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Sulle montagne dell’entroterra di Sidone, nel Sud, in una delle regioni del Libano più colpite dalle guerre ed invasioni che si sono succedute negli ultimi 30 anni, è aperto da un anno il “Punto di riferimento turistico della Resistenza”, o, come viene confidenzialmente chiamato dagli stranieri, il “Museo degli Hezbollah”.


E’ difficile dire di cosa si tratti esattamente, se di un poderoso strumento di propaganda, un giardino pubblico in mezzo alla natura, un monumento ai caduti, o un vero e proprio museo. Probabilmente tutte queste cose insieme. Sicuramente è un luogo da visitare.

Arrivando in macchina, il paesaggio (ed anche le nuvole basse) ricorda, per chi viene dal Nordest, il Monte Grappa: paesaggio brullo e roccioso, silenzio, la cima di una collina sovrastata da un imponente e severo monumento di cemento armato. Una sfilata di bandiere libanesi, alternate ai vessilli gialli di Hezbollah, costeggia il largo viale pedonale di ingresso all’area principale, mettendo subito in chiaro che si tratta di un’opera voluta, costruita e gestita dal “partito di Dio”.

In un enorme avvallamento artificiale del terreno, verso valle, sono incastrati cannoni, carri armati e mezzi blindati israeliani, distrutti e catturati nel corso degli anni. È impressionante vedere da vicino queste enormi macchine da guerra, esposte come trofei di caccia in un modo scenograficamente spettacolare. A rendere ancora più forte il messaggio, se non fosse abbastanza chiaro, il terreno è cosparso di elmetti bucati da proiettili, resti di equipaggiamenti, scarponi militari. Il tutto naturalmente con ben visibili le scritte in ebraico.

La visita prosegue inoltrandosi nella fitta macchia mediterranea, in cui sono stati restaurate trincee e camminamenti originali nei quali per anni la Resistenza islamica ha combattuto contro l’esercito invasore. Lo scenario è reso ancora più verosimile e coinvolgente dalla presenza di postazioni di artiglieria e contraerea con armi originali e manichini vestiti da mujaheddin che rappresentano le diverse scene della guerra in montagna: lancio di razzi e granate, assistenza ai feriti, assalti armi in pugno. Ci si inoltra poi per tunnel scavati nella roccia, in cui sono ricostruiti le cucine, le sale di comando, i momenti di preghiera.


Tutto è spiegato da grandi pannelli in arabo ed inglese, con dovizia di particolari tecnici e slanci retorici come l’indicazione del luogo esatto in cui “tra le migliaia di martiri morti in questa regione, un combattente è caduto”. Finalmente si esce di nuovo al sole, per leggere, su una grande lapide bianca, ed ascoltare dagli altoparlanti, il discorso pronunciato dal leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, il 25 maggio del 2000, giorno del ritiro dell’esercito israeliano dal Libano. “Il sangue ha trionfato sulla spada…il sangue ha spezzato tutte le catene…ha ridicolizzato la tirannia e l’arroganza..”

Un grande e moderno padiglione in cui sono esposte altre armi ed equipaggiamenti sottratti al nemico, con dettagliate spiegazioni su grandi pannelli alle pareti, ed una sala in cui viene trasmesso a ciclo continuo un video con immagini di guerra, morte, eroismo e trionfo concludono la visita. Rimane un passaggio d’obbligo al negozio di souvenir: un altoparlante spara a tutto volume i rumori di battaglie in presa diretta di cui si possono comprare i DVD. Ma i prodotti più richiesti sembrano essere le bandiere gialle di Hezbollah, le tazze con la faccia di Nasrallah, i cappellini mimetici o con le foto dei vari leader e generali, tra cui mi colpisce uno con lo stesso Nasrallah ed il presidente dell’Iran Ahmadinejad.

La visita di questo luogo così unico e quasi surreale non lascia indifferenti. Soprattutto colpisce l’enorme quantità di visitatori, famiglie con bambini, coppie di fidanzati, ragazzi ed anziani. Tutti si mettono in posa davanti ai luoghi più significativi, ai carri armati bruciati, alle armi lucidate e minacciose, ai simboli della vittoria e del sacrificio. Ma l’atmosfera generale è rilassata, di persone che si godono anche un bel parco molto curato e pulito, come non se ne vedono in tutto il paese, in una fresca domenica di inizio autunno.
La carica di propaganda e retorica è enorme, ma allo stesso tempo si sente forte uno spirito di rivendicazione della propria dignità ed identità, umiliata e schiacciata dalle guerre e le occupazioni straniere per decenni. Non si respira quell’aria solenne e distante tipica dei nostri santuari militari, probabilmente perché le nostre guerre sono ormai lontane nel tempo, mentre qui si può dire che non siano ancora finite, che la minaccia sia sempre presente.
Per questo è difficile dare un giudizio su questo posto. Personalmente rimango contrariato dal vedere bambini anche piccolissimi girovagare tra cannoni e blindati, educati all’odio del nemico (uno dei cartelli recita “E’ vero…Israele non è invincibile!”). Non riesco a condividere questa esaltazione della guerra, del sacrificio in nome di una patria, di un Dio, anche se per una causa che può essere sicuramente condivisibile come la liberazione da un esercito straniero ed invasore. Ma io vengo da un altro mondo, ed è in posti come questi che me ne rendo conto veramente.

Un’ultima frase della guida che ha accompagnato la visita mi rimane nelle orecchie: “Israele ha dichiarato che, nel caso di un nuovo attacco, questo luogo sarà il primo obiettivo da distruggere”.

Francesco Pulejo

Sito internet del museo: www.mleeta.com

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