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Probabilmente Rafael Correa ieri sera non pensava a Lenin, ma la parola “revolución” è stata presente nel discorso che ha fatto poco dopo la sua terza vittoria nelle presidenziali. “Questa rivoluzione non la ferma niente né nessuno”.

“Oltre ad aver consolidato la rivoluzione, adesso sì abbiamo un movimento politico con capacità di manifestarsi”, ha assicurato il presidente appena riconfermato.

Probabilmente non sa molto di Antonio Ingroia, ma chiama il suo operato come “rivoluzione cittadina”. Una rivoluzione c’è dal momento che con questi quattro anni che partiranno a maggio, si raggiungeranno i 10 anni al potere di uno stesso presidente, una stabilità prima irraggiungibile nel paese andino.  

Probabilmente Rafael Correa non sa troppo nemmeno di Beppe Grillo, ma il suo discorso sembra chiaro: “Qui non comandano più la partitocrazia, il potere mediatico, ne le burocrazia internazionali. Con questa rivoluzione la comanderete voi, gli ecuadoriani e ecuadoriane”.

Di sicuro, però, che Lenin, Ingroia e Grillo non sono niente in confronto di Chávez, Morales e Castro nella testa del ecuadoriano. Ha molti punti in comune con altri leader della regione, come il suo amico venezuelano rientrato oggi a Caracas che ha visitato quando era in ricovero a Cuba, e cui ha dedicato la vittoria. In effetti, Correa si è ricordato ieri della “Patria grande” americana.

Ma l’alleato principale per la sua economia si chiama petrolio, uno dei motivi che gli hanno permesso 7000 chilometri di autostrada e triplicare i soldi destinati alla salute e all’istruzione. Certo che solo con “l’oro nero” non si fa troppo, e lo dimostra il fatto che le finanze venezuelane non stanno passando un periodo così positivo come quella ecuadoriana, nonostante la quantità di petroleo.

Quanto di rivoluzionario è il governo di Rafael Correa? “Senza dubbio che c’è un prima e dopo la sua presidenza. Prima era chiara la presenza del neoliberismo. Si è visto un miglioramento in sanità, nell’istruzione, abitazioni, autostrade; si tratta di cambiamenti storici. Comunque, dalla sinistra viene criticato di farlo senza partecipazione delle organizzazioni sociali. Si tratta di uno stile autoritario. Correa ha accentrato il potere”, spiegava a LatinoAmericando lo scorso mese il professore di Etica professionale Boris Tobar, dell’Università Cattolica di Quito.

Il docente comunque qualifica come molto positivo il processo di integrazione regionale. “Si tratta senza dubbio di una forma di sovranità che da dignità ai popoli latinoamericani”, in una regione che prima era il “retrobottega” degli Stati Uniti. “Questo è un suo grande merito a livello di politica internazionale”, ha aggiunto Tobar. La stessa dignità che ha dimostrato nel caso di  Julian Assange di Wikileaks e che gli ha fatto guadagnare consenso tanto a livello regionale come all’interno del Paese. Non è poi così strano trovare leader che si muovono in politica estera con un occhio alla politica interna. Su questo punto specifico, Correa non si può chiamare rivoluzionario. 

L’unico dubbio che restava fino a ieri era se c’era o meno bisogno del ballottaggio, ma il circa 56,7 per cento ottenuto, ha fugato subito qualsiasi dubbio. Le elezioni erano vinte già da prima, con candidati dell’opposizione consapevoli della sicura vittoria dell’economista, tra cui l’ex banchiere Guillermo Lasso che avrebbe presso il secondo posto con circa il 24 per cento dei consensi. Se questi dati vengono confermati, le elezioni coincidono con i sondaggi più ottimisti per il governo.

 

Gustavo Claros


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