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La giornata mondiale del malato

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L’ 11 febbraio, ricorre la ventesima giornata del malato. Cosa significa oggi vivere la malattia e il dolore, in un mondo globalizzato? E, soprattutto, come mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sulle drammatiche malattie che in Africa colpiscono, ogni giorno, migliaia di persone e che potrebbero essere facilmente evitate?

«La salute non è un’entità fissa. Essa varia per ogni individuo, in relazione alle circostanze. La salute è definita non dal medico, ma dalla persona, in relazione ai suoi bisogni funzionali. Il ruolo del medico è quello di aiutare le persone ad adattarsi alle nuove condizioni. Avendo rimpiazzato la perfezione con l’adattamento, noi ci avviciniamo a un programma per la medicina più comprensivo, solidale e creativo, un programma al quale tutti noi possiamo contribuire», specifica Gavino Maciocco direttore della rivista di Medici con l’Africa Cuamm Salute e sviluppo (blog saluteinternazionale.info).

Nel concreto, cosa significa prendersi cura del malato ogni giorno, in luoghi in cui la povertà è estrema, mancano i mezzi per le cure di base e dove le risorse umane sono scarse? A questa domanda risponde da Wolisso, in Etiopia, la dottoressa Marina Trivelli «Sicuramente in questi contesti il modo di fare medicina cambia, sia perché i mezzi a disposizione non sono sofisticati, sia perché bisogna fare i conti con un contesto culturale e uno stile di vita completamente diversi. Quelli che sono in ballo sono i bisogni essenziali e spesso occorre far capire che malattia è anche il ventre gonfio dei tuoi figli, che il fatto di morire di parto non è una cosa ineluttabile, ma una situazione prevenibile. Tutto ciò si fa avvicinandosi alle persone con un buon programma di salute pubblica: entrare nel villaggio, parlare con la gente, comprendere cosa loro si aspettano da te, prima di proporre modelli esterni. Questa è sicuramente la base di una medicina efficace che porta a buoni risultati con minimo costo. E a questo tutti possiamo contribuire».

«Guardo questi neonati, questi lattanti morire di diarrea, di malnutrizione, di AIDS, guardo le loro madri, silenziose, miti, umili, rassegnate, che ti dicono “ questo è il mio bambino, aiutami, io non so e non posso fare nulla. Le lascio andare via così, perché il latte è finito, non so che dire, dico “ mi dispiace” – sono le parole di Paolo Lanzoni, medico Cuamm, durante il suo servizio a Moma, in Mozambico – . Le guardo uscire col capo basso, loro che sono Hiv positive, che forse moriranno in pochi mesi e non so dire o fare di più. “Dio naviga in un fiume di lacrime”, scrisse Turoldo. Che siano le sue o le mie lacrime non conta. Quello che conta è esserci. Alla povertà (altrui) ci si abitua, così come al dolore (sempre degli altri). Alla fine bisogna accettare che questa è la situazione, si va avanti come si riesce, con le poche forze a disposizione».

È lo stile “creativo, solidale e comprensivo” che Medici con l’Africa Cuamm cerca di far proprio da oltre 60 anni, nell’avvicinarsi a chi soffre, in Africa. La giornata mondiale del malato ci invita a riflettere non solo sui malati vicini a noi, ma anche su quelli lontani, ancora più vulnerabili, perché ciascuno, a suo modo, possa dare un aiuto.

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