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Il castello fantasma immerso nella giungla e la multinazionale

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Un’escursione nella giungla è un’esperienza di completa immersione. I passi affondano nel fango, l’umidità avvolge i nostri corpi sudati e tutto attorno la natura respira: le piante si inerpicano una sull’altra e oscillano ad ogni alito di vento, gli insetti ronzano ipnoticamente, gli uccelli cantano nascosti nelle fronde mentre noi avanziamo in affanno pronti a riconoscere macachi che saltano di ramo in ramo o varani che pigramente attraversano il sentiero. Ai nostri lati, la profondità del verde ci ricorda che possiamo solo sentirne il richiamo, ma che la giungla dovrebbe rimanere in buona parte inaccessibile.

Doveva essere tutta così, prima della deforestazione, la Malesia. Il risultato è sempre lo stesso, quando in pochi decenni l’avidità e lo spreco mangiano gran parte dell’ecosistema: un padrone, pochi ricchi, tante bocche tenute all’amo dal ricatto occupazionale, tutti sconfitti.

Da Ipoh, decadente città che ha vissuto decenni di gloria mineraria, siamo andati a visitare una villa fantasma, incompleta, dispersa nell’oceano di palme in riga che oggi invade la Malesia: è il castello di Kellie. William Kellie-Smith era uno scozzese che arrivò nel 1890, un ventenne figlio di contadini in cerca di fortuna. La fortuna la fece: impegnatosi nella costruzione di una strada pubblica, comprò con i risparmi 960 acri di giungla prendendo parte al balletto positivista e distruttivo dell’occidente che ci ha accompagnato fino ad oggi. La giungla sparì in un baleno per far posto a ordinati alberi da gomma e Kellie si fece costruire una prima residenza festeggiando con scotch, whisky e altri amici del suo rango.

Poi arrivò anche la sfortuna. Le piantagioni di Kellie pullulavano di indiani arrivati in cerca di sopravvivenza, più che di fortuna. Settanta di loro furono destinati alla costruzione di una seconda villa, ancora più impressionante, con marmi importati dall’Italia, archi gotici e moreschi, campi da tennis sul tetto e persino il primo ascensore della Malesia. Quando ancora solo lo scheletro di quest’inno all’avidità era stato costruito, molti degli indiani morirono come mosche per una misteriosa malattia. Su consiglio dei sopravvissuti, Kellie fece costruire un tempio indù a poche centinaia di metri di distanza, modestamente facendosi raffigurare accanto a varie divinità. Ma non bastò: lo scozzese della giungla morì poco dopo di pneumonia durante un viaggio a Lisbona. La moglie, spaventata lasciò terre e ville alla vendetta della giungla, che si ingoiò tutto in pochi anni.

Al nostro arrivo, la villa era in fermento. Oltre a scolaresche e ai soliti matrimoni, il cortile di quello che rimane del castello era occupato da un set cinematografico: una troupe di australiani dirigeva le riprese di una produzione malese “destinata a un pubblico internazionale”. Una biografia di Kellie? Una film-denuncia sulla deforestazione? No, “Vikingdom”, un kolossal sui Vichinghi. Mentre giravamo tra stanze, terrazze e balconi vuoti e desolati, vari attori biondi sudavano in pesanti armature sostenendo scudi e spadoni.

Cosa ha fatto risorgere la terra abbandonata da Kellie? Il progresso, che è tornato in forma di una strada a doppia corsia che si inoltra nei territori di una e una sola multinazionale che possiede più di mezzo milione di ettari per la produzione di olio di palma tra Malesia e Indonesia: la Sime Darby. Il suo marchio è ovunque appena si esce da ogni città malese. I pennacchi di palme si perdono a vista d’occhio.

La cosa più tragicomica è che mentre i suoi dirigenti urlano ai quattro venti di aver trovato la soluzione per coltivare a impatto zero (come se la deforestazione non fosse di per sé un impatto enorme), comprano nuovi terreni e si espandono anche in Africa. Crudeli logiche di Paesi fuori dal primo mondo? Ovviamente no, dato che uno dei target attuali della disgraziata multinazionale è rifornire aziende francesi che producono biocombustibili.

Così, ora che la truffa dei biocombustibili e più in generale gli affari dell’olio di palma hanno rasato a zero buona parte del territorio malese, lo spirito di Kellie si è risvegliato e i custodi notturni del castello rilasciano dichiarazioni sui giornali locali giurando di aver visto il suo fantasma aleggiare in quella che doveva essere la testimonianza del suo potere.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

15 comments

  1. Bello come sempre il vs diario .

    Se passate da Singapore scrivete, che ci incontriamo. Io vivo qui

    FYI
    -La Sime Darby e’ comunque Malese ed e’ anzi posseduta dal Governo Malese
    – Piu che di deforestazione si parla di perdita di bio diversita’ ..sempre un peccato . Comunque Malesia rimane sempre verde: le enormi piantagioni di palma sono sempre meglio del cemento.
    – La palma ha sostituito in Malesia gli alberi da gomma, per cui la bio diverista se ne era andata qui da quasi un secolo
    – Vero massacro di alberi per Palma da olio avviene adesso in Borneo ed Indonesia

    ciao e buon viaggio Paolo

  2. Ciao Paolo,

    grazie per il tuo commento.
    – Confermo che la Sime Darby è Malese. In fondo anche l’Enel italiana è una azienda pubblica anche se in parte privatizzata o in via di privatizzazione, ma è pur sempre una multinazionale nel senso che fa affari in più nazioni.
    – io continuerei a parlare di deforestazione…le palme in riga non sono una “foresta”, ovvero non sono una zona non antropizzata in cui la vegetazione cresce spontaneamente
    – è vero che la palma ha sostituito le piantagioni di gomma, ma l’espansione della deforestazione negli ultimi 20 anni supera di gran lunga la semplice sostituzione delle piantagioni precedenti.
    – verissimo, infatti il Borneo è parte della Malesia e le sue piantagioni contribuiscono ad aumentare la famosa percentuale di deforestazione di cui parlavamo.

    Grazie ancora!

    Marcello

  3. Noi umani, aggiungo, abbiamo i supermercati, McDonald, l’osteria, la panelleria (se sei Siciliano), il porchettaro, etc. Gli orang utang hanno solo la foresta pluviale. In un territorio molto vasto cercano e trovano tutte quelle piante che fanno parte della biodiversità e che servono loro per sopravvivere. La distruzione della foresta per creare piantagioni di palma da olio toglie il cibo a questi animali. Uno dei risultati e’ l’abbandono da parte delle madri dei piccoli di orang utang, impossibilitate a trovare da mangiare per allattarli. Esistono nel Borneo degli orfanatrofi per orang utang dove i piccoli imparano artificialmente a conoscere le piante e poi vengono svezzati.

    1. Ci vedo bene Massimo Boldi nella parte del vichingo in Malesia che suda tantissimo (e magari gli viene la tachicardia! tatatatatatata)

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