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Il mondo in una stanza: le persone

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Sempre gli stessi quindici ragazzi, sempre nella stessa stanza parigina a pochi passi da Place des Vosges. Siamo all’incontro di presentazione del corso di laurea che abbiamo giusto appena iniziato, si tratta del primo rendez-vous con i nostri futuri professori.
Siamo in quindici e veniamo quasi tutti da paesi diversi, ma l’eterogeneità del gruppo comincia con le diverse provenienze geografiche, dato che salta subito all’occhio, e prosegue, approfondendo la conoscenza.
Oltre ad essere di età diverse ed oltre ad avere diverse abitudini alimentari, diverse usanze, diverse religioni abbiamo tendenzialmente differenti tipi di formazione alle spalle. Il corso è un corso di storia che spazia dalla conservazione e gestione del patrimonio industriale alla storia delle tecniche, dalla salvaguardia di saperi e di tradizioni culturali allo studio e alla tutela di tessuti urbani.
E’ un corso piuttosto articolato e affronta tanti argomenti; noi siamo un po’ meno poliedrici ma abbiamo da lavorarci due anni. Al momento, di certo, sappiamo come ci siamo entrati. Prevalgono storia ed architettura, con vari campi di specializzazione, ma all’appello sono presenti anche archeologi, etnologi, storici dell’arte.


Diverse discipline, ossia diversi bagagli culturali, pongono le condizioni per un confronto stimolante ma complicato. Questo è forse uno dei traguardi più importanti da raggiungere in questi due anni e,  per quanto non siano secoli, ci vorranno tutti, insieme ad una buona dose di impegno ed attenzione.
Lo scarto tra la percezione di questa cosa e la sua ipotetica realizzazione mi ha portato a pensare a come la variabile tempo sia determinante nella crescita di una persona, nella qualità dell’acquisizione e della rielaborazione degli input che riceve.

Svariate volte è accaduto che nel bene o nel male qualche grande pensatore ha avuto un’idea e se oggi, dopo molto tempo, ci si guarda intorno, si trova quel che ne è rimasto. A volte si trova una realtà traditrice di un’idea, a volte una realtà ottima interprete di un’idea ormai datata, altre ancora una realtà latrice di innovazioni uniche e insuperate. Tutt’ora per esempio risentiamo di un vento positivista che imputa alla scienza l’ambizione di essere esatta ed inconfutabile nei suoi risultati quando è da quasi un secolo, da Popper in poi, che si ragiona sul  contrario.
Il Big Bang da una teoria cosmogonica è diventato un’esplosione, da una teoria del divenire del cosmo è stato ridotto ad un preciso e limitatissimo intervallo temporale – vuoto culturale magistralmente interpretato da Jovanotti – . L’impostazione metodologica della storia politica, ingombrante lascito dell’Ottocento, di una storia fatta di eventi e date, è penetrata in profondità nella percezione comune che si ha della storia e del fare storia. Ho perso il conto di quante persone mi hanno chiesto come si fa ad imparare così tante date, cosa importante ma raramente indispensabile.
Con esiti direi migliori le democrazie occidentali devono alcuni loro limiti teorici e culturali anche alla teoria della relatività con la sua idea di molteplici sistemi di riferimento entro cui orientarsi.
Ma su tutte ne prevale una. A partire dagli anni Venti alcuni storici francesi – Bloch, Fevre e  più tardi Braudel – segnarono una netta cesura con i loro colleghi: diedero al metodo storiografico uno statuto interdisciplinare.
Da qualche tempo ho dovuto fare spazio a una molteplicità di approcci con cui non mi ero ancora misurato in modo così diretto, mi sono trovato a dover accogliere una complementarietà di esperienze e conoscenze che mi era altrettanto ignota in queste dimensioni.
Di quella buona idea è rimasta una piccola impronta, che vista da vicino, assomiglia tanto ad una farfalla che sbatte freneticamente le ali!

Mattia Gusella

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