Italia, la fuga delle idee

Redazione Padova - 18 dicembre 2012

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Egitto, i "sì" alla Costituzione vincono

Redazione Padova - 18 dicembre 2012
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Da Infinito Edizioni, Di Giuseppe Acconcia, autore del libro “La Primavera egiziana e le rivoluzioni in Medio Oriente

Mentre i seggi erano ancora aperti nella notte di sabato, Libertà e giustizia già diffondeva i risultati parziali e cantava vittoria. È ormai una scena che si ripete per la terza volta, dopo le elezioni parlamentari del 2011 e le presidenziali del 2012. Ma qualcosa è cambiato: i Fratelli musulmani incarnano il regime e i rivoluzionari le opposizioni, occupando lo spazio pubblico ma senza voce in capitolo nelle decisioni politiche. Non solo, la nuova Costituzione è divenuta lo strumento fondamentale del movimento islamista per imporre la sua visione di Stato, società e del loro rapporto. A questo va aggiunto che la Carta fondamentale è stata scritta dall’Assemblea costituente, scelta da un parlamento a schiacciante maggioranza islamista, poi sciolto per irregolarità nella legge elettorale da parte della Corte suprema. Nel bar Sehreia di Sayeda Zeinab la delusione era palpabile sabato notte. «I Fratelli musulmani dicono di aver vinto con il 75%, ormai si ripeterà lo stesso plebiscito del referendum costituzionale del 2011», assicurava sconsolato Ahmed, studente di Legge. La piccola speranza (in questi vicoli è sempre stata flebile) che i Fratelli musulmani potessero incarnare le richieste della rivoluzione, la notte del Referendum era completamente sparita.

Ma con il passare delle ore, come spesso capita in Egitto, tutto è cambiato. La mattina di domenica, quando tutte le schede nelle province egiziane erano state contate, la televisione di Stato ha diffuso i risultati ufficiosi aggregati. Anche tra gli uomini vicini al presidente, nel partito Libertà e giustizia, nel movimento dei Fratelli musulmani, le reazioni di giubilo si sono fatte composte e attendiste. I «sì» alla Costituzione, voluta da islamisti e salafiti, sarebbero in vantaggio solo di qualche punto, toccando appena il 56,6% dei voti. Se questo risultato dovesse essere confermato, si tratterebbe di una pesante sconfitta per i Fratelli musulmani. Al referendum costituzionale del 19 marzo 2011 per approvare i controversi punti, decisi dall’esercito che emendavano la Costituzione in vigore, i «sì» avevano toccato il 77%. Da quel momento l’accordo tra islamisti e giunta militare per alterare le richieste della piazza è apparso determinante. Ma i Fratelli musulmani hanno continuato ad attendere, usando la piazza nei momenti cruciali per manifestare il loro spirito reazionario fino al novembre del 2011, quando per partecipare alle elezioni parlamentari hanno abbandonato gli attivisti liberali e socialisti al loro destino. Qualche mese più tardi, le lunghe procedure elettorali che hanno portato all’elezione della nuova Assemblea del popolo hanno sancito la definitiva maggioranza parlamentare vicina ai Fratelli musulmani con il partito Libertà e giustizia al 45% e l’inatteso risultato dei salafiti al 23%. Sembrava un giorno storico per l’Egitto che riscattava politici rimasti in prigione per decenni, oggetto di una continua strategia di concessioni e repressione da parte del regime dell’ex presidente Hosni Mubarak che ne aveva ridimensionato la loro carica organizzativa.

Ma il punto più alto i Fratelli musulmani l’hanno ottenuto con la vittoria alle elezioni presidenziali di Mohammed Morsi. Una vittoria che poteva essere scippata dall’ultimo primo ministro vicino all’ex rais, Ahmed Shafiq. Anche se l’intera procedura elettorale è stata forzata con la cancellazione di candidati scomodi, come l’ideologo islamista Khayrat Shater e il salafita Abu Ismail. Da quel momento i Fratelli musulmani hanno dimostrato di agire seguendo interessi di parte e come delegati dell’esercito. Hanno sostituito alle logiche di capitalismo clientelare prodotte dalle politiche di liberalizzazione economica volute da Mubarak, un sistema familistico-assistenziale basato sulla finanza islamica e il ricorso retorico alla sharia. Ma queste parole non hanno convinto metà degli egiziani che dopo il decreto costituzionale del 22 novembre 2012 hanno finalmente fatto sentire la loro voce bocciando la nuova Costituzione. Queste opposizioni hanno ben chiaro il sistema di assistenzialismo diffuso che la Fratellanza vorrebbe creare per garantire la sopravvivenza della sua base elettorale e in via marginale del resto della società egiziana, riproducendo la cronica dipendenza dei poveri dagli aiuti di Stato: da pensioni per anziani e invalidi a vitalizi per i martiri della rivoluzione, da assistenza sanitaria nelle strutture gestite prima dal movimento e ora dallo Stato fino al finanziamento pubblico alle scuole islamiche. Nel lungo periodo questo potrebbe determinare la creazione di una polizia morale che applichi i princìpi previsti in questa Costituzione e di forze paramilitari su base assistenziale, sul modello dei basijiiraniani.

Ma le scelte dei Fratelli musulmani vengono messe in discussione da molti dei loro antichi sostenitori, soprattutto in merito alle decisioni in politica estera. L’alleanza con gli Stati Uniti appare più solida che mai, così come gli Accordi di Camp David con Israele. Per molti egiziani, l’accordo, siglato al Cairo tra Hamas e governo israeliano lo scorso novembre, ha sancito il definitivo sostegno del Cairo ai moderati di Hamas, vicini al primo ministro Ismail Haniyeh, a favore di un’intesa per l’unità nazionale palestinese con Fatah e il presidente Abu Mazen. Questa posizione lascia irrisolte le questioni della militarizzazione del Sinai, del controllo israeliano sul valico di Rafah e indebolisce l’Egitto come interlocutore credibile per la difesa dei diritti dei palestinesi.

Ci sono molte ombre e poche luci in quest’esperienza al governo degli islamisti. Per questo Morsi cerca di tornare al riparo in extremis e chiama di nuovo al dialogo le opposizioni che avevano declinato l’invito la scorsa settimana. Ma il premio Nobel Mohammed el-Baradei chiede di invalidare l’intero referendum. Finalmente le forze laiche e socialiste sembrano uscire dal ghetto dove si erano cacciate chiedendo oggi di scendere in piazza per sancire il buon risultato elettorale dell’«altro Egitto».

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