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Hanoi vista da un caffè, fra Confucio e Ho Chi Minh

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Ero seduto in un caffè nel centro Hanoi, capitale del Vietnam. Hanoi è piena di caffè. Alcuni alla moda e pieni di design. Altri, più tradizionali, sono lunghi e bui, i tavoli sono alti fino al ginocchio e gli sgabelli sono così bassi che il culo poggia quasi a terra. Il nostro era uno di questi. Una donna anziana versava l’acqua bollente sui filtri da cui scendeva una densa bevanda nerissima, dal profumo che sfidava lo smog alle porte; figlie e nipoti distribuivano tazze alla clientela. Fuori, un’insostenibile carovana di motorini più fumanti dei caffè, un rumore di fondo colorato dai picchi dei clacson, milioni di vite che si incrociavano, si evitavano, si tamponavano. In quel caffè ho pensato questo: che il viaggiatore non deve cercare sempre e solo il bello, bensì deve lasciare il giusto spazio al vero. Hanoi è molto vera.
Mi fa ridere chi pensa che la “vera” Hanoi sia scomparsa, immaginando un mondo fatato di biciclette e cappelli a cono. La vera Hanoi, o almeno quella che i miei occhi vedono e le mie orecchie sentono, è un cuore pulsante, un arrembaggio orgoglioso e speranzoso alla modernità, una pentola a pressione di smog, affari, tradizioni ed energia.

Ogni strada, nel centro di Hanoi che fu medioevale, si chiama come le corporazioni artigianali che vi risiedevano. Non è cambiato poi molto, fabbri e gioiellieri sono ancora là. Ed è rimasta anche la tendenza medioevale di affiancare tutti i negozi dello stesso tipo. Uno schiaffo alla spartizione della clientela, una sfida alle logiche della concorrenza. Tutti i negozi di specchi sono uno affianco all’altro, così chi vende oggetti religiosi, o orologi, vestiti, lapidi, persino manichini e costumi da Babbo Natale. Come nel miglior schema “alla cinese”, non c’è piano terra che non sia negozio. Anzi, le botteghe straripano sulla strada, schiacchiate dai motorini parcheggiati. Il marciapiede, se rimane, è quello che rimane.
Diroccate e sinuose case antiche si affiancano a moderni albergoni rettangolari intrecciati da insegne e fili elettrici. Gli edifici sono stretti, come compressi, ma in realtà profondissimi (retaggio di quando le tasse si pagavano a seconda della larghezza del frontale). Spesso tra i palazzi si infilano gallerie buie e umide che portano alle abitazioni, o a mercati alimentari. Tutto avviene per strada, tutti nonostante il caos sembrano avere tempo per una zuppa a qualunque ora. Ma anche per leggere il giornale, tagliarsi i capelli, tossire e sputacchiare. Tutto gira intorno al mistico laghetto di Hoan Kiem, che custodisce il culto del generale che cacciò i cinesi in una delle innumerevoli resistenze del popolo vietnamita contro gli invasori. Non è l’unico antenato a cui gli abitanti di Hanoi portano rispetto e preghiere.
Nella vecchia sede dell’antichissima università, aperta un millennio fa da un imperatore che esercitava anche il ruolo di esaminatore finale, un tempio ottocentesco è dedicato al maestro di ogni tempo, il cinese Confucio. Nonostante i suoi natali siano in terra straniera e spesso ostile, la sua eredità morale è grande anche per i vietnamiti. Il suo nome è simbolo di educazione, dedizione, onestà e lealtà verso gli anziani e la famiglia. Un prototipo, un educatore modello; infatti molti studenti e studentesse sono lì a pregare la sua statua di legno. Chissà possa infondere la voglia di studiare! Speriamo possa almeno proteggere le nuove università vietnamite, visto che la vecchia è stata quasi rasa al suolo come ennesimo regalo dei francesi prima della loro fuga.

Fuori dal centro storico, un enorme viale porta al sorvegliatissimo mausoleo del padre della nuova patria, per eccellenza. La salma di Ho Chi Minh è esposta alla lunga, interminabile processione di turisti, ma soprattutto di locali, cresciuti con il mito dell’uomo che ha vinto il colonialismo e ha gettato le basi per cacciare il neocolonialismo, senza mai avere il piacere di salutare il Paese riunito. La folla procede silenziosa e lenta nel salone di marmo dove sull’esile corpo pacifico e sbiancato troneggiano la stella, la falce e il martello sulla bandiera rossa. Simboli che sfociano ormai nel mare della propaganda ideologica, sporcata dall’egoismo dei dittatori e delle caste e dall’utopia dell’estremismo, e il Vietnam non fa eccezione. Eppure simboli di un sogno con cui tanta gente onesta e coraggiosa ai quattro angoli del mondo ha sfidato l’ipocrisia del potere. Impossibile non provare emozione.

L’eroe nazionale avrebbe voluto una semplice cremazione; invece eccolo esposto davanti ai miei occhi. L’uomo umile, che viveva in una palafitta invece che nel palazzo presidenziale accanto, che sognava la giustizia sociale, la democrazia, il progresso e l’indipendenza del suo popolo. Il popolo sembra essersi incamminato sugli ultimi due, ma i primi, come nella maggior parte del mondo, sono probabilmente ancora distanti.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

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