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Fra le sanguisughe e l'orchestra naturale della giungla

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Da Krong Koh Kong dritto fino al Golfo di Kompong Som, a nord di Sihanoukville, corre il Cambodian Koh Kong Conservation Corridor, enorme corridoio di siti naturali, grande come la Costa Rica, aperto ai viaggiatori da pochissimi anni.

Partiamo da Koh Krong, località costiera a sud ovest in direzione delle Cardamom Mountains. Cinque ore in bus dopo, siamo nel bel mezzo del nulla. Sole battente e polvere. Siamo gli unici a scendere qui. Neanche il tempo di accorgerci che non c’era proprio niente intorno, se non una strada che si perde all’orizzonte nella giungla  e piantagioni di canna da zucchero accanto, che si avvicinano due moto, “Chi Phat?”, sì, Chi Phat, dobbiamo andare lì… “Five dollars”. E sia.

Al mio guidatore mancano distintamente due denti davanti, il che assorbe tutta la mia attenzione per i minuti successivi, non so se ci siamo detti altro, comunque montiamo in sella a questi due “moto-taxi”, con gli zaini in spalla che ci danno la sensazione di cadere indietro in ogni momento.

Via per quaranta minuti in corsa su una strada sterrata, color nocciola,  battuta dal sole e immersa nelle canne da zucchero, alte, appena piegate dal vento,  azzurro-argentate. Forse il tempo si è fermato per un po’, è una di quelle cose che ti restano appiccicate addosso, perciò ho pensato che non scenderò mai da quella moto. Anche quando sarò tornata alla vita “normale”, sembrerà che mi trovi lì, ma con la testa starò ancora correndo su una moto, su quella strada color nocciola battuta dal sole, affogata nell’azzurro-argento. Sto lì e nessuno potrà portarmi via.

La moto però a un certo punto si ferma e ci lascia davanti alla sponda di un fiume. “Aspettate qui”. Ok… i nostri “taxi” tornano indietro, al loro posto si avvicina un ragazzino in barca a remi che ci traghetta dall’altra parte. Siamo arrivati a Chi Phat. Fino a qualche anno fa era un villaggio che si teneva su con la caccia e la deforestazione.

Poi è arrivata una Ong: Avete presente i soldi che guadagnate vendendo tigri, elefanti e legna? I cacciatori li trasformate in guide e con il turismo sostenibile ne guadagnate il doppio. Hanno provato e ci sono riusciti splendidamente. Peccato siano arrivati un po’ tardi, quando la maggior parte degli animali erano stati già razziati: “Se prima ce n’erano 100, ora ce ne sono 10”, ci racconta un ex cacciatore convertito al turismo. E tu quali animali cacciavi? “Quelli piccoli, i maiali selvatici per esempio” Le tigri? “No, quelle mai, ma andavano per la maggiore”. Ma che ve ne fate della tigre, vendete la pelliccia? “Usiamo tutto, pelle, carne, ossa, della tigre non si butta via niente” (Ma non era il maiale quello?). Gli elefanti no, non gli piacciono proprio. Una volta, ci racconta, “un suo amico” ne stava cacciando uno e quello si è spaventato e ha schiacciato la testa del suo cane. Non ne vuole sentir parlare.

Ora il 50% di quello che il villaggio guadagna con i trekking, le guesthouses, le gite in barca, viene diviso per tutta la comunità. Nessun albergo di gestione occidentale, nessun ristorante, nessun negozio, nessuna multinazionale. Si può scegliere di alloggiare in “homestay” cioè affittando una stanza in casa di una famiglia, in “guesthouse”, una sorta di ostello gestito da gente locale, o in un lodge sul fiume gestito dalla Wildlife Alliance, l’Ong che ha dato vita a questo miracolo. Il ricavato si divide e la metà si distribuisce a tutti, anche a chi non è coinvolto direttamente, ma lo è nella misura in cui è costretto a vedere in strada strana gente bianca che si comporta in modo bizzarro. Il cartello all’ingresso ti informa su quali comportamenti sono considerati una mancanza d’educazione dagli abitanti del luogo: tenersi per mano, regalare oggetti ai bambini, mostrare la pianta del piede. Meglio saperlo.

Si può scegliere tra una rosa di percorsi esplorativi nella giungla, a piedi o in mountain bike, in giornata o fino a quattro giorni. Noi abbiamo scelto di passare la prima notte in famiglia e poi partire per un’escursione a piedi di una notte e due giorni nella giungla.

Sveglia alle 5 e un’ora in barca per raggiungere il punto dal quale comincia il viaggio a piedi, una trentina di chilometri in due giorni. Consumiamo la nostra colazione, riso, carne e uova, impacchettata nelle foglie di banana, mentre la barca scivola sul fiume che è come un lungo nastro di raso, si sgualcisce un po’ sui lati al nostro passaggio, poi torna perfettamente liscio e silenzioso. Intorno c’è l’alba e il risveglio della giungla, che ci insegna una varietà di punti di verde che non ci saremmo potuti neanche immaginare. C’è una scimmia con la coda così lunga che sembra una liana e uccelli veloci, piccoli e coloratissimi o bianchi, grandi, lenti ed eleganti. Uno ha un collo storto e lungo, ci sarebbe da chiedersi dove trova la forza per portarselo in giro.

La sera prima al centro turistico, davanti a una birra, quella coppia di inglesi ci aveva avvertiti, attenti alle sanguisughe, ce ne sono ovunque, si arrampicano dappertutto. Che coppia, quegli inglesi! Avranno avuto più di sessant’anni e hanno organizzato un viaggio in Vietnam e Cambogia di solo trekking. Lì per lì non ci siamo fatti impressionare più di tanto, abbiamo seguito il consiglio: pantaloni nei calzini.

Quindi la prima parte della giornata è trascorsa così, a passo svelto tra le fronde a staccare questi piccoli vermicelli ostinati. Poi l’arrivo al ruscello e al nostro punto di riposo, una costruzione in bamboo e foglie di palma, senza muri. Abbiamo attaccato le amache, abbiamo cenato con la luce di una candela e siamo sprofondati in un sonno stanco e profondo, cullati dal dondolio del vento e dal rumore dell’acqua. Svegliarsi con la giungla è stato come assistere a una jam session. Uno strumento dopo l’altro. C’è il fiume come sottofondo, poi i primi sono gli insetti, gli uccelli, poi i macachi, i gibboni. Tutti a celebrare il sole che nasce. Ce ne siamo stati in silenzio ad ascoltare, solo dopo siamo sbucati dalle amache per tornare al villaggio e riunirci, la sera, con gli altri escursionisti intorno al tavolo della cena.

C’è quel ventenne francese distinto, che viaggia da solo, quella coppia di messicani, quel tedesco, un manager che avevamo già incontrato in un’altra città giorni prima, quella ragazza israeliana in viaggio da più di un anno e ci siamo noi, a ridere, a incuriosirci, a raccontarci i nostri viaggi e le nostre vite.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

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