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Un anno, un mese, un giorno più tardi. Mentre l’occidente ancora si leccava le ferite delle torri gemelle e preparava la sua nefasta vendetta, il 12 Ottobre 2002 tre bombe furono fatte esplodere a Bali, Indonesia, uccidendo 202 persone in quello che rimane uno degli attentati più violenti nella storia del Sud-Est asiatico. Due bombe furono fatte esplodere a Kuta, meta turistica rinomata per le sue spiagge. La prima era contenuta in uno zaino e fatta esplodere durante la movida notturna, nel centro della città. La seconda era contenuta in una vettura parcheggiata non molto lontano, ed era controllata a distanza nel caso in cui l’attentatore suicida cambiasse idea all’ultimo istante. La terza bomba fu fatta esplodere nella capitale Balinese, Denpasar, nei pressi dell’ambasciata statunitense, ed era caricata con escrementi umani. L’attentato fu rivendicato da membri dell’organizzazione Jemaah Islamiyah, gruppo estremista islamico collegato ad Al – Qaeda.

Delle 202 vittime, ben 88 erano cittadini australiani. L’attentato fu subito percepito dal governo dell’allora primo ministro John Howard come un attacco diretto alla propria nazione. Il ritrovamento di una audiocassetta confermò le prime impressioni: la voce registrata di Osama Bin Laden, o di chi si spacciava per l’allora leader del movimento jihadista, era indirizzata contro quello che vedeva come il principale alleato degli Stati Uniti nella guerra al terrore, nonché artefice primario della liberazione di Timor East. La reazione del paese con la più alta densità di osservanti mussulmani non si fece però attendere: negli anni successivi, durante controversi processi, gli artefici dell’attentato sono stati giustiziati o incarcerati dal governo Indonesiano.

Dieci anni dopo, il ricordo della tragedia è ancora vivo, così come la paura di nuovi attentati in occasione delle celebrazioni in atto nelle principali città australiane. Molti sopravvissuti sono combattuti tra la voglia di tornare nell’infausto luogo, almeno per un giorno, per commemorare chi non ce l’ha fatta, e la paura di rivivere i propri fantasmi. Il primo ministro Julia Gillard ben sottolinea che nella pur breve storia australiana c’è una linea di demarcazione netta tra quello che è accaduto prima e dopo di Bali. Tuttavia, se la guerra al terrore può davvero dirsi vinta, ciò non deriva dalla decapitazione delle cellule più in vista di quel cancro, bensì dalla constatazione del fatto che, adesso, le relazioni tra Australia e Indonesia sono tornate a fiorire.

Alessandro Vignale

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