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Hoi An, bagnata dalla pioggia, scolpita nel legno

Redazione - 10 dicembre 2011
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La pioggia porta sentimenti contrastanti. Per due meridionali come noi, di solito è un elemento da evitare. Spesso misuriamo la fortuna di un nostro amico in base ai giorni di pioggia che la città dove vive riceve ogni anno.

Molti pensano anche alla pioggia come una presenza che si allontana quanto più ci si avvicina all’equatore. Al contrario, come abbiamo visto in Cambogia, le piogge aumentano come aumenta il caldo, si fanno più violente, copiose, concentrate tutte in una stagione dell’anno. In Cambogia sono considerate una benedizione per la stagione agricola e per i pescatori del grande lago. Come sarà la pioggia a Hoi An, questa piccola cittadina al centro del Vietnam, che fu gloriosa e poi dimenticata, e poi salvata e risorta negli ultimi anni? Me lo chiedo mentre il bus notturno si fa strada lungo la linea costiera che ascolta le onde dell’Oceano Pacifico, stretta a sinistra dalle montagne, in una notte bagnata da un temporale incessante come non lo si vedeva dalla Malesia.

La risposta la troviamo il giorno dopo, passeggiando nel centro storico chiuso al traffico, che sembra incantato, tanto è strano non sentire il rombo di centinaia di motorini che appannano le voci dei passanti. Le biciclette con le signore dal cappello a cono e l’impermeabile ci rivelano che a Hoi An la pioggia è un’abitudine, una caratteristica indivisibile. Ma la pioggia qui non porta ombrelli e pozzanghere, porta inondazioni, sempre, ogni anno. Solo un mese fa, le bellissime case in legno costruite dai mercanti fondendo tradizioni cinesi, giapponesi e vietnamite soffocavano sotto due metri d’acqua. Il fiume straripava e aveva trasformato le stradine in corridoi d’acqua. I pescatori si improvvisavano tassisti e portavano a spasso la gente nelle loro strane zattere a forma di ciambella, scialuppe con cui raggiungono gli ormeggi delle imbarcazioni. Come ogni anno, gli eredi di queste gloriose famiglie non si scompongono, sanno che le loro case sono fatte di legno forte, resistente alle intemperie, e salvano tutto il resto portandolo al piano superiore. Anche ai ristoranti e ai negozi di tessuti e souvenir, che hanno invaso il lungofiume e non solo, continuano in un certo senso turistico e consumista la tradizione commerciale del borgo, tocca la stessa sorte.

E cosa rimane passato il peggio, quando il fiume torna nei suoi confini, e il monsone si limita a grossi nuvoloni minacciosi e una lieve pioggia, come in questo Dicembre in cui siamo arrivati noi? Rimangono i colori. Il verde del muschio, brillante, colora i tetti e ricorda il livello delle acque lungo i muri. La pittura delle pareti si mischia all’umidità e crea nuove tonalità.

Dopo l’acqua, il secondo elemento costitutivo di Hoi An è il legno. Un legno scuro che ha attraversato i secoli, talmente importante da essere uno dei cinque elementi della tradizione orientale. Non c’è l’aria, ma il legno sì. E così che è arrivata la ricchezza a Hoi An, sul legno e sull’acqua. Il legno che ha portato le vele dell’emigrazione cinese e poi le imbarcazione europee che entravano nell’insenatura della città trasportando promettenti compratori. Le navi protette da Thien Hau, la ragazza che sfidò l’Oceano e divenne la dea guida dei marinai, che è venerata in più pagode spesso risalenti al diciottesimo secolo, l’epoca d’oro del commercio. Ancora oggi, su un’isola vicina alla città, il suono che regna nel villaggio di Can Kim è quello degli scalpelli che trasformano i tronchi in statue e bacchette pronte ad essere vendute ai turisti sulla sponda opposta, ma anche in robusti scafi, mobili e tavoli. Artigiani silenziosi, mani sapienti che ancora sfidano le catene di montaggio per recuperare una così preziosa eredità.

Hoi An infatti rischiava di affondare nel tempo. Il commercio finì il giorno in cui le navi non riuscivano più ad entrare nella sua insenatura e il trasporto moderno a motore si riversò sulla rampante vicina Danang. La città fu miracolata dalla distruzione della “guerra contro il popolo”, com’è stata definita la Vietnam War americana, ma la vera rivoluzione è stata la mano dell’UNESCO. Gli edifici sono stati restaurati, l’artigianato e il commercio portati a nuova vita, e quello che era divenuto un borgo rurale è esploso come meta turistica. Ha perso l’anima, secondo alcuni. Secondo altri, un’anima che marciva nella vecchiaia è tornata a correre. Come il Vietnam.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro