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Denunciare abusi sessuali in una scuola del Mozambico

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Vorrei iniziare con una definizione : E’ possibile definire l’abuso sessuale in modi molto diversi. Una definizione generale soddisfacente può essere quella che fornisce Montecchi (1994): «il coinvolgimento di soggetti immaturi e dipendenti in attività sessuali, soggetti a cui manca la consapevolezza delle proprie azioni nonchè la possibilità di scegliere. Rientrano nell’abuso anche le attività sessuali realizzate in violazione dei tabù sociali sui ruoli familiari pur con l’accettazione del minore»  (http://www.abusosessuale.com/).

Mi trovo a Lamego, piccolo villaggio mozambicano, situato nella provincia di Sofala. Lavoro, come volontaria, presso una scuola professionale, frequentata per lo più da ragazzi/e di età compresa tra i 16 e i 20 anni.

Il mio rapporto con gli studenti è di tipo confidenziale. Mi parlano dei loro sogni e delle loro speranze, scherzano e addirittura le ragazzine fanno a gara per farmi “l’acconciatura mozambicana”. Proprio una mattina, tre studentesse vengono a casa per farmi i capelli e si fanno delle confidenze. Percepisco che una di loro ha un rapporto un po’ troppo stretto con uno dei professori mozambicani della scuola.

H. ha solo 16 anni. Non dico niente ma sono preoccupata. Così, il giorno seguente faccio un po’ di domande, in giro per la scuola, e alcuni studenti mi rivelano storie che sono testimonianze di  veri e propri abusi sessuali compiuti da più professori con varie studentesse, quasi tutte minorenni. Abusano del loro corpo, offrendo loro telefonini o ricariche telefoniche se non una promozione a scuola. Chi di loro decidere d’interrompere il rapporto, viene bocciato.

Non so che fare, non ho idea di come potermi muovermi. Sento solo tanta rabbia e una voglia di andare a scuola a prendere a pugni in faccia alcune persone. Ma non posso, ho bisogno di certezze, prima di poter accusare. Mi consulto con i colleghi volontari e con i miei genitori e decido, al contrario di quanto da loro consigliato, di continuare le mie ricerche. Parlo con la direttrice della scuola, che alla notizia rimane impietrita e mi esterna la vergogna per i professori mozambicani che abusano delle studentesse. Le faccio presente che anche in Italia e comunque in tutto il Mondo, purtroppo, esistono storie simili.

Con il suo consenso, formulo un questionario da somministrare a tutti gli studenti, in forma anonima. Ricevo i ragazzi a casa mia, in modo tale da farli sentire più liberi nel parlare. Dico loro : “La direttrice della scuola vorrebbe iniziare delle migliorie nella scuola e ha bisogno dei vostri pareri, per capire quali siano i problemi fondamentali , per cercare di affrontarli e risolverli”.

Affrontiamo il tema della mensa scolastica, dormitorio, biblioteca , fino ad arrivare al rapporto esistente tra alcune studentesse e i professori.  Sento storie agghiaccianti. Alcune di loro sono rimaste gravide dei professori e hanno abbandonato gli studi, una ha abortito affidandosi al “curandeiro”  (stregone) ed è morta. Uno dei professori in questione è sieropositivo. Possiamo immaginare le conseguenze.

Durante un consiglio di classe, la direttrice fa presente a tutto il corpo docente, che si stanno svolgendo delle verifiche per cercare di capire la veridicità della tesi da me sostenuta riguardante gli abusi sessuali.  La loro reazione è scandalosa: mi ridono in faccia, mi accusano di “rovinare l’armonia tra professori e studenti”. Io reagisco, molto ingenuamente, affermando che andrò fino in fondo a questa storia. Da quel momento in poi, infatti, ho paura di uscire per il villaggio durante le ore notturne, per paura di rivendicazioni.

Immediatamente i ragazzi iniziano a non presentarsi più a casa, per evitare di rispondere al questionario, e i pochi che si presentano dicono di non sapere niente. Non riesco più ad avere informazioni.  M’intestardisco e scrivo un Report, in cui espongo la circostanza e lo mando a Maputo, alla sede centrale dell’Organizzazione per la quale lavoro e della quale la scuola dove opero, fa parte. Ricevo solo false promesse , nessuno interviene. Decido così di mandare il medesimo documento in Danimarca, nella sede presso la quale ho svolto la mia formazione di cooperante prima della partenza. Ricevo, a quel punto, una pronta risposta. Gli ispettori dell’Organizzazione  arrivano a Lamego, e rimangono per due settimane nella scuola, svolgendo interrogatori.

Per me sono gli ultimi giorni in Mozambico. Lascio il villaggio di Lamego e mi dirigo verso Maputo, ma il giorno prima della partenza un mio collega volontario mi manda un sms in cui mi dice che due professori sono stati espulsi dalla scuola e dall’Organizzazione. Riesco ad essere felice solo per poco. Quello che mi ferisce di più è sentirmi dire da molti europei e mozambicani, che nei Paesi Africani tutto questo è normale. Non può esserlo, non deve esserlo. L’abuso sessuale è tale a prescindere dal Paese nel quale esso di compie. Deve essere denunciato in Italia così come in Mozambico. Le vittime mozambicane  non valgono meno di quelle provenienti da altri Paesi. Non è e un può essere considerato NORMALE.

Alessandra Mocco

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