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Il rapporto annuale 2012 rilasciato dall’ISTAT qualche giorno fa, ci restituisce una fotografia della presenza immigrata in Italia che si può così riassumere: gli stranieri sono sempre più numerosi, più stabili, più concentrati in comunità etniche, fanno più figli, sono sempre più presenti nel nostro mondo del lavoro e nelle nostre scuole.
Un dato su tutti descrive come, sempre più, in proiezione, l’Italia stia diventando un Paese plurale. Nel 1991 gli italiani residenti erano 56.778.031 di cui appena 356.159 stranieri. Dopo vent’annni di immigrazioni di massa, il loro numero è salito a  59.464.644, ma di questi ben 3,7 milioni sono stranieri. Questo vuol dire che dinanzi a un aumento della popolazione straniera di 3,4 milioni di persone, la popolazione totale è aumentata di 2.700.000 unità circa; o meglio:  non fosse stato per la presenza straniera la popolazione italiana sarebbe diminuita di 700.000 unità in vent’anni. Gli immigrati, con un profilo sociografico più giovane e parimenti scolarizzato degli italiani, sono andati quindi a sostituirci, soprattutto nelle fasce d’età lavorativa. Tutto ciò è avvenuto mentre la popolazione autoctona invecchiava e il tasso di natalità delle donne italiane restava endemicamente basso.


Dai lavoratori immigrati dipende sempre più il welfare italiano. Se nel 1991, infatti, vivevano in Italia un numero di under 15 pari a quello degli over 65, oggi le persone in età pensionabile rappresentano una volta e mezza (1,44) i giovani, con conseguenze immaginabili sui futuri scenari del mondo del lavoro e delle politiche sociali.
Le donne straniere fanno registrare un tasso medio di fertilità più alto rispetto alle italiane: su una media nazionale di 1,42 figli per donna, le madri straniere mettono al mondo, in media, 2,07 bambini contro 1,33 figli per ogni italiana. È vero però che lo stesso tasso di natalità delle straniere è in notevole calo rispetto agli anni precedenti, poiché gli effetti delle politiche sociali per la famiglia stanno facendo sentire i loro effetti negativi anche su popolazioni culturalmente più portate alla formazione di famiglie estese.

Rispetto a qualche anno fa, i dati dell’ISTAT dicono anche che la popolazione straniera si è notevolmente stabilizzata, se è vero che quasi metà dei presenti (1,6 milioni) possiede un permesso di soggiorno a tempo indeterminato. E ciò vuol dire tanto, in un periodo di crisi economica e di disoccupazione crescente. Questo dato può essere letto in due modi: come un segno, inequivocabile, della tendenza sempre più marcata alla stanzialità, ma anche come il segno di una difficoltà – di matrice anche e soprattutto politica e burocratica – ad ottenere il diritto di cittadinanza. Si può quindi affermare che l’Italia è oggi abitata da tantissimi “semi-cittadini” o demizens, come vengono indicati dalle scienze sociali coloro che godono solo di alcuni diritti di cittadinanza.
Ogni anno i cittadini stranieri che ottengono la cittadinanza italiana sono infatti  molto pochi, appena 40.000 nel 2010. Di questi, 21.600 hanno ottenuto la cittadinanza per naturalizzazione, l’altra metà per matrimonio. Fra le popolazioni più presenti nella formazione di coppie miste ci sono: ucrainei, brasiliani, russi, albanesi. Il numero delle coppie miste in Italia è esso stesso in costante aumento, segno anche questo di una stabilizzazione crescente delle popolazioni straniere.
Oltre che più stabile, la popolazione immigrata è anche più concentrata, rispetto al passato. Nel 2011 le prime cinque comunità di provenienza, rappresentate nell’ordine da Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, rappresentano, infatti, da sole, oltre la metà delle presenze straniere, con una componente di rumeni superiore al 20% del totale. Ciò favorisce, probabilmente, la costruzione di legami di comunità più forti e di un capitale sociale più ricco fra gli immigrati stessi, oltre che l’individuazione di referenti politici per le istituzioni italiane.
L’incidenza della popolazione immigrata sul totale dei residenti è del 6,3%, un livello comparabile a quello di Germania, Francia e Inghilterra, paesi di più lunga tradizione migratoria, i quali però permettono un accesso più facile alla cittadinanza ai giovani immigrati. In tal senso, quella italiana resta una vera e propria anomalia nel contesto europeo. I minori stranieri residenti in Italia sono all’incirca un milione, la maggior parte dei quali è nata da coppie straniere o da coppie miste formate in Italia (circa il 15% delle nascite in Italia, nell’ultimo anno). Per loro resta un grave problema di dispersione scolastica, legato anche alla condizione di deprivazione materiale delle famiglie di origine; ma anche un desiderio di partecipazione civile e politica che non viene sostanzialmente recepito dalle istituzioni italiane.
Questi dati ci dicono, in sintesi, che ci troviamo in una seconda fase della nostra storia immigratoria, con popolazioni sempre più stabili, e con una componente di minori sempre più importante. Dagli immigrati dipenderanno, probabilmente, le sorti dell’industria ma anche quelle del mondo della vita politica e dell’educazione in Italia, nei prossimi decenni. Sarebbe quindi necessario studiare politiche di governance globale del fenomeno che si basino su un cambio di paradigma che sostituisca l’atteggiamento emergenziale con una progettazione prospettica del fenomeno migratorio. Tutto ciò, ahimé, in un contesto istituzionale che ha sostanzialmente sospeso la governance dei fenomeni migratori.

Vincenzo Romania

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