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Il complesso di De Gama e la ricerca dell'Eldorado

Redazione - 3 agosto 2011
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Vasco De Gama arrivò in India a bordo della nave São Gabriel, ancorando finalmente a Kappad vicino a Calicut, il 20 maggio 1498 dopo più di 10 mesi di viaggio. Accolto dal re di Calicut, il Saamoothiri (Zamorin), con la tradizionale ospitalità, compresa una grande processione di almeno 3.000 Nairs armati, non riuscì ad ottenere dal re alcun risultato concreto. I regali che da Gama gli aveva inviato in nome del re del Portogallo, Dom Manuel, erano abbastanza ordinari (quattro mantelli di panno scarlatto, sei cappelli, quattro rami di coralli, dodici almasares, una scatola con sette navi in ​​ottone, una cassa di zucchero, due barili di petrolio e di un botte di miele sono stati banali) da non lasciare alcuna impressione allo Zamorin, che si meravigliava come mai non ci fossero oro o argento tra i doni.

Vasco De Gama era infatti abituato a trattare con popolazioni diversamente civilizzate in Africa, dove qualche perlina di vetro veneziano o uno specchio di Murano potevano produrre guadagni sorprendenti. Cavaliere del Duca di Viseu, De Gama era troppo proiettato in se’ stesso e nella convinzione che tutto gli fosse dovuto dagli “altri” in nome del re del Portogallo. A dispetto del fatto che il ritorno fu lunghissimo, nessun trattato commerciale era stato aperto, De Gama ritorno’ in Portogallo con spezie del valore 60 volte quello del costo della spedizione. Questo evento aprì ai Portoghesi la prospettiva di conquistare a cannonate tutto il commercio possibile dall’Oceano Indiano alla Cina, finché, sempre a cannonate, non furono parzialmente espulsi e sicuramente rimpiazzati da Olandesi, Inglesi e Francesi. Gli Spagnoli, pressapoco negli stessi anni, massacravano i nativi Amerindi e si impossessavano di tutto l’oro che potevano trovare, ricercando la sua fonte nel mitico Eldorado.
2011, cinquecento anni più tardi. L’Italia langue nella crisi economica. Un amico del tempo del liceo classico, oggi gestore di situazioni importanti, mi propone di portare a Singapore un gioielliere italiano e di organizzare una serie di appuntamenti con gioiellieri locali, in nome della eccezionalità’ del Made in Italy ma soprattutto della ricerca di una soluzione alla crisi. Gli dico che mi sembra un’idea che potrebbe funzionare, faccio preparare alla mia avvocata un contratto di consulenza e glielo invio. Immediatamente c’e’ un’alzata di scudi: “eh no, sai così non lo capirebbero, loro vogliono prima vedere i risultati, poi SICURAMENTE sapranno riconoscerti il giusto compenso”. Io gli scrivo, chiaro e tondo: io, gratis, non lavoro. Non è eticamente ne’ moralmente giusto.
Procurare un mercato e’ un lavoro che serie ditte specializzate vendono a caro prezzo; io ho tre figli da mantenere e di cui curarmi, io, il mio tempo, non lo vado a perdere. Il mio amico mi dice: va bene, non preoccuparti, ti do io 1000 Euro come amico perché credo in questo progetto, per favore organizza l’evento. I tempi, a mio avviso, non ci sono: l’evento è stato individuato come da farsi una settimana prima della fiera della gioielleria a Singapore. A questo punto, mi chiedo io, perché non partecipare alla fiera della gioielleria? Gli Italiani, ricordo, temono la competizione. E poi ci sono le vacanze: perché’ “buttare via” il tempo alla fiera della gioielleria l’ultima settimana di Luglio a Singapore quando si può’ essere in vacanza in Sardegna? L’Italia, si sa, è chiusa in Agosto, e quindi essere all’estero l’ultima settimana di Luglio non e’ una buona idea. Mi viene confermato il tutto (hotel dove i signori gioiellieri saranno presenti, suite dell’albergo dove invitare sia gioiellieri che ricche signore) DUE SETTIMANE prima del loro arrivo.
Contestualmente, mi viene data una email aziendale, che avevo richiesto molto tempo addietro, suscitando la sorpresa: -ma a cosa ti serve?-. Io ho risposto al mio amico: -se uno ti avvicinasse a Zurigo e ti dicesse: “ciao, sono il rappresentante della tale ditta  di prodotti finanziari”, senza ne’ conoscenza dei prodotti finanziari, ne’ un recapito associabile agli stessi, tu quanto affidamento daresti a questa persona?-. Ho quindi 2 settimane di tempo per organizzare un evento, con il quale lanciare un brand italiano sul mercato di Singapore a queste condizioni ridicole. Tutti quelli a cui lo dico ridono. Il mio amico arriva tre giorni prima dei gioiellieri. Vede Singapore, apprezza il fatto che ci sia un incredibile scambio di merci, circolazione di persone a tutte le ore e in tutti i giorni della settimana. Gli faccio visitare i negozi dei centri commerciali più’ importanti e mi commenta, sconsolato: -quelli con gli anelli al naso siamo noi Italiani, mi sa, purtroppo.-  Il giorno 14 giugno arrivano due fratelli della famiglia del gioielliere, ed il loro commerciale. Un rapporto del Boston Consulting Group rivela che a Singapore circa il 15.5 % delle famiglie ha avuto nel 2010 più di 1 milione di US $ di patrimonio investibile, la percentuale più alta al mondo. Ora, logica vuole, se uno e’ milionario grazie alla sua attività’, sara’ anche costantemente impegnato in essa, e la sua agenda sara’ molto fitta.
Come si immaginavano i nostri gioiellieri italiani che a Singapore la gente non avesse null’altro da fare che aspettarli? E come avere il tempo per fissare appuntamenti rilevanti, in sole due settimane?  Ignoranti della situazione di Singapore, i “nostri” gioiellieri locali ebbero un primo forte shock quando videro che in vetrina da Leviev, gioielliere presente anche a New York, Londra, Dubai e Mosca, c’era un collier del valore di un milione. “Ma avete visto?” -si dicevano l’un l’altro- “un collier cosi’ esposto in vetrina? Da noi a Napoli non sarebbe mai possibile!”. Certo che non sarebbe possibile, mi veniva da sottolineare, ma mi mordevo la lingua e tacevo. Voi siete venuti qui col complesso di De Gama, aspettandovi di trovare l’Eldorado che fu già miraggio iberico, senza aver fatto nessuna minima ricerca personale su cosa avreste potuto trovare. Figli di un padre che aveva fatto la gavetta, i “giovin signori” gioiellieri non la aveva fatta. A cena il più grande magnificava dell’anno fatto a Londra, dove passava ogni notte in discoteca. Oppure, parlando di cucine non italiane, ci pontificava come Tetsuya fosse, a Sydney in Australia, il miglior ristorante giapponese del mondo.
Al mio dire” ah sì lo conosco, c’e’ anche qui a Singapore”, prima appare sul suo volto un’espressione di sbigottimento (Come, anche tu che non sei gioielliere e non sei in Australia conosci Tetsuya?), poi un auto rassicurante sorriso, seguito dalla frase: -ah, sarà un omonimo-. Al mio definitivo chiarire che si tratta dello stesso chef che ha aperto un ristorante anche a Singapore, perché sembra che Singapore sia un luogo dive bisogna essere, il “nostro” gioielliere assume uno sguardo perduto. Essendo stato comunque pagato mille euro dall’amico, ho lavorato per lui per quella cifra, ricercando da solo ed insieme a lui potenziali acquirenti dei gioielli, sia come gioiellieri locali che come individui facoltosi. Molti degli invitati alla visione della collezione non vengono. Il gioielliere, intanto, dorme o guarda la partita alla televisione. Non gli viene in mente di parlare con me che vivo qui, propormi la sua strategia, insegnarmi aspetti della professione di gioiellieri che non conosco perché  non è la mia professione. Arrivano alcuni dei miei invitati, che evidentemente erano sia liberi che interessati, e il nostro gioielliere italico li accoglie con le braccia conserte, guardandoli dall’alto verso il basso, senza un sorriso, senza un linguaggio del corpo che possa essere seducente, accattivante, e senza una strategia appetibile agli Orientali, che sempre chiedono uno sconto, per cui il prezzo offerto inizialmente va costruito sapendo che poi ci sarà un ribasso che altro non è che il prezzo davvero desiderato dal venditore. Probabilmente, le notti in discoteca hanno tolto spazio mentale allo studio e alla ricerca, a Londra.
Alla fine del soggiorno a Singapore i gioiellieri tirano le somme con me e con il mio amico:  il gioielliere mi dice che in fondo è deluso perché  tutti gli incontri che gli ho procurato non hanno dato alcun frutto, non c’è stata alcuna vendita, per cui e’ stata una perdita di tempo, nè sicuramente  lo daranno. Il commerciale è più’ intelligente, vuole mantenere i rapporti, ha “fiutato” un mercato. Il mio amico spera sempre che le situazioni si evolvano positivamente.
Mi viene da pensare che se metti una torta nel forno, di solito aspetti fino a  40 minuti prima di tirarla fuori. Non apri il forno ogni 5 minuti per vedere se e’ pronta, per poi dire che la torta e’ venuta male. Io che non ho le reverenze tipicamente italiane verso chi è ricco, dico chiaramente: nelle mie email dei giorni x, y e z ho chiaramente espresso i miei dubbi sulla validità dei tempi dell’operazione, che è stata portata avanti da voi per vostra scelta esclusiva. Mi viene detto: sì ma noi puntavamo molto sui tuoi clienti privati, sapevamo gia’ che non saremo riusciti ad individuare un interlocutore subito, al primo colpo. Mi viene da sorridere ancora, ed ancora mi freno. Venite in Asia senza un business plan, proiezioni, idee, solo con l’intenzione di vendere un pò di gioielli ai privati? I “nostri” hanno portato un campionario del valore di un milione di Euro; sono venuti in tre. Tutto questo non era assolutamente necessario. Poteva venire un solo elemento della famiglia del gioielliere. Il campionario non era necessariamente cosi’ importante. Se non sapete cosa va di moda qui e perché, come potete avere l’arroganza di portare tutto un campionario? Sarebbe come dire che siccome l’Afghanistan e’ montagnoso e fa freddo, allora e’ il mercato ideale per vendere prosciutto e salsicce. Un momento… in Afghanistan sono musulmani, avete fatto una ricerca di mercato? Il mio amico mi chiede di continuare a mantenere le relazioni con quei contatti che ho trovato con lui. Si propone come HOME OFFICE, un servizio per facoltosi.
I vari contatti si fidano di me più che dei gioiellieri, per il solo fatto che io vivo qui e che quindi ho dimostrato di conoscere gli usi e costumi locali, il cibo, i proverbi, insomma, ci si può fidare di me perché capisco cosa si aspettano gli abitanti di qui, che quindi non temono alcun qui pro quo. Sia loro che io sappiamo che Singapore e’ piccola e sicura, e che uno sbaglio non verrebbe perdonato, quindi nessuno parte con l’idea di fare un grave errore. E’ il mio valore di cuscinetto/interprete. Se qualcosa va male, lo pagherò io in prima persona. I vari contatti mi riferiscono quindi degli approcci post incontro fatti dai gioiellieri, disonesti, e i vari contatti mi dicono: guarda, hanno tentato di scavalcarti, cosi te lo diciamo. E visto che hanno tentato di fregare te, chi può’ garantirci che non tenteranno di fregare noi? Gli Italiani credono spesso di essere più furbi degli altri. Al mio amico in fondo non importa se i gioiellieri non daranno seguito o continuità a questa operazione. E’ stato a Singapore… ha VISTO…
Giovanni Lombardo

6 comments

  1. come gia’ nell’inno di Mameli, versione originale: Noi fummo da secoli
    calpesti, derisi,
    perché non siam popolo,
    perché siam divisi.

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