La crisi dimenticata #Portogallo

Redazione - 4 febbraio 2012

La vita degli italiani nelle Midlands

Redazione - 4 febbraio 2012

Il Laos in battello a vapore

Redazione - 4 febbraio 2012
empty image
empty image

Seguendo la placida corrente del Mekong, il nostro viaggio nel sud del Laos ci ha portati a dimenticare le montagne del Nord e ad abituarci a visioni più tropicali con palme e pomeriggi caldi dal sole a picco. Dalla capitale, Vientiane, passando per Savannakhet e poi giù fino al punto più largo del Mekong, Si Phan Don, ovvero le quattromila isole, venti giorni sono corsi via in un attimo. Una presenza però ci ha sempre accompagnati in queste tre destinazioni, quasi un fantasma: l’avventura coloniale francese, o meglio ciò che ne rimane.

Quando i colonizzatori d’oltralpe arrivarono nell’odierna capitale del Laos, non trovarono che rovine nascoste dalle foreste, dopo che la città era stata quasi rasa al suolo dalle armate siamesi. Non spetta a noi dilungarci nelle notizie storiche, ma anche parlando di pure sensazioni le tracce dei francesi sono ancora visibili persino al più sbadato turista. Non solo ricostruzioni e restauri: a Vientiane si può passare una serata dal portafoglio più ampio assaporando quello che la cuisine ha da offrire, vini inclusi. Ma per tutte le tasche ci si può anche e finalmente dimenticare di finti pancakes e zuppe di noodles: tutto merito di numerose panetterie che sfornano croissant in piena regola.

L’ideale battello a vapore dei primi del secolo scorso, una volta lasciata Vientiane, si sarebbe poi fermato a Savannakhet, “colonizzata” negli anni venti e oggi una pacifica cittadina poco visitata se non per la vicinanza con la Thailandia. Eppure a qualche pedalata di bicicletta un antico e veneratissimo stupa ricorda il presunto passaggio del Buddha per questi luoghi. Siamo a due passi dalla foresta sacra di Dong Natad, tra i cui alberi centenari si aggirano gli abitanti di due piccoli villaggi alla ricerca, tra i vari prodotti che la natura offre loro a costo zero, di uova di formica, che costituiscono un elemento fondamentale in alcuni piatti tipici della provincia (che non abbiamo avuto il coraggio di provare). Dei francesi la città sembra quasi volersi dimenticare: gli edifici coloniali che adornano la piazza principale e le vie circostanti languono in uno stato di totale abbandono, conservando il fascino di una rovina, ma perdendo un po’ di vita ogni giorno. Nel giardino di una villetta d’epoca, ad esempio, sono accampate un paio di baracche in legno e lamiera. Un po’ di restauri e Savannakhet potrebbe diventare una tappa fondamentale di un tour in Laos.

La storia più interessante però viene da Si Phan Don. Qui si bloccò anche più d’una spedizione francese che nel diciannovesimo secolo cercava un’autostrada fluviale per arrivare in Cina da Saigon risalendo il Mekong, dato che le più importanti vie commerciali costiere erano sotto il controllo degli inglesi. Le isolette di Don Dhet e Don Khon infatti, oggi tappa fissa dei backpackers di mezzo mondo grazie all’atmosfera rilassante a ritmo di amaca, riservavano un’amara sorpresa ai naviganti: le braccia dell’enorme fiume dai placidi canali diventano aspre e insormontabili rapide con dislivelli fino a venti metri. Uno spettacolo ancora oggi imperdibile, specie al tramonto, quando i tour lasciano il posto ai pescatori locali che si arrampicano sulle rocce per catturare i pesci al volo con piccole reti sostenute da due rami di bamboo.

I francesi comunque non si diedero per vinti e costruirono una ferrovia le cui locomotive a vapore dovevano trasportare i barconi attraverso le due isole, per poi riprendere la navigazione dopo le rapide. Il tutto funzionò fino alla seconda guerra mondiale quando, andati via anche gli occupanti giapponesi, la giungla si rimangiò tutto. Finchè nel 1990 uno storico francese non decise di seguire le tracce di quei binari che si perdevano al di là del ponte tra le due isole e ritrovare due locomotive d’epoca, che ora fanno bella mostra di sé parlando di un passato dei sogni del positivismo europeo. Peccato che a costruire i binari non furono eleganti avventurieri d’occidente, ma centinaia di operai schiavi forzati a catene, molti dei quali morti per le condizioni lavorative.

Davanti a queste stesse rapide si ferma anche la nostra discesa lungo il grande fiume. La Cambogia riappare davanti a noi dopo due mesi, ma non è ancora tempo di tornare sui nostri passi: la nostra prossima tappa è al di là del Mekong, che ci lasciamo alle spalle per entrare in Thailandia.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

Leave a comment

*