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Il mercato di Muang Sing e le etnie del Laos

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Dopo essersi recate al tempio, alle prime luci dell’alba, le signore di Muang Sing, villaggio centrale di una fertile vallata a pochi passi dalla Cina, si dirigono verso il mercato. Lungo la strada, i camion del potente vicino rompono la quiete del mattino con poderosi colpi di clacson, sferragliando sulle strade gentilmente asfaltate proprio dai cinesi assetati di gomma, i cui alberi lottano con la giungla nelle colline circostanti.

Al mercato le venditrici hanno già in mostra le merci provenienti da tutta la valle. Spezie odorose e grossi tuberi sono ordinatamente disposti insieme a file di altre verdure. A poca distanza, la gente si affolla alla bancarella delle banane fritte per un boccone a buon mercato. Proprio lì davanti, borse, sarong e camicie fatte a mano sono rumorosamente in vendita per la gioia dei “Falang” (turisti occidentali) che si sono fatti strada tra i locali. Ancora pochi passi e il coltello dei macellai si scaglia violentemente contro cosce di pollo e zampe di maiale. Mentre i compratori si contendono le parti del cranio di un bufalo, una testa ancora intera compresa di pelle, occhi e corna, ci guarda senza vita. Per chi non si accontenta, ci sono le ceste con i polli vivi, vasche piene di pesce fluviale e il pezzo forte, la selvaggina, vari roditori e uccelli catturati poche ore prima.

Ho sempre adorato i mercati alimentari. E’ un sogno perdermi tra le montagne di frutta, le risate e le grida dove facce, vite e culture si ritrovano condensate in affollati vicoli oppressi dalle bancarelle. Il mercato di Muang Sing ha però qualcosa di speciale: la valle infatti ospita molte delle etnie minoritarie del Laos. Il luogo era ed è infatti una vera benedizione: una grande piana fertile, così vicina allo Yunnan, la provincia del Sud cinese dalla quale gli antenati di queste genti sono emigrati. E così accanto a numerosi villaggi dei buddisti Tai Lu, si sparpagliano altri abitati dei cugini animisti Tai Dam, dei combattenti Hmong, degli Akha nascosti nelle alture e dei pochi Yao rimasti. Le etnie sono facilmente distinguibili: alcune, come gli Akha e i Tai Dam, indossano ancora quotidianamente i loro costumi tradizionali. Altre hanno un proprio stile di costruire le case in legno: i Tai ad esempio costruiscono palafitte con balconi, mentre le abitazioni Hmong sono casermoni senza finestre con enormi tetti di foglie secche intrecciate. Il mercato di Muang Sing è una occasione unica per vedere questa popolazione multietnica riunita: si viene distratti da una donna Akha il cui copricapo scintilla di antiche monete francesi, o da una anziana Yao nel suo costume blu, il turbante nero e l’immancabile collana rossa, e sembra davvero impossibile pensare come questi piccoli insediamenti siano riusciti a mantenere ognuno la propria identità, nonostante la vicinanza quotidiana.

Certo, i tempi stanno cambiando, anche se in Laos le lancette sembrano avanzare infinitamente più lente che per i propri vicini. Si vedono le prime case in muratura, vecchi costumi come la poligamia vanno sfumando, molte etnie conservano i costumi tradizionali solo per le cerimonie e grazie all’accessibilità di molti sentieri la visione degli occidentali è diventata una abitudine. Anche gli affari vanno meglio e, se prima Muang Sing era nota per essere un paradiso per produzione e commercio di oppio e dunque eroina, oggi sembra più una facile preda dei pragmatici cinesi in piena espansione.

Le nostre biciclette scivolano sulle strade e  vagano sulla pacifica vita rurale che procede ai nostri fianchi. Al mattino una fitta nebbia scende sui campi di riso rendendo invisibili le alture che ci circondano. La valle di Muang Sing sembra allora un’isola lontana dal resto del mondo, nascosta perfino alla luce del sole. Quando poi l’ora si fa più tarda, la foresta torna a tracciare i confini. Le nuvole si fanno alte e minacciose, ci sorprende la pioggia. Al riparo di un tetto di foglie ai bordi di un villaggio Hmong, guardiamo lo scroscio sorprendere i bambini che escono da scuola e tornano a casa. Ancora mezz’ora e la luce regala uno spettacolo atteso: l’arcobaleno completo parte dai campi ora secchi dove pascola il bestiame, sale nel verde delle montagne che nascondono la Cina e torna giù sui sentieri lungo i quali scorre l’esistenza di piccoli popoli con la loro lingua, i loro costumi e gli spiriti da cui si sentono protetti.

Forse tra vent’anni i turisti arriveranno qui ancora più numerosi, i musei descriveranno il passato etnico di Muang Sing e una fitta rete di percorsi segnalati aiuterà gli avventurieri a trovare la propria strada nel Parco Nazionale circostante. Ma le porte degli spiriti e le costruzioni in legno, la miseria e le piccole speranze, gli strani copricapo e il bestiame per strada saranno solo un ricordo. E noi non dovremo egoisticamente pensare che tutto ciò sia un male. Per adesso, questo angolo di terra resta ancora uno scorcio di un mondo tribale fortemente legato ai ritmi della terra, quei ritmi che sono indissolubilmente parte anche di noi occidentali e a cui abbiamo troppo in fretta voltato le spalle.

Marcello Passaro e Maria Elena Ribezzo

1 comment

  1. Ma chi diavolo con un po’ di intelligenza trova fantastico e vuole buttare i soldi per andare a vedere uno scempio del genere. Un postaccio del genere lo posso solo definire orrido.

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