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Il contrabbandiere di Coltan

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Il fascino principale di Juba è quello di non aver alcun pregio.Un universo equilibrato di difetti che si accavallano, concatenano e rafforzano tra loro in modo così perfetto da darti la certezza di essere finito all’inferno.

Caldo torrido nella stagione secca, quando il sole sembra non tramontare mai dietro la coltre grigia di afa e di polvere; fango viscido nella stagione delle piogge, quando le strade si allagano creando distese d’acqua che sembrano invalicabili ed i camion carichi di materiali lasciano solchi che rimangono incolmabili fino alla stagione successiva. Il Nilo, da parte sua, qualsiasi sia la stagione, porta con sé un buona dose di malaria. L’orizzonte non esiste, è la linea sconnessa dei cantieri che si accalcano a ridosso delle strade e crescono fino al secondo piano delle nuove palazzine rinchiuse nei compound per paura dell’ora del coprifuoco, all’interno dei muri di cinta orlati di cocci di bottiglia e filo spinato.

 

Ma incomprensibilmente l’inferno sa affascinare più del paradiso. La prima volta che sono arrivata a Juba la città stava iniziando a muovere i suoi primi passi. Non si sentiva ancora una capitale, ma già attirava un’avanguardia di avventurieri, investitori e professionisti dell’aiuto umanitario. Tra un impegno e l’altro ci muovevamo in macchina percorrendo senza alcun riferimento le strade sterrate, sempre uguali per i nostri occhi storditi dal sole e dalla polvere. Capanne, cantieri, lamiere lucide delle nuove baracche, operai, cumuli di pietre, mulinelli di bottiglie in un torrente, mentre dal cielo scendeva lenta una cortina di plastica bruciata, come fiocchi di neve in un mondo al contrario.

Ci risvegliano i colori accesi dell’insegna di un locale. Un elefante nero su sfondo giallo ricopre il muro di cinta. Più che pubblicizzare un prodotto suggerisce un concetto: qui si beve Tusker, birra keniana. Forse potrai anche trovare delle patatine fritte e della carne alla brace, comunque ti sentirai a casa, circondato da un mondo che ti è familiare, che hai già incontrato in altri paesi africani. Potrai riprendere fiato prima di immergerti nuovamente nella bolgia sconnessa di Juba. Entriamo come stregati dalla musica di un invisibile pifferaio magico. All’interno c’è un giardino e i tavoli sono disposti sotto le consuete verande circolari, con il tetto ricoperto di paglia. Il menù è scritto sul solito foglio patinato e non riserva sorprese. La cameriera è keniana, la birra è fresca.

Qualche tavolo più in là ci dà le spalle un giovane elegante, di quella eleganza da completo azzurro e mocassini a punta di finto coccodrillo che tanto piace a queste latitudini. È un dinka, impossibile non notare la sua struttura alta e longilinea, la fronte ampia, ma soprattutto le scarificazioni che gli ornano la fronte. Incisioni che probabilmente hanno segnato il suo passaggio all’età adulta durante un qualche rito di iniziazione, disegnano una serie di V che dai lati della fronte indicano verso il basso, tra gli occhi. Parla al telefono, si alza, si allontana, poi torna verso di noi e si presenta sorridendo. Si informa sul nostro viaggio, da quanto siamo arrivati, come ci troviamo in città, ma particolarmente lo incuriosisce il motivo del nostro viaggio, di cosa ci occupiamo, come siamo finiti lì. Ah, siete medici, gestite degli ospedali e curate le mamme e i bambini.  Ma come fate, avete anche un business? Perché anche io viaggio molto, sono appena tornato dal Congo, ho un business  nella regione del Kivu, magari potrebbe interessarvi. Voi avete sicuramente dei soldi da investire, c’è questo minerale con cui si fanno i cellulari, è un buon affare.
Mi zittisco e lascio parlare il mio capo. No, grazie, ci occupiamo di ospedali.
L’uomo si allontana e ci lascia in silenzio a finire la nostra birra. Arriva finalmente anche il pranzo.

«Fabio, pensi che fosse veramente un contrabbandiere di coltan?» È come se Cerbero in persona ci avesse appena traghettati per farci intravedere l’altra sponda. Immagini di contrabbandieri che attraversano nottetempo confini in mezzo alla giungla per accaparrarsi una quota di coltan, quel minerale così richiesto dall’industria dei cellulari, la profondità delle miniere del Kivu dove la lotta per il controllo delle aree minerarie continua da decenni, guerriglie ribelli al soldo di qualche governo, soldati corrotti che proteggono gli interessi di grandi multinazionali e infine, giovani businessman che cercano clienti tra i tavoli di un ristorante.

Giulia Comirato