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I bambini norvegesi tornano a scuola in agosto e non hanno giorni di vacanza in corrispondenza del primo novembre. A spezzare la lunga attesa per il Natale ci pensano le hosteferie (le ferie d’autunno). In passato era il periodo dell’anno dedicato alla raccolta delle patate e comportava moltissimo lavoro da svolgere, per cui era necessario l’aiuto di grandi e piccini. Oggi le patate si comprano al supermercato, ma la settimana di vacanza è rimasta. Per chi non ha la fortuna di avere i genitori a casa in quei giorni, le scuole restano aperte nel solito orario. Niente lezioni, soltanto giochi e svago con i compagni di classe.
La scuola elementare in cui lavoro come assistente SFO (Skolefritidsordning, ovvero servizio di assistenza tempo libero scolastico) ha redatto un programma giornaliero di attività per occupare i bambini in modo divertente e creativo.

Fidandosi erroneamente delle previsioni meteo, sempre positive nel lungo periodo, i professori avevano programmato per lunedì una bella passeggiata nella natura, con tanto di picnic nel bosco. Peccato che al momento della scampagnata il termometro segnava otto gradi, la pioggia alternava scrosci di varia intensità e la speranza di miglioramento appariva al quanto inesistente.
Alle ore dieci e trenta ero beatamente seduta in poltrona, concentrata a imparare i nomi degli animali in norvegese, con l’aiuto di due bambine della seconda elementare. La direttrice è apparsa in aula con un cappello di gomma giallo stile orso Paddington, giacca e pantaloni impermeabili, stivali e zaino. Dopo aver mentalmente calcolato il numero di bambini presenti, sorridente, ha dichiarato “preparatevi, andiamo in gita”. Poco dopo, prima e seconda elementare marciavano su prati diventati paludi, tra fango e raffiche d’aria “fresca”. La maggior parte dei bambini si è poi ostinata a tenere abbassati i cappucci degli impermeabili, quasi come fosse estate.
Raggiunto un bosco di pini, i pargoli hanno abbandonato gli zainetti a terra: mezz’ora di gioco libero. Due tronchi caduti diventano scivoli, un pezzo di legno sospeso su un sasso si trasforma in una doppia altalena e la riva scoscesa coperta di fango si dimostra una perfetta rampa per arrampicarsi e cadere. La maestra ha poi estratto dallo zaino una corda, l’ha tesa tra due alberi e ha creato una fune su cui camminare in equilibrio: successo di pubblico immediato.
Proprio mentre mi stavo chiedendo cosa avesse in mente di fare riguardo il picnic previsto dalla tabella di marcia, l’intrepida sorella scandinava di Indiana Jones mi ha affidato una importante missione: “raccogli dei bastoncini di legno, dobbiamo accendere il fuoco”. Ora, la legna a Bergen è normalmente molto umida, per cui tutti accendono il camino aiutandosi con segatura compressa o “diavolina”. Lei ha acceso senza problemi un falò nel bel mezzo del bosco, sotto la pioggia. Devo riconoscerlo: ha tutta la mia stima. Dallo zaino magico dell’insegnante sono poi apparse grandi confezioni di polse, ovvero wurstel, pane da hot dog, ketchup e aglio disidratato.
“Bambini” ha urlato “raccogliete un bastone di legno ciascuno e sedetevi intorno al fuoco”. “Bene, ora prendete un coltello e create la punta per infilzare il polse”.
Incredula mi sono trovata spettatrice di una distribuzione di coltelli affilati, da caccia all’orso, a pargoli di sei-sette anni. Cose per cui in Italia sarebbe scattata la denuncia immediata.
Non so per quale miracolo, solo uno dei piccoli si è lievemente ferito a un dito, ritagliando i bastoncini come degli spiedini: si è vergognato tanto da mettersi subito in un angolo tamponando il sangue con i pantaloni inzuppati di pioggia e fango. Distribuiti i wurstel, i piccoli chef li hanno infilzati sugli improvvisati spiedi e si sono dedicati alla cottura: una massa di bambini in guerra per avvicinarsi il più possibile alle fiamme. Inutile dire che quasi tutti hanno consumato un delizioso hot dog composto da wurstel semi carbonizzati, pane freddo e litri di ketchup.
Rinfrancati dal lauto pasto, ormai inzuppati e infangati a livelli che non ritenevo possibili, è arrivato il momento di tornare a scuola. Una volta raggiunto l’edificio, i bambini hanno cercato invano di aprire la porta, ma la maestra li ha chiamati in giardino. Lì, quando credevo di aver già visto abbastanza stranezze, li ha messi in fila e, armata di pompa idraulica, li ha lavati dal fango. Quale modo migliore di un bel getto gelato dalla nuca agli stivali per concludere la giornata? Deve aver pensato questo il piccolo Lars, a cui l’acqua si è fermata nel cappuccio della giacca per poi scivolare all’interno della maglia, lungo la schiena.
Il giorno successivo, però, ho avuto la conferma che anche i norvegesi sono umani: dieci bambini su trenta non si sono presentati a scuola. Niente lamentele da parte dei genitori, che avranno pensato a un classico “male di stagione”. Un po’ come il mio raffreddore, che ha inaugurato il mio primo autunno norvegese.

Camilla Bonetti

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