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Articolo di Claudia Cucchiarato tratto da “Il Bo”, il giornale on line dell’università di Padova, www.unipd.it/ilbo

Per un’italiana che vive in Spagna, andare in Grecia è come fare un viaggio nel futuro – o almeno, questo pensavo facendo le valigie, bombardata da resoconti di giornali e tv sulla tempesta dell’euro. Ma quando sono sbarcata a Igoumenitsa è stato chiaro quasi da subito che mi trovavo nel passato. Il primo segnale è venuto dalle moto: con licenza di uccidere, e di uccidersi per chi le guida. Quasi nessuno qui indossa il casco. Dimitri, mezzo greco e mezzo tedesco, mentre scende la rampa della nave, mi spiega che non vede l’ora di venire in Grecia, ogni estate, anche per poter sfrecciare con la sua moto senza niente in testa.

Un altro oggetto futuristico sparito da queste parti è la carta di credito. Commessi, camerieri, benzinai sembra facciano a gara a chi si inventa la scusa più originale per giustificare la frase più pronunciata dell’estate: only cash. La macchinetta lettrice della Visa immancabilmente “non funziona”, “è scarica”, “non prende”, “dà problemi”… insomma, non piace. Non ci si fida più dei soldi “finti”, né delle banche. Meglio gli euro sonanti, non si sa mai che da un momento all’altro (e senza avvisare) il conto in banca scompaia.

Via il casco e il denaro elettronico. Avanti con il passato, quindi: nessun “Vietato fumare”, da nessuna parte. Il posacenere torna alla ribalta, protagonista indiscusso nelle distese di tavolini circondati da centinaia di sedie colorate e quasi sempre vuote. La crisi si vede soprattutto lì, in quelle infilate desolanti di sedie e tavolini. Fino all’anno scorso pieni di turisti, autoctoni e stranieri, in questo dannato 2012 ristoranti e bar che sembrano nuovissimi, sicuramente restaurati al massimo tre o quattro anni fa, sono deserti. “Se non abbiamo soldi nemmeno per fare benzina, con quello che costa, è difficile che riusciamo a tirarli fuori di casa, anche solo per un caffè al bar”, dice Begum, una ragazza turca che è venuta in Grecia seguendo l’amore quattro anni fa. Da quasi un anno lei e il suo ormai ex fidanzato hanno perso il lavoro: lui è tornato a vivere con i genitori e non si muove da casa per non spendere, lei ha appena trovato un’altra occupazione, a Istanbul.

La crisi economica si tocca con mano nelle periferie o ai bordi delle strade che uniscono cittadine dai nomi illeggibili. Ovunque sorgono case lasciate a metà: ferri che spuntano e fili che penzolano a ogni angolo, spesso accompagnati da cartelli di “vendesi” o “affittasi”. Negli hotel non è difficile trovare una stanza anche il giorno stesso, senza prenotare. E i gestori non nascondono che il turismo, che rappresentava più del 16% del Pil greco, sta soffrendo, e molto. C’è anche chi sostiene che parte della colpa ce l’avrebbe il partito neonazista Alba Dorata, per aver promosso soprattutto all’estero un’immagine di intolleranza obiettivamente scomoda per un paese che dipende in buona misura dai soldi che portano gli stranieri.

Acropoli contro Wall Street

Quale reazione stia scatenando tutto ciò, lo si capisce soprattutto parlando con i più giovani. Non sono solo  indignati – come i coetanei spagnoli – ma anche risoluti, agguerriti, forse perché ormai totalmente disillusi. Rea ha poco più di vent’anni e guida un’utilitaria rossa nuova di zecca. Ogni estate la trascorre alla reception del campeggio di Metamorfosis, un paesino sperduto tra le penisole calcidiche di Kassandra e Sithonia. Racconta che non le era mai successo di avere mezzo camping vuoto ad agosto. Qualche settimana fa ha partecipato a una serie di incontri organizzati da gente della sua età, a Salonicco, dal titolo “l’Acropoli contro Wall Street”. Lei crede che l’Acropoli stia vincendo: “C’erano moltissimi giovani al meeting, tutti molto convinti. Venivano da mezza Europa, e alcuni italiani hanno portato camioncini pieni di cibo per le migliaia di persone che in Grecia non hanno più soldi nemmeno per sfamare i propri figli”.

Solo pochi giorni prima, in un bar di Ioannina, un vecchietto mi aveva abbordato riconoscendo il mio accento: “Italiano, buono! Quando finite anche voi mangiare, venite qui e ve lo diamo noi”. Non sicura di aver capito bene, in quel momento avevo risposto con un grazie e tanti complimenti all’ottima cucina greca.

Ho realizzato il significato delle frasi che mi stavano dicendo da giorni, solo quando un altro ventenne, Niko, cameriere in un bar ai piedi del Monte Olimpo, mi ha confermato il presentimento. Nemmeno lui, come Rea, ha dubbi: in Grecia si sta imponendo un nuovo modello. Sociale, economico, forse anche politico. Nessuno sa dire ancora di che tipo di modello si tratti. “Sarà l’alternativa al capitalismo”, sostiene Niko. Il futuro, insomma.

Dicono che per comprendere questa nuova spinta basta guardare cosa è riuscito a fare Syriza, un partito anomalo che riunisce un’improbabile costellazione di partiti e movimenti di sinistra. Alle elezioni di giugno si era trasformato nell’incubo di mezza Europa, e ha conquistato il secondo posto in parlamento: senza le pressioni e le minacce internazionali probabilmente avrebbe vinto. Non è bastato per entrare nella stanza dei bottoni, ma se ci dovessero essere presto nuove elezioni a causa del fallimento del governo di Antonis Samaras, in molti sono pronti a scommettere sulle possibilità di questo strano amalgama sperimental-futuristico di formare il prossimo governo ad Atene.

Non vi avevo ancora detto che in Grecia ci sono venuta con uno spagnolo. Ci trattano con amicizia, insistono per parlare con noi e se con l’inglese non ci capiamo, passiamo all’italiano o al linguaggio dei segni, per finire, quasi sempre, a intrattenerci recitando la formazione del Barcelona FC. Tutta la simpatia comunque svanisce quando, di fronte all’ennesimo cartello only cash, lo spagnolo, abituato a usare la Visa anche per comprare il pane, non riesce a trattenere un “questi in Europa non ci possono proprio stare”. Io, appoggiata al bancone del bar, fumo impunemente, pago con i pochi euro rimasti dall’inizio della vacanza e mi chiedo: e noi italiani? Siamo poi così lontani da questi tavolini vuoti, da queste case abbandonate? Siamo pronti per tornare al futuro o per un nuovo modello sociale, politico, economico, quando si saprà di cosa si tratterà?

Per ora non ho trovato risposte, ma mi rimangono ancora alcuni giorni per cercarle.

 

Claudia Cucchiarato

Vivo altrove è il libro della giornalista Claudia Cucchiarato (edizioni Bruno Mondadori) in cui sono raccolte le testimonianze di tanti ragazzi che scelgono di lasciare l’Italia per cercare una vita migliore. Dal volume è nato anche un blog, vivoaltrove.it, sul quale ogni giovane emigrante può raccontare qualcosa della sua esperienza. La Germania è, come un tempo, tra i Paesi che attirano di più i nostri connazionali. Elisabetta, torinese, ha lasciato un posto fisso e senza prospettive da segretaria, e ora fa la collaudatrice di videogiochi a Francoforte; Natasha, stufa del valzer dei microlavori (“promoter depressa, cameriera lenta, babysitter dispotica”) a Berlino lavora per una compagnia aerea; c’è l’anonima che lascia le “derive lavorative e umane” di Roma per adattarsi a lavori precari a Berlino; c’è Carla che abbandona a 18 anni i coetanei troppo superficiali e si trasferisce a Ratisbona, dove diventa traduttrice; c’è Massimo che scappa a Monaco per poter vivere da omosessuale “senza paranoie”. Storie diverse, dalle quali emergono ritratti della nuova vita né trionfali né privi di nostalgia, ma accomunati da una consapevolezza: in Italia mancano meritocrazia e opportunità. Partire, e stringere i denti, è quindi una scelta obbligata.

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