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Il miraggio della cattedra: la bolla finanziaria dell'istruzione

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Articolo di Christian Raimo tratto da “Il Bo”, il giornale on line dell’università di Padova, www.unipd.it/ilbo

Salve, buongiorno. Ho 37 anni, mi sono laureato in filosofia con 110 e lode, ho fatto due esami post-laurea in più (storia romana e storia medievale) pagando 130 euro ciascuno all’Università di Cassino nel 2008 (a Roma costavano 435 euro l’uno, tipo), necessari per potermi presentare all’esame di ammissione alla SSIS nel 2008. Ho sostenuto gli esami per i venti posti della mia classe di concorso, la A037, arrivando tredicesimo. Al test scritto, diverso per ogni sede, ho fatto personalmente annullare un paio di domande del tenore: Chi ha detto “L’uomo è schiavo della società?” a) Marx, b) Freud, c) Marcuse, d) Aristotele. A seguire i corsi biennali eravamo comunque, dai 20 che dovevamo essere, una quarantina – tra ripescaggi, trasferimenti, vecchi congelamenti scongelati, stranieri, personaggi venuti fuori dal nulla apparentemente molto amici di alcuni docenti, etc… I corsi – biennali – costavano circa 3.000 euro, era obbligatoria quanto inutile la presenza, erano ridicoli al 90%, irritanti nella loro vaghezza e mancanza di programmazione, quasi nulli – spesso controproducenti – da un punto di vista didattico. I rari casi contrari li posso citare con un paio di nomi e un paio di cognomi. Un pomeriggio siamo stati obbligati in seicento (tutti i partecipanti delle SSIS delle classi umanistiche) a seguire un convegno intitolato “Didone nel tempo”: l’idea era quella di far vedere come un argomento potesse essere trattato in modo multidisciplinare. Di fronte a seicento persone a cui di Didone quel giorno non fregava molto e che magari avevano dovuto pagare la babysitter pur di essere presenti, sei professori facevano battutine tra loro e snocciolavano i loro pareri su Didone in letteratura, arte, filosofia, con una capacità retorica che avrebbe raccolto a stento una decina di persone tra gli uditori solo se già molto interessati all’argomento. Quando Elio Matassi, ordinario di Teoretica a Roma Tre, pretese di farci ascoltare della roba su Didone in musica che aveva preparato il Natale precedente con i suoi nipotini, anche i più autodistruttivi nell’aula magna ebbero un moto di ripulsa e gridarono: “Basta!”. Gli esami finali per l’abilitazione sono stati puerili, siamo usciti praticamente tutti con il massimo del punteggio, 42. Tutti tranne io e un mio collega, praticamente, 41, perché la mia tutor mi disse che le dispiaceva ma non aveva capito come si assegnavano i punteggi. Nella mia classe c’erano potenziali professori bravissimi, gente con dottorati e post-doc all’estero, borse di studio nei più prestigiosi istituti europei, e molta esperienza di insegnamento (all’università, supplenze, ripetizioni). Pochi di loro insegnano. Nessuno ovviamente è stato assunto. Chi insegna lo fa – come me – in un istituto privato, o con supplenze brevi. Vari hanno rinunciato all’idea di fare l’insegnante. Molti si sono presi anche l’abilitazione per altri classi di concorso, la A036 e il sostegno – altri soldi spesi per i corsi, altro tirocinio non pagato; invano. Tutto quello che insegno a scuola, l’ho studiato per conto mio. Praticamente tutta la formazione didattica me la sono fatta per conto mio e in classe. Potrei essere, per tutto il tempo e i soldi che ho speso, un insegnante infinitamente migliore di quello che sono.

Ora, il ministro Profumo ha deciso di bandire prima i concorsi per i TFA – i cui esiti surreali sono raccontati da chiunque in rete; e adesso, con notizia blitz, il concorsone. L’unica idea che sembra animare questo governo rispetto al reclutamento degli insegnanti è quello di una specie di truffa alla Ponzi. Siccome c’è troppa offerta e poca domanda di insegnanti nuovi – siccome diciamola meglio, non si vuole investire sulla formazione e la retribuzione degli insegnanti che già lavorano nella scuola (abilitati SSIS, abilitati dal concorso del 1999, supplenti precari di varia provenienza) – si è pensato di trasformare l’offerta in domanda, e recuperare parte di quei soldi attraverso un sistema di reclutamento e di formazione a pagamento (la tassa per i test di selezione per i TFA e i tirocini annuali), mentre l’economia in nero delle ripetizioni è l’unica che consente la sopravvivenza di milioni di precari o insegnanti mal pagati. Quella che si sta venendo a creare è una sorta di “bolla finanziaria dell’istruzione”.

 

Christian Raimo

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