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New York, il ballo di strada in un libro fotografico

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Carolynn «Boogiee» Clarke

“Union Square NYC. Boogiee and the Raiders of Concrete” è un libro fotografico che vuole raccontare la storia di una danzatrice hip hop di strada, Carolynn «Boogiee» Clarke, e della sua crew, fra metropolitane e marciapiedi della Grande Mela. Un progetto lanciato dalla fotografa padovana Francesca Magnani, che ha lanciato il crowdfunding sulla piattaforma Kickstarter dove ha già superato i 5 mila euro raccolti, e punta ai 20 mila entro settembre. Boogie è una dura: afroamericana, dal fisico mascolino, è la leader della sua crew, i Raiders of Concrete. Alle spalle una storia di povertà e di abbandono da parte della madre, quando questa scoprì la sua omosessualità, ora vive in affido con una famiglia nel Queens.

Un incontro casuale nella stazione della metropolitana di Union Square, a Manhattan. L’inizio è tutto qui. È il 2011 e Francesca Magnani, che all’epoca vive già da 14 anni a New York dove si divide fra l’insegnamento dell’italiano e la passione per la fotografia, scatta qualche foto scattata sulla banchina dove Clarke si muove a ritmo della musica che esce dal boombox, lo stereo portatile poggiato sul pavimento. «Mi ha subito colpito, il suo sguardo era duro ma i movimenti esprimevano grande dolcezza – racconta la fotografa –, era insieme uomo e donna, bambino e adulto. Tre anni dopo la incrocio di nuovo a Union Square, le mostro le foto, lei mi riconosce e mi chiede se voglio raccontare la sua storia. Il suo approccio spontaneo e candido ha abbattuto ogni barriera fra di noi. Così, da un anno, ogni giorno passo per quella piazza e fotografo lei e i Raiders of Concrete nella loro quotidianità».

  • Carolynn «Boogiee» Clarke

«Carolynn ha alle spalle una storia molto difficile – racconta Magnani, ora temporaneamente a Padova, da dove ha fatto partire la raccolta fondi -, viene da Kingston, un paesino a nord di New York, zona povera solo da poco lambita dalla gentrification», la riqualificazione urbana che fa schizzare in alto il valore dei metri quadri ed espulsione degli abitanti poveri che caratterizza le zone popolari delle metropoli. «Quella di Carolynn è una storia alla “Fa la cosa giusta”: famiglia povera, cacciata di casa dalla madre a 11 anni perché scoperta a baciare una ragazza a scuola, ora vive sulla strada e con la sua danza ritmata e sinuosa racconta la sua storia con un’intensità travolgente. Una danza molto diversa da quella suoi amici maschi della crew, Shango e Phoolish». Razzismo e discriminazione sono il background comune che la stessa Magnani ha imparato a conoscere in questo anno a stretto contatto. «Union Square e Battery Park sono il palcoscenico a cielo aperto dove gruppi di giovani soprattutto neri fanno hitting, cioè danzano per raccogliere soldi, o si esercitano per divertimento. I dollari raccolti a fine giornata servono a comprare uno stereo nuovo da accendere sul cemento del marciapiede, per il cibo o per stampare le t-shirt, la “divisa” della crew».

Il ballo come valvola di sfogo per la rabbia e via di uscita dall’emarginazione che per tanti giovani poveri afroamericani sembra una condanna. La storia di Boogiee, su segnalazione della fotografa italiana, è finita anche sul New York Times dove Corey Kilgannon che ne ha pubblicato un ritratto nella rubrica Character Study, ma ora è Francesca Magnani a voler raccontare in prima persona, con il suo linguaggio, questa storia e un mondo che ha le sue leggi non scritte, riflesso di un’etica di fondo. «La danza di strada ha molti punti in comune con lo spaccio – spiega –, segue due regole di base: suddivisione del territorio e street cred, la reputazione. Un sistema per certi versi parallelo a quello della criminalità, con cui condivide spazi e modalità, ma che a differenza di quello crea bellezza per i passanti, che si fermano a bloccare il traffico, a bocca aperta davanti alle evoluzioni del ballo di strada».

Materia raccolta in un volume a copertina rigida con 150 fotografie a colori e in bianco e nero, commentate da pochi testi «in presa diretta» su razzismo, discriminazione, abusi ma anche amicizia, lealtà e tematiche LGBT. Molti tratti dai profili Facebook, spazio virtuale da cui i «Raiders of Concrete» mostrano il loro punto di vista sul mondo, dal punto di vista della strada.

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