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Redazione - 31 agosto 2012

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Giordania: rifugiati pronti a rientrare in Siria

Redazione - 31 agosto 2012
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Sono almeno 140.000 i siriani rifugiati in Giordania dall’inizio dei disordini nel paese. In questi ultime settimane, tutti coloro che arrivano sono portati d’autorita’ al campo profughi di Za’atari, nel deserto, al confine con la Siria. Il campo ospita gia’ 14 mila persone, mentre il resto dei siriani vive ad Amman e Zarka (il 40%) ed nelle altre citta’ giordane, con una prevalenza nelle aree di confine di Irbid e Ramtha.

Un ponte per…, grazie al lavoro svolto dall’inizio del 2012, ha condotto uno studio su 426 rifugiati siriani, raccogliendo testimonianze soprattutto da parte delle donne.

Nei centri gestiti da Un ponte per… e dalla Jordanian Women’s Union sono stati assistite sinora circa 3000 persone, che hanno potuto usufruire di servizi legali e  medici di base, aiuti umanitari ed assistenza psico-sociale.

Due unita’ di strada con a bordo delle operatrici sociali hanno raggiunto anche coloro che evitano di affidarsi spontaneamente ai centri sociali.

Ogni due settimane vengono organizzate attivita’ ricreative per i bambini ed una volta ogni sette giorni le madri ricevono informazioni sui sistemi di protezione delle vittime di violenze ed abusi. I casi piu’ critici sono stati trasferiti alla casa protetta di Amman gestita dalla Jordanian Women’s Union.

In questi 3 mesi di lavoro, attraverso questionari e focus group, Un ponte per… ha potuto raccogliere informazioni su condizioni di vita, accesso all’educazione ed alla salute, convivenza con la comunita’ giordana ospitante e soprattutto piani per il futuro.

La maggior parte dei siriani ha manifestato il desiderio di rientrare a casa non appena la situazione migliorera’, ma sono altrettanto numerosi quelli che preferiscono attendere che la situazione si stabilizzi in modo da poter ricominciare, nei limiti del possibile, la vita precedente. Pochissimi quelli che vorrebbero rimanere in Giordania.

Nonostante il consistente aiuto economico delle moschee e delle organizzazioni caritatevoli islamiche, l’inchiesta ha evidenziato come la maggior parte dei siriani continua ad avere difficolta’ a pagare l’affitto delle case dove ha trovato rifugio, e quindi accetta lavori sotto-pagati ed e’ a forte rischio di sfruttamento.

Tanti quelli costretti a far lavorare anche i propri bambini, pur di riuscire a sopravvivere. Diversi casi i matrimoni precoci o forzati, con le donne sole con figli al seguito che si confermano le prime vittime di discriminazioni, oltre ad avere grandi difficolta’ ad accedere ai servizi assistenziali.

Anche i bambini soffrono una condizione di estrema emarginazione: oltre al trauma della fuga, sono pochi gli spazi allestiti per il gioco e le attivita’ ricreative.

Per i 130.000 rifugiati non reclusi nei campi profughi e’ stato previsto un sistema di accesso alla scuole ed alla sanita’, grazie all’impegno del governo giordano e delle organizzazioni dell’ONU.

Alla luce dei risultati dell’inchiesta (vedi rapporto), Un ponte per… e la Jordanian Women’s Union hanno condiviso alcune raccomandazioni con i coordinamenti umanitari gestiti dalle Nazioni Unite in Giordania.

In primo luogo si chiede una particolare attenzione al problema del lavoro e dello sfruttamento minorile, invitando le autorita’ giordane ed internazionali a finanziare programmi che impediscano ai bambini siriani di dover lavorare per sostenere le famiglie fuggite.

E’ necessario inoltre proteggere al meglio le donne sole con figli: i rischi di sfruttamento e di abusi si moltiplicano in queste situazioni di estrema vulnerabilita’. Di qui anche la necessita’ di creare molti piu’ spazi sociali e di accoglienza dedicati a donne e bambini, in modo da creare una rete di protezione ed assistenza capillare sul territorio giordano che possa, ameno nei prossimi mesi, rispondere al meglio all’emergenza umanitaria.

Infine e’ necessario favorire il piu’ possibile l’accesso al lavoro regolare per i rifugiati in modo da evitare il circuito della poverta’.

Un ponte per… e la Jordanian Women’s Union, nonostante le limitate risorse a diposizione, hanno scelto di continuare ad offrire assistenza ai rifugiati. E a breve, accanto ai centri sociali e di accoglienza gia’ attivi nelle citta’ di Ramtha ed Irbid, verranno avviate attivita’ anche a Haldije e Karak. Come sempre, i servizi offerti saranno rivolti a tutte le categorie vulnerabili del territorio, tra cui i rifugiati iracheni e palestinesi.

Per leggere il rapporto completo e le raccomandazioni: http://data.unhcr.org/syrianrefugees/country.php?id=107

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