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Per cinque mesi abbiamo viaggiato sulla terra ferma, attraversato cinque Stati dal cielo, dal fiume, dalle montagne, da confini appena aperti e impensabili fino a qualche anno fa. Abbiamo visitato città, paesi, villaggi sperduti e galleggianti, giungle di cemento, giungle naturali, ex giungle trasformate in piantagioni. Abbiamo camminato e viaggiato su ogni tipo di mezzo su gomme e su rotaia, dal retro dei fuoristrada in autostop ai treni notturni, dai bus con poltrone massaggianti a vecchi minivan da nove posti e dentro ventuno persone, cinque oche e svariate rane.

Il sesto mese abbiamo rivisto il mare. L’avevamo lasciato a novembre sull’isola di Koh Rong in Cambogia. Bellissima parentesi di due giorni su una perla naturale coperta di giungla e circondata da una striscia di spiaggia bianchissima. Nessun hotel, nessun resort: soltanto un villaggio di pescatori e una ventina di bungalows, il rumore della giungla, il suono del mare. Una perla che è stata appena acquistata da un magnate russo e che verosimilmente verrà asfaltata nel giro di un paio di anni in favore di un casinò kitsch e un paio di resort-spa che si affacciano su un mare più chiaro delle loro gigantesche piscine (il cui significato quindi non ci è ancora chiaro).

L’abbiamo ritrovato, il mare, con l’intenzione di esplorarlo da dentro e così abbiamo fatto, prendendo un brevetto da sub e passando le giornate non potendo fare a meno dello snorkeling. Quello che c’è sotto allo splendido specchio verde e azzurro che mette voglia di mollare tutto e aprirsi il chiosco sulla spiaggia che tutti abbiamo sognato almeno una volta nella vita, quello che c’è sotto si chiama barriera corallina e la lascio raccontare alle nostre schiene ustionate, provate da giornate intere passate a nuotare a testa in giù. E a perdere il conto delle ore.

Dopo aver visitato Koh Tao e Koh Phangan, che sono due delle isole più turistiche nel golfo della Thailandia (anche se conservano dei punti ancora abbastanza incontaminati), avevamo bisogno di ritrovare quella autenticità conosciuta a Koh Rong. La scelta è ricaduta sulla costa opposta, sul mare delle Andaman, nell’Oceano Indiano, a due passi dal Myanmar. Abbiamo raggiunto l’unica isola accessibile delle Surin. L’arcipelago è protetto da un parco nazionale e le isole sono totalmente ricoperte da foresta vergine; l’unica sulla quale si ha accesso dispone solo di un campeggio e di qualche bungalow. Ci aspettavamo un mare bellissimo, abbiamo trovato un mare perfetto: temperatura dell’acqua attorno ai 29 gradi, visibilità fino a 30 metri e un’infinita gradazione di azzurri.

È stato durante un’escursione in barca per raggiungere un punto di snorkeling che abbiamo visto il villaggio. Un gruppo di case in legno assiepate sulla spiaggia. È quello che i Moken usano quando non sono in navigazione. Li chiamano “i gitani del mare” e forse sono le uniche persone ad attraversare ogni giorno il confine con il Myanmar senza problemi. Il fatto è che sono una minoranza etnica che ha sempre vissuto in mare. Non davanti al mare, o vicino al mare; proprio sopra al mare. Vivono stabilmente su case-barca, tranne durante il periodo dei monsoni, in cui si trasferiscono nei villaggi. Leggenda vuole che il loro girovagare per otto-nove mesi all’anno in acqua sia una maledizione lanciata sul popolo da una regina antenata, Sibian, quando suo marito commise adulterio con la sorella.

Sono emigrati dal sud della Cina 4000 anni fa e naturalmente per loro i confini non esistevano. Poi, pur con mille traversie, sulla terra si sono costituiti gli Stati, ma per loro i confini continuavano a non esistere. Così ora non sono cittadini né del Myanmar né della Thailandia. Esistono, ma per gli Stati è come se non esistessero, non hanno documenti e non possono avere il diritto di possedere terre, di mandare i figli a scuola o di usufruire di qualunque servizio sociale. Su centosessanta, nella comunità delle Surin, soltanto cinque hanno un documento. Non esistono, eppure quando lo tsunami del 2004 devastò buona parte delle coste indonesiane e thailandesi riuscirono a salvare quasi tutta la comunità: si dice ci sia stato un morto soltanto. Questo perché conoscono il mare meglio della terra, sanno interpretarne gli umori, conservano il ricordo di molti tsunami, conoscono il fenomeno dell’onda multipla e hanno avuto il tempo di fuggire sulla cima di una collina.

Nascono, vivono e muoiono sulle loro barche, “il cordone ombelicale dei loro figli affonda in mare”, recita un detto locale. Infatti pare che i bambini dei Moken riescano a vedere benissimo in acqua per una questione di adattamento genetico, così come crescendo diventano degli eccezionali subacquei. Dicono di arrivare a pescare fino ai tenta metri senza ossigeno e con strumenti assolutamente rudimentali. Lavorano il legno come fosse argilla e costruiscono barche di tutte le dimensioni e modellini di incredibile precisione che durante la festa degli spiriti vengono abbandonati alle onde del mare perché le anime malvagie prendano il largo dalla comunità.

Quella che abbiamo visto noi è l’unica comunità Moken rimasta in Thailandia che continua a vivere secondo le proprie tradizioni e non si è assorbita nella popolazione thailandese.  Ma le continue influenze dei governi che cercano di assimilarli, le crescenti ingerenze del turismo e gi inevitabili contatti con la modernità come spesso accade esportano molti vizi e poche virtù: negli ultimi anni la popolazione ha iniziato a soffrire di problemi legati alla droga e all’alcolismo.  C’è da sperare che tutto questo sapere e tutta questa autenticità non vadano persi in mare ancora una volta.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

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