piena dagli scalini di una famiglia che per qualche dollaro destinato alla comunità accoglie i turisti e cucina ottimi pasti. Nel mezzo dell’isoletta, una scuola, una pagoda, e risaie accese di verde e giallo su cui risaltano le vesti dei contadini che arano i nuovi campi. Dagli alberi pendono enormi agrumi succulenti, i pomelo! La “nostra” famiglia ce ne offre uno. Sono tanti figli, ho perso il conto. Dormono tutti a terra nello stanzone della palafitta, su materassi finissimi. Eppure ci sono due camere vuote con due letti morbidissimi. Mangiano e cucinano sui tappeti. Eppure c’è un bel tavolo in legno con quattro sedie, che però usiamo solo noi.

Diamo per scontato che la crescita economica porterà i frutti tanto attesi. Succederà anche a loro quello che è successo a noi? Getteranno alle spalle il loro tesoro agricolo per un posto da commessi? Faranno figli che non sapranno come innaffiare la terra, perché a scuola bisogna tutti imparare il latino e il pomeriggio andare in palestra? Schiavizzeranno gli immigrati pagandoli una miseria per prendere il raccolto, distruggendo così una fonte di lavoro onesto? Additeranno il mondo contadino come portatore di miseria e ignoranza invece di trasformarlo a loro vantaggio senza perdere i ritmi cadenzati e stagionali?

Mentre circumnavighiamo i terreni in bicicletta, si avvicinano delle bambine. Una di loro ci sorride, scarta una chewing-gum e getta a terra la confezione. La raccolgo, e lei ride come se avessi fatto la cosa più strana del mondo. Ecco spiegata in un solo gesto la cascata di plastica che dal mercato di Kratie, sulla sponda opposta, rotola verso il fiume. Ma la bimba pensa che la plastica sia come i semi di pomelo, chissà che non ci cresca un albero.

La sera scende presto ed ascoltiamo i suoi richiami dai gradini della casa. La luna sorge di fronte a noi soffiando via le stelle e portando una scia della sua polvere notturna sul fiume. Il fiume…Il giorno dopo ci concediamo ancora a lui ed eccoci ricompensati dai delfini, di cui intercettiamo il passaggio. A coppie o a gruppi di tre spuntano appena con il loro muso sorridente, a pochi metri da noi. Troppo veloci, troppo goffi per saltare, sfuggono agli obiettivi delle fotocamere e salutano il tramonto in una danza confortante.

Ancora una birra al balcone, poi il giorno successivo arriveremo nell’ultima tappa del Nord-Est, Rattanakiri. La strada è breve, ma solo parzialmente asfaltata.

“Andrew, perché le strade in Cambogia sono nuove, ma piene di buche?”. I fondi non bastano per una strada seria. Lo strato di asfalto è sottilissimo, come i nostri materassi dell’indimenticabile notte nella casa di campagna, sul Mekong.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

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