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La prima notizia pubblicata sul lager dell’Esma, la escuela de mecanica de la armada, centro di tortura per i desaparecidos sotto la dittatura militare argentina, ha la forma di un banalissimo foglio A4, scritto a macchina, sbiadito da una riproduzione meccanica e artigianale. Horacio Verbitsky, che con alcuni colleghi lavorava clandestinamente alla diffusione di notizie sulla dittatura, le faceva circolare così, sotto forma di “cadena informativa”: una sorta di catena di sant’Antonio fatta apposta per le notizie. A chi la riceveva veniva richiesto a sua volta di far circolare la notizia: parlarne, ciclostilarla. Insomma diffonderla. Quello che succede su Facebook e in rete con un click, ma nell’era pre-digitale e a rischio della vita.

Horacio Verbitsky al Festival di Internazionale (Foto di Luca Barbieri)

“Il terrore – ha detto stamattina, durante il workshop sul giornalismo d’inchiesta di cui è docente nell’ambito del Festival di Internazionale – si basa sulla mancanza di comunicazione”.

Verbitsky ha iniziato da qui, da questo primo foglio scritto a macchina, con le correzioni fatte a mano, a svelare una delle più grandi tragedie del novecento.  Un primo passo che gli ha permesso poi di raccontare al mondo la precisione burocratica con cui furono fatte scomparire nel nulla 30mila persone. Gran parte delle quali torturate, fatte salire stordite su un’areo e buttate vive nell’Oceano. Ci sono voluti anni perché tutta la realtà venisse a galla. Perché qualcuno pagasse. E non sarebbe avvenuto, o sarebbe avvenuto più tardi, senza quel foglio battuto a macchina.

Lu.B.

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