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Il Campo Caritas di Klina

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Massimo Mazzali nel suo piccolo ha ridisegnato la geografia kosovara. Basta scrivere “Campo Caritas” su un pacco o una busta per farlo giungere magicamente a destinazione. E dire che Raduloc, pochi chilometri da Klina, non è proprio il tipo di posto che pensereste conosciuto da tutti. E invece.

“Sono arrivato qua 12 anni fa – racconta -. Prima delle truppe Nato”. Massimo lavorava per la Caritas, partito dalla Macedonia portava aiuto a una regione in cui il fronte migrava di giorno in giorno. I serbi si ritiravano, gli albanesi avanzavano. E soprattutto la notte volavano proiettili, gli ex vicini di casa regolavano i conti. “Ci accampammo in un casolare abbandonato – continua -. E iniziammo ad occuparci degli orfani che si attaccavano a noi. Ho visto orrori inimmaginabili in quei primi giorni”.

Sono passati 12 anni. E’ passata la missione Arcobaleno, sono passati i regolamenti di conti, e il Kosovo è diventato uno stato indipendente. E Massìmo (con l’accento sulla i, come lo chiamano i kosovari) è ancora nello stesso casolare. Ha una moglie (italiana, arrivata anche lei con la Caritas) e tre figli che in Kosovo sta facendo crescere.

Gliel’avevo chiesto già due anni fa, la prima volta che ci capitai. E la domanda mi è scappata anche ieri sera. Come se non ci avessi creduto la prima volta. Ma più probabilmente perché non riesco a capire esattamente la risposta. “Ho iniziato a prendermi cura di questi ragazzi, poi non ho potuto più voltar loro le spalle. Questo ti chiedono: quando inizi ad occuparti di loro poi devi essere coerente. Non puoi mollare tutto e andartene…”

Le visite (ancora in corso, siamo all’ultima pare…) da parte del Castello dei Sorrisi sono ospitate qui, in questa casa famiglia. E qui abbiamo passato le nostre giornate dalla prima colazione alla cena. In tutto ci vivono in 50: la famiglia di Massimo e circa 45 ragazzi orfani o provenienti da situazioni difficili. Abbandonati, abusati. Mangiano insieme, dormono in camerata, svolgono a turno tutti i servizi che servono a far andare avanti questa grande casa-famiglia. Nei casi fortunati in cui i ragazzi riescono a essere reinseriti in famiglia Massimo compie visite a sorpresa per controllare la situazione. I sei più grandi, quelli arrivati per primi, stanno facendo l’Università in Italia.

Dallo Stato kosovaro il Campo Caritas non riceve un euro. Semi-disconosciuta dalla Caritas ufficiale, questa struttura si mantiene grazie alle donazioni che arrivano dall’Italia, soprattutto dall’Umbria, patria di Massimo. Poi un aiuto e delle donazioni ogni tanto dai militari della missione Kfor, i campi estivi delle parrocchie, spedizioni di generi alimentari come quelli portati dai tre medici veronesi protagonisti del racconto di questi giorni.

Massimo poi viene aiutato da un gruppo di ragazzi che scelgono Klina per un’esperienza forte di volontariato. Mi ha colpito Marco, un napoletano di trent’anni che si è preso cura di noi con la stessa sollecitudine con cui si prende cura dei ragazzi. E’ arrivato per l’Avvento e non se n’è più andato. “Qui ho trovato la vera chiesa”, ha detto come fosse la cosa più normale del mondo guidando il pulmino fuori dall’aeroporto.

Ho chiesto a Massimo a quale modello di comunità si sia ispirato. E ho scoperto che questo modello è stato di fatto la sua famiglia. “I miei genitori gestivano un hotel. Ho sempre fatto di tutto, vissuto in mezzo alla gente”. In hotel ha imparato a macellare la carne, a fare piccoli lavoretti.

Ora Massimo è riuscito ad acquistare 20 ettari di terra e con i suoi ragazzi sta costruendo una fattoria in grado di ospitare fino a 100 ragazzi, sta facendo il muratore. C’è un laghetto, la collina è già coltivata a grano e piselli. Ci ha portato là oggi. Su quella collina il Kosovo sembrava la Toscana. E già questo è veramente un miracolo.

Luca Barbieri

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