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15 agosto 2010

In questa giornata di Ferragosto, pensavo a un solito giretto al bazaar, ma a un’ora circa di aereo da quì. Mi son spostato verso sud, passando dalla regione nord-ovest di Herat, a sud, in quella di Helmad, dove dal “Comando Italiano” si va verso quello “Britannico”.

Ho avuto “un posto speciale” per un’operazione da svolgere in giornata e ne approfitto perché sono uno di quelli che dovrò andare per l’appunto, in giornata a Camp Bastion per ritirare alcuni rifornimenti.

Mi accomodo in aereo, è un C130.

“E’ un aereo molto grande, robusto e affidabile, capace di volare anche per sedici ore di continuo”, ci spiegano i nostri accompagnatori di viaggio.

Questi sono voli di routine da queste parti, e servono per permettere a personale e materiali, di spostarsi da una base all’altra, all’interno dell’Afghanistan.

I ragazzi che ci accompagnano, durante il volo, raccontano un po’ del loro lavoro.

Fanno parte dell’equipaggio fisso di volo, è personale della nostra Aeronautica militare: assistono i piloti dei C130 durante i loro voli, sono spessissimo fuori casa, hanno alle spalle ore e ore di volo…

Anche quando non sono in missione all’estero e lavorano in Italia, continuano a volare, o per addestramento o per semplici viaggi per portare personale o materiale da un Ente all’altro dell’Aeronautica.

Il volo è la loro passione, ci raccontano, e a stare in un ufficio “morirebbero” anche se condurrebbero sicuramente una vita più comoda e agiata.

Alcuni di loro hanno famiglie e figli che in Italia li aspettano: “Per loro è un sacrificio superiore al nostro”, dice un ragazzo che è seduto al mio fianco, “almeno noi lo facciamo con piacere perché siamo appassionati, ma per chi è a casa che ti aspetta è dura, sono questi i momenti di tristezza che abbiamo, soprattutto quando siamo qui, ma ci consola il fatto che tutto ciò che facciamo, è per l’Afghanistan”.

Di fronte a noi, un altro più “anziano” ci osserva e appena il suo collega smette di parlare, ci sorride richiamando la sua attenzione: “ A me mancano due anni per la pensione, volo da quando avevo venticinque anni, e a ogni missione, a ogni volo che partecipo, per me è sempre un’emozione in più…”.

Quando gli chiediamo quali sono o sono stati i momenti più belli delle sue missioni, ci risponde: “Ogni volta che sei tra le nuvole è sempre bello, ma ciò che mi fa aprire il cuore, è quando trasportiamo e distribuiamo generi alimentari e farmaci a chi ne ha bisogno, e qui in Afghanistan ci capita spesso: sono questi i momenti che mi fanno essere fiero di essere un militare italiano e far parte del nostro Stato”.

Atterriamo a Camp Bastion, base militare inglese, non lontano da Lashkar Gah, capoluogo della provincia di Helmand, per l’appunto, nel mezzo di una zona desertica, lontano da aree abitate, dove si respira solo polvere e il sole è cocente: qui è la zona dell’Afghanistan dove si produce più oppio, ed è la prima regione al mondo, così come ne è la zona più “calda” nella guerra contro i talebani.

Un Ferragosto atipico il nostro: penso ai milioni di italiani che stanno affollando le nostre spiagge tra traffico e confusione, qui invece, oggi, sembra ci sia pace e tranquillità, per fortuna…

Non lontano da qui, si arriva a Musa Qaleh, che fino all’anno scorso era considerata una zona ad alta concentrazione di insorti talebani, come un po’ tutta la provincia di Helmand, ora la situazione sembra migliorata, anche se le perdite tra le truppe NATO continuano ad esserci.

Proprio qui, due giorni fa, fonti ISAF, comunicavano che due soldati sotto Comando NATO, di nazionalità americana, mentre operavano, hanno perso la vita a seguito di ferite riportate dopo aver subìto attacchi da insorti terroristici.

L’agguato si è consumato nella zona sud dell’Afghanistan e dei due militari morti, inizialmente non ne era stata precisata la nazionalità, solo dopo alcune ore si è saputo che fossero americani.

Un inizio del ramadam, “contornato” da sangue, insomma, assolutamente non di buon auspicio, a poco più da un mese dalle elezioni politiche previste.

Girando per Camp Bastion, ho notato un’ingente presenza di militari americani: motivo che ci spiega perchè risulta essere una loro roccaforte e se ne contano circa 40 mila in tutta la provincia.

Questa base è in un punto di snodo. Da qui, con gli elicotteri si va avanti fino a portare i militari verso le varie postazioni, tra cui quelle di prima linea come Musa Qaled, dove sono attestati gli americani.

I voli tra nuvole di polvere, sia per elicottero che per aereo, sono continui e permettono di distribuire i militari fra tutte le postazioni sparse nella provincia.

Come oggi, Ferragosto, che qui è una giornata come tutte le altre, in giro si vedono militari che anche se non sono impegnati nei servizi di controllo, sono comunque sempre in addestramento, cercando, soltanto nei momenti di riposo, di avere una parvenza di vita normale.

A uno di loro abbiamo chiesto come si fa a convivere ogni giorno con la paura, e a sopportare tutto quello che questo genere di vita impone. Lui senza un minimo di esitazione e con atteggiamento deciso: “Noi sappiamo a che cosa andiamo incontro e lo facciamo perchè, il nostro compito è quello di portare a termine una missione ed è questo il motivo per il quale ci siamo arruolati e continuiamo ad addestrarci”.

Stupiti per la ferma compostezza delle sue parole, non ci siamo sentiti di chiedere altro….

Terminato la nostra visita, siamo tornati ad Herat: “Missione compiuta”.

Ritorniamo in aereo, lo stesso aereo che ci ha portato qui. Il nostro viaggio è stato brevissimo, ma molto intenso: un altro lato della guerra, quello della parte americana, dove il quantitativo di personale impiegato è il piu’ alto di tutta la Coalizione. Qui la guerra fa piu’ vittime. E’ un’altra realtà afghana, un po’ diversa paesaggisticamente da quella di Herat, perchè più calda e polverosa e forse più dura per la presenza di una più alta concentrazione di guerriglia.

Con un’esperienza in più da raccontare e una nuova realtà vissuta in pochi istanti, ritorniamo ad Herat, tra la nostra gente.

 

 Quattro Gi

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